di Caterina Maggi

Pagine Esteri, marzo 2022Sotto la presidenza del partito nazionalista islamofobo Bharatiya Janata Party di Narendra Modi gli attacchi fisici e il razzismo verso la comunità musulmana indiana si sono fatti più frequenti e intensi. Colpa di questioni culturali che affondano le proprie radici fin dall’ottavo secolo, ma che oggi sono alimentati da altro: il bisogno del populismo di cercare un capro espiatorio per l’inefficienza della politica.
L’ultimo in ordine di tempo è il divieto, imposto alle ragazze musulmane dello stato di Karnataka, di indossare il velo islamico nelle scuole pubbliche, amministrate dalle istituzioni statali presiedute dal BJP. Una scelta che ha scatenato manifestazioni e rivolte in tutto il paese e in particolare nella regione sopracitata; ma è solo l’ultimo degli affronti che il nazionalismo hindu, negli ultimi otto anni rappresentato dal partito di Modi, ha usato per ostracizzare i musulmani indiani – circa 200 milioni di persone su una popolazione totale di quasi 1 miliardo e mezzo di abitanti.



I rapporti tra mondo musulmano e nazionalismo indiano sono tesi da diversi secoli, anche se sicuramente l’indipendenza del Pakistan e le conseguenti diatribe territoriali tra il neonato stato e l’ex colonia britannica hanno peggiorato la situazione. In India, l’Islam ha lasciato tracce di sé fin dall’VIII secolo dopo Cristo, quando mentre in Europa i primi stati nazione dovevano ancora consolidarsi appieno nella penisola araba si assisteva a un progressivo intensificarsi dei rapporti tra nascente mondo arabo e secolare cultura indiana. Negli ultimi decenni del XX secolo, l’equilibrio geopolitico precario tra Pakistan e India ha profondamente influenzato il trattamento dei musulmani indiani, esponendoli di volta in volta, ad ogni riaccuirsi delle ostilità, a nuove ritorsioni. Ma sarebbe troppo semplice ricondurre le recenti decisioni dell’esecutivo indiano a questioni di rapporti (e scontri) culturali secolari. A fare le spese della propaganda nazionalista hindu non sono infatti solo musulmani (comunque vittime del 90% delle aggressioni a sfondo religioso) ma anche altre minoranze tra cui i cristiani: ci sarebbero stati almeno 460 attacchi contro le comunità cristiane indiane nel solo 2021, secondo lo United Christian Forum, una media di più di un attentato o gesto eversivo a sfondo religioso al giorno. Più che una guerra di religione, sembra bullismo contro tutte le minoranze. Ma cosa alimenta il diffondersi di questo fenomeno di “odio generalizzato”?

La responsabilità delle autorità del Bjp nel fomentare il sentimento ultra-induista è ormai palese. Ha fatto scalpore un ban pubblicitario dichiaratamente islamofobo finanziato proprio dal governo dello stato di Uttar Pradesh (dove potrebbe suonare nelle prossime settimane un campanello d’allarme per il Bjp), così come le affermazioni di diversi leader di estrema destra in un convegno induista (cui ha partecipato anche il partito di Modi) che chiamavano alle armi i fedeli hindu invitandoli ” a non temere la prigione” e ha prepararsi per un “genocidio” perché se anche “solo cento di noi diventassero soldati potremmo sterminarne due milioni e già sarebbe una vittoria”. Parole di Annapurna Maa, del partito alleato ultrainduista Hindu Mahasabha. Altrettanto palese, però, è anche il fine di questa strategia di non condanna, se non proprio di incentivo della violenza, da parte del governo: tenere compatto almeno il fronte ultraconservatore, ultra nazionalista e ultra induista in un momento in cui l’astro politico del leader del Bjp sembra in costante declino.

A preoccupare il governo di Modi è un progressivo scivolamento indietro nei sondaggi, ancora più preoccupante in questi giorni in cui uno degli stati più popolosi, e un tempo bacino di voti per il Bjp, è chiamato alle urne . Su tanti aspetti il suo esecutivo ha fallito: aveva promesso crescita economica, anche nell’Uttar Pradesh dove fino al 10 marzo si disputeranno le elezioni federali, e invece la disoccupazione giovanile è quadruplicata; si è alienato la classe degli agricoltori e ha dovuto ritirare un’avversatissima riforma agraria, contrapponendosi così però ai propri alleati di ultradestra; ha preso sottogamba la minaccia del SarsCoV2, col risultato che non solo il sistema sanitario indiano (già cronicamente inadeguato) è collassato su sé stesso di fronte all’emergenza, ma il paese è anche diventato il nuovo “untore” simbolico incubando una nuova variante. Questi elementi, uniti a scandali che hanno coinvolto le persone più vicine a Modi – tra le tante quello che ha investito l’emittente filo-governativa Republic Tv e il suo anchor man Arnab Goswami- stanno trascinando il BJP in una spirale discendente. Alle ultime elezioni del 3 maggio in Bengala gli indiani hanno punito il governo consegnando all’opposizione di Mamata Banerjee almeno 200 seggi su 294.

A pesare sul voto soprattutto le misure anti-contagio, da prima inesistenti e poi per forza di cose draconiane, che hanno permesso prima il propagarsi del virus e soffocato dopo l’economia che, in India come in altri paesi in via di sviluppo, è ancora strettamente indipendente dai suoi aspetti più informali. Ne ha subito i contraccolpi anche il Pil, dove un tempo l’economia informale contribuiva per il 52% mentre oggi intorno al 20% . In un clima dove il governo è quasi mensilmente sotto accusa o per inadeguatezza o per concussione – risale a luglio scorso lo scandalo che ha visto il Primo Ministro invischiato nell’affair Pegasus – i musulmani rappresentano il comodo nemico di sempre su cui fare affidamento quando si cerca un capro espiatorio. Facilmente identificabili, mantenuti isolati dalla restante popolazione hindu anche attraverso il sistema delle caste (formalmente sanzionato dall’articolo 15 della Costituzione indiana ma in realtà ancora in uso) sono un bersaglio perfetto per il neopopulismo indiano. Lo ha dimostrato la propaganda spietata, sboccata e disinformatrice di Republic tv, dai cui microfoni Goswami urlava che “i musulmani stanno facendo circolare apposta il virus per sterminare la maggioranza hindu”. Ma soprattutto sono le donne il bersaglio della propaganda induista, che colpisce in due direzioni: da una parte quelle musulmane vengono isolate e limitate, nell’istruzione e sul lavoro, o sono vittime di attacchi sessisti e molesti di portata enorme (è il caso delle donne musulmane “vendute” virtualmente come concubine su un sito di incontri hindu); dall’altra non sono esenti da ripercussioni le donne hindu, vittime ad esempio della propaganda cospirazionista contro la presunta “love jihad”. Una stroncatura, in pratica, di porzioni non indifferenti della popolazione indiana (le donne rappresentano il 48% del totale) che soprattutto in questi anni ha dimostrato un discreto attivismo sociopolitico. Cioè una minaccia per il populismo, a base decisamente conservatrice, di Modi.

Un populismo hindu che sia chiaro, non sta subendo un contraccolpo definitivo. Modi perde terreno sì, ma lentamente. La strategia di appellarsi ad antiche istanze culturali e di disordine sociale, come la lotta tra musulmani e hindu, è assolutamente funzionale e funzionante in un periodo in cui la sua immagine di uomo forte prende colpi a destra e a manca. Una società conservatrice e delusa sfoga volentieri la propria frustrazione sui soliti noti. A farne le spese in fondo, tra gli indiani, sono i target di sempre: le minoranze. Pagine Esteri

*Laureata in Lettere all’Università di Genova e diplomanda alla Scuola di Giornalismo di Bologna, giornalista praticante presso l’Istituto Affari Internazionali, si appassionata fin da giovanissima alla questione palestinese e al Medio oriente. Scrive per il sito online Affarinternazionali.

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