Nel lusso del Donald J. Trump Institute of Peace, tra cappellini rossi e le note di YMCA, è andato in scena il primo atto del Board of Peace. Quello che la narrazione ufficiale spaccia per un organo di governo transitorio, legittimato dalla Risoluzione 2803, si è rivelato un’adunata di speculatori e seguaci, un club esclusivo dove la politica internazionale viene degradata a banchetto privato. Donald Trump si è mosso come un monarca globale per oltre 50 minuti di discorso, trattando i leader mondiali presenti come affiliati di una setta. Con il consueto piglio prevaricatore, ha preteso riverenza pubblica, obbligando leader come Javier Milei e Viktor Orbán ad alzarsi in piedi al richiamo del proprio nome, ricordando loro che la sopravvivenza dei rispettivi governi è legata a doppio filo al suo beneplacito. Lo sprezzo non ha risparmiato nessuno: dai “bacchettoni” interni come il segretario di Stato Marco Rubio, accusato di eccessiva morbidezza verso gli europei, ai “furbetti” della comunità internazionale ancora restii ad aderire a questo nuovo ordine muscolare.

L’annuncio di 17 miliardi di dollari in impegni di spesa — di cui 10 messi dagli USA e 7 dai partner internazionali come Emirati e Arabia Saudita — è il paravento di un’operazione coloniale. Sebbene Trump sbandieri la cifra come una svolta epocale, il confronto con le stime dell’ONU svela la natura simbolica dell’acconto. Al tavolo di Washington non si è discusso di diritti, ma di bottino. Mark Rowan (Apollo Global Management) ha già messo gli occhi sul lungomare di Gaza, descrivendolo come un potenziale affare da 50 miliardi, mentre Yakir Gabay disegna una “Riviera del Mediterraneo” con 200 hotel e isole artificiali su un suolo ancora intriso di sangue. L’arroganza della tecnica si manifesta nelle promesse di Liran Tancman: una “trasformazione digitale” fatta di portafogli elettronici e intelligenza artificiale per un popolo a cui è stata tolta anche la terra sotto i piedi. È la fiera dell’assurdo immobiliare, dove le macerie diventano cubature e la fame un dato finanziario gestito tramite app.

Il braccio armato di questa visione è la International Stabilization Force (ISF), una forza multinazionale che dovrebbe schierare 20.000 soldati e 12.000 poliziotti sotto il comando del generale Jasper Jeffers. Con contingenti provenienti da Indonesia, Marocco e Kazakistan, l’ISF non agirà come forza di interposizione, ma come lo strumento per garantire una Gaza “terror-free”. Il fulcro è il disarmo totale di Hamas: Trump ha dettato l’ultimatum di 60 giorni, dichiarando che la smilitarizzazione avverrà “con le buone o con le cattive”. In questa logica, la pace è un’operazione di polizia che precede l’apertura dei cantieri, dove l’ISF presidia le “zone verdi” sicure mentre il resto del territorio rimane nel limbo.

Il grande assente del summit rimane il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione. Mentre i video celebrativi prodotti dall’IA mostrano una Gaza futuristica, la realtà parla di una tregua violata: oltre 570 morti dall’inizio del cessate il fuoco, liquidati da Trump come “piccole fiamme” residue di una guerra che lui dichiara finita per decreto. Ha persino rivendicato il bombardamento dei siti nucleari iraniani come la vera mossa che ha costretto le parti al tavolo, minacciando Teheran di nuovi attacchi se non accetterà un accordo entro due settimane. Tra i bunker di una nuova mega-base americana e le ambizioni degli speculatori, Gaza resta intrappolata in un futuro deciso altrove, confinata in un’architettura di sottomissione mentre il Board pianifica resort sui corpi ancora sepolti sotto la terra.