Trentasette organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui Oxfam, hanno presentato un ricorso congiunto all’Alta Corte d’Israele per chiedere la sospensione urgente di nuove norme amministrative che minacciano di paralizzare i soccorsi a Gaza e in Cisgiordania. Le autorità israeliane hanno infatti ordinato la cessazione delle operazioni nel Territorio Palestinese Occupato entro la fine di febbraio per tutte le realtà che non si adegueranno a nuovi standard di registrazione. La notifica, inviata lo scorso 30 dicembre, stabilisce che la mancata comunicazione di dati sensibili comporterà la scadenza dei permessi operativi, costringendo le ONG a concludere ogni attività nel giro di sessanta giorni. Il termine ultimo del 28 febbraio rappresenta dunque uno spartiacque drammatico per milioni di civili la cui sopravvivenza dipende esclusivamente dall’assistenza esterna.
Il nodo del contendere risiede nelle richieste avanzate da Israele, che impongono alle organizzazioni il trasferimento di informazioni riservate, inclusi elenchi completi del personale palestinese. Le ONG denunciano l’impossibilità di ottemperare a tali richieste per motivi legali ed etici, sottolineando come la divulgazione di dati personali esponga i lavoratori locali a gravi rischi di sicurezza e ritorsioni. Inoltre, per le organizzazioni con sede in Europa, assecondare tali pretese comporterebbe violazioni contrattuali e responsabilità legali dirette in materia di protezione dei dati. Nonostante le agenzie abbiano proposto soluzioni alternative, come sistemi di screening indipendenti verificati dai donatori per garantire la trasparenza senza compromettere la riservatezza, le autorità israeliane non hanno fornito risposte sostanziali, procedendo nel frattempo con il blocco dei visti e dell’accesso al personale straniero.
L’eventuale uscita di scena di queste trentasette sigle produrrebbe un impatto immediato e devastante sull’intero sistema umanitario, già duramente provato dai recenti attacchi in zone densamente popolate a Gaza e dalle restrizioni all’ingresso dei beni di prima necessità. Le organizzazioni internazionali, in collaborazione con le agenzie ONU e i partner locali, garantiscono attualmente oltre la metà degli aiuti alimentari nella Striscia, il 60% delle operazioni degli ospedali da campo e la totalità delle cure ospedaliere per i bambini colpiti da malnutrizione acuta grave. In Cisgiordania, la situazione è altrettanto critica: l’aumento delle incursioni militari, le demolizioni e la violenza dei coloni hanno fatto lievitare i bisogni della popolazione, rendendo la presenza dei soccorritori indispensabile.
Sotto il profilo giuridico, il ricorso sostiene che subordinare la presenza umanitaria a richieste amministrative vaghe e politicizzate violi la Quarta Convenzione di Ginevra, la quale impone alla potenza occupante l’obbligo di facilitare i soccorsi ai civili. Le ONG ribadiscono che la registrazione presso l’Autorità Palestinese fornisce già la base legale necessaria per operare nel territorio. Oxfam, ad esempio, ha annunciato che farà valere proprio questo riconoscimento per non abbandonare le oltre 1,3 milioni di persone assistite dall’inizio del conflitto, nonostante le enormi difficoltà logistiche previste in caso di revoca dei permessi israeliani.
La comunità internazionale è ora chiamata a intervenire con urgenza. Le organizzazioni firmatarie del ricorso, tra cui ActionAid, Danish Refugee Council e Save the Children, esortano i governi stranieri, incluso quello italiano, a fare pressione affinché gli aiuti rimangano improntati ai principi di indipendenza e neutralità. Il rischio concreto è che la risposta umanitaria venga trasformata in uno strumento condizionato o politicizzato, creando un precedente pericoloso che potrebbe indebolire l’azione umanitaria in ogni altro contesto di crisi globale. Se le misure non verranno sospese, la sopravvivenza dei civili sarà ostacolata non per mancanza di risorse, ma per una precisa volontà amministrativa che ignora i più elementari obblighi del diritto internazionale.















