Pagine Esteri – Il Canada è entrato nel mirino di Donald Trump subito dopo la rielezione del tycoon, insieme ad altri territori del continente americano come la Groenlandia, Panama, il Venezuela, la Colombia e il Messico.

In una logica di blocchi geopolitici contrapposti che “non fa prigionieri” neanche tra amici e alleati, il grande paese nordico ha subito minacce senza precedenti da parte dei propri vicini del sud, con cui pure Ottawa ha tenuto da sempre relazioni più che amichevoli.

Ma a Washington non basta più l’alleanza con Ottawa, pretende il pieno controllo di un territorio fondamentale per fare “massa critica” – economicamente e militarmente parlando – contro i blocchi geopolitici concorrenti e strategico per l’accaparramento di importanti risorse e per il dominio dell’Artico.

Donald Trump e gli ambienti Maga sono arrivati al punto da diffondere mappe degli Stati Uniti che comprendono il Canada e il termine “annessione” circola ampiamente insieme alla definizione del paese come “51° stato della federazione”, creando un giustificato allarme tra i cittadini e i dirigenti dell’ex colonia britannica.

L’attuale primo ministro canadese, il liberale ex banchiere centrale Mark Carney, ha avuto parole molto dure nei confronti del tycoon. Anche un suo predecessore, il conservatore Stephen Harper, ha affermato che il suo paese dovrebbe fare «qualsiasi sacrificio necessario» per preservare l’indipendenza.

Il secessionismo ideologico dell’Alberta
Nel tentativo di ricattare il governo di Ottawa e di indebolire il Canada, Trump sta
fornendo una sponda ai gruppi che chiedono l’indipendenza della provincia occidentale canadese dell’Alberta, nel cui sottosuolo si concentrano il 90% delle risorse energetiche di un paese che è il quarto produttore mondiale di greggio.

Negli ultimi mesi i funzionari dell’amministrazione USA hanno ripetutamente incontrato i leader separatisti dell’Alberta, discutendo con loro di possibili accordi in materia di energia e commercio.

Personaggi vicini al presidente, come l’ideologo dell’estrema destra Steve Bannon, alimentano sul web e sui media un dibattito favorevole all’indipendenza dell’Alberta, e recentemente anche il segretario al Tesoro Scott Bessent si è espresso a favore dell’ingresso della provincia canadese nell’Unione.

Tra i leader separatisti ricevuti al Dipartimento di Stato ci sono Jeff Rath, portavoce del gruppo “Alberta Prosperity Project” e Mitch Sylvestre, leader di “Stay Free Alberta”.

Entrambi difendono la realizzazione di un nuovo oleodotto che colleghi direttamente l’Alberta agli Stati Uniti passando per il Pacifico, condannando invece la scelta del governo federale di aumentare le esportazioni di idrocarburi verso la Cina.

Varie organizzazioni hanno lanciato una raccolta di firme per un referendum che consenta agli abitanti della provincia canadese di esprimersi sull’indipendenza. Affinché si tenga la consultazione, il comitato dovrà raccogliere 177 mila firme (pari al 10% degli aventi diritto al voto) entro il prossimo 2 maggio.

Alla Reuters alcuni difensori della separazione da Ottawa hanno raccontato di credere che l’Alberta, politicamente conservatrice e dedita all’allevamento, ai rodei e alla cultura dei “cowboy anticonformisti”, sia diversa dal resto del Canada. «Le persone sono indipendenti, hanno spirito imprenditoriale, lavoriamo sodo» ha spiegato uno degli intervistati.

Ma in generale le rivendicazioni indipendentiste non si basano su un diverso retaggio nazionale, culturale, linguistico o etnico (come ad esempio avviene nella provincia francofona del Quebec), ma su un discorso sovranista che rivendica la libertà di sfruttamento delle risorse locali senza il vincolo delle autorità federali, accusate di aver imposto limiti allo sviluppo giustificati con la necessità di difendere l’ambiente o i diritti delle comunità native.

Parte dei cinque milioni di abitanti di quello che viene descritto comeil Texas del nord” rincorre apertamente il modello americano e si moltiplicano a destra i simpatizzanti dell’ideologia Maga, che non vedrebbero negativamente un ingresso dell’Alberta negli Stati Uniti o comunque una sua associazione a Washington, ad esempio attraverso la creazione di un mercato comune e l’adozione del dollaro.

Il referendum si potrebbe tenere ad ottobre, anche se per ora i sondaggi indicano che solo una minoranza degli abitanti della provincia – dal 12 al 30% – sarebbe favorevole al distacco, che comunque sarebbe assai complicato anche in caso di vittoria dei sì.


Una spina nel fianco di Ottawa
Ma l’asse tra governo statunitense e separatisti dell’Alberta, che rivendicano una maggiore libertà nello sfruttamento dei giacimenti di idrocarbu
ri e una quota maggiore dei profitti, fornisce intanto a Trump e ai suoi un forte strumento di pressione e di destabilizzazione nei confronti delle autorità canadesi.

Anche se la premier locale, la conservatrice Danielle Smith, afferma che il suo governo sostiene un’Alberta “forte e sovrana all’interno di un Canada unito”, lo scorso anno l’amministrazione provinciale ha modificato alcune normative locali per venire incontro alle richieste dei separatisti ed ha dimezzato il numero di firme necessarie per indire un referendum.

Nel tentativo di dividere le correnti moderate da quelle più radicali, il premier Mark Carney, che è originario proprio dell’Alberta, sta accontentando alcune delle richieste delle autorità locali sul fronte fiscale o eliminando alcuni limiti imposti in nome della necessità di contenere il riscaldamento globale. Ma recentemente anche un’altra provincia occidentale, quella del Saskatchewan, sta esprimendo un crescente malcontento nei confronti del governo federale, accusato di imporre vincoli ambientali penalizzanti che producono un freno alle nuove trivellazioni e una tassazione sulle emissioni inquinanti.

Dazi e ricatti
Il sostegno al separatismo ideologico delle province occidentali del Canada non è però l’unica arma utilizzata dall’amministrazione USA contro il Canada.

Nei giorni scorsi la Casa Bianca ha minacciato di bloccare l’apertura del Gordie Howe International Bridge, il nuovo ponte sospeso che collegherà il Michigan con l’Ontario, se Ottawa non rinuncerà ad un accordo con Pechino che prevede la riduzione dei dazi sui veicoli elettrici esportati in Canada dalla Cina in cambio della riduzione delle tariffe sui prodotti agricoli e alimentari canadesi esportati nel paese asiatico.

Trump cerca di recuperare con la forza il terreno che la propria industria ha perduto negli ultimi anni. Nel 2025 le imprese automobilistiche statunitensi General Motors, Ford e Stellantis hanno prodotto solo il 23% delle auto immatricolate in Canada, con un calo del 56% rispetto a dieci anni fa. Per questo la concorrenza dei veicoli cinesi ha fatto scattare la reazione di Trump, che vuole imporre pesanti dazi ad Ottawa anche se per ora il progetto è stato bloccato dal voto contrario di sei senatori repubblicani che si sono uniti al ‘no’ dei democratici contro la misura punitiva della Casa Bianca.


Una “alleanza delle potenze medie” per aggirare Washington
Il premier canadese tenta ora di arginare gli Stati Uniti promuovendo un’ambiziosa cooperazione commerciale e industriale con l’Europa e la regione dell’Indo-Pacifico. Mark Carney tenta di sfruttare il partenariato trans-pacifico (Cptpp, Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership) che comprende Giappone, Canada, Singapore, Australia, Vietnam e altri paesi per creare canali commerciali alternativi a quelli dominati da Washington nel tentativo di aggirare gli ostacoli creati dall’amministrazione Trump.

Come spiega un articolo di Politico, Ottawa deve innanzitutto ridurre la forte dipendenza dal mercato statunitense, che rappresenta la destinazione del grosso delle proprie esportazioni, il che rende l’economia del paese nordamericano estremamente sensibile all’imposizione dei dazi. Il Canada dovrà aumentare rapidamente le esportazioni verso l’America Latina, l’Europa e l’Asia, ma dovrà anche aprire nuovi canali di approvvigionamento delle materie prime che bypassino gli Stati Uniti.

Al di là degli aspetti puramente commerciali, Carney intende inoltre aumentare le relazioni politiche e economiche con altre potenze di statura media, al fine di aumentare il potere contrattuale nei confronti di Washington. «Se le potenze medie non sono al tavolo finiscono nel menù» ha fatto notare il premier canadese intervenendo un mese fa al vertice di Davos.

Il problema è che Carney è alla guida di un governo di minoranza, che deve contrattare ogni volta le misure più importanti con le forze di opposizione più dialoganti, creando non pochi ostacoli.
Su questo fronte proprio ieri il premier ha
però ricevuto una buona notizia: il parlamentare dell’Alberta Matt Jeneroux ha annunciato il suo passaggio dal Partito Conservatore (di opposizione) al Partito Liberale, che ora è a soli tre seggi dall’ottenere la maggioranza assoluta alla Camera di Ottawa.

Piani di resistenza ad un’invasione statunitense
Intanto il livello di allarme si è alzato a tal punto che il mese scorso le forze armate canadesi hanno elaborato un modello di reazione ad un’ipotetica invasione militare da parte delle truppe degli Stati Uniti.

Prevedendo che in uno scontro diretto gli invasori avrebbero la meglio sulle deboli difese canadesi entro una settimana, lo studio suggerisce una resistenza basata sul sabotaggio, su una guerriglia mordi e fuggi diffusa nel territorio e sull’uso dei droni.
Il capo di stato maggiore della Difesa canadese, il generale Jennie Carignan, ha già annunciato la sua intenzione di creare una forza di riserva dell’esercito composta da 400.000 volontari.

Lo scenario di una aggressione statunitense, impensabile solo due anni fa, oggi appare così concreto da stimolare lo studio delle opportune contromisure, anche se i due paesi stanno collaborando alla realizzazione di un nuovo sistema di difesa continentale, denominato “Golden Dome”, diretto ufficialmente a contrastare un eventuale attacco missilistico proveniente dalla Russia o dalla Cina. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria