Le foto sono di Silvia Casadei

Essere una minoranza in Siria oggi è sinonimo di paura. Questo è ciò che provano i membri della minoranza assira che vivono nel cuore del Rojava, nell’area compresa tra la città di Tall Tamr,  il villaggio di Tel Nasri e la regione che si estende verso Serekaniye, una delle città simbolo della guerra nel nord est della Siria, oggi quasi svuotata della sua popolazione originaria.

Prima dello scoppio della guerra siriana, nel 2011, sul territorio del Khabur convivevano 36 villaggi assiri, per una popolazione di quasi 40.000 persone. Oggi, ciò che resta della comunità è poco più di 1.200 persone, di cui circa 150 famiglie concentrate in un quartiere nella città di Tall Tamr.

Il quartiere assiro ha un aspetto spettrale: tutti i negozi sono chiusi e la gente esce raramente di casa. All’ingresso, una chiesa serrata sembra fare da silenzioso presidio al quartiere.

Qui incontriamo Mertin, giornalista e membro dell’Assyrian Democratic Party, suo nonno arrivò in Siria nel 1933 dall’Iraq, come la maggior parte delle famiglie assire in Siria, quando le truppe del neonato regno dell’Iraq attaccarono e circondarono i villaggi Assiri distruggendo le case e uccidendo civili inermi, contribuendo così alla diaspora della comunità assira in Siria.

Nonostante siano una minoranza, gli assiri nell’area del Rojava hanno propri partiti politici e una forza militare di circa 300 uomini. Anche durante la guerra siriana, le comunità assire, con i propri combattenti, si unirono alle SDF nella lotta contro lo Stato Islamico.

Quando l’ISIS arrivò a Tall Tamr, nel 2015, racconta Mertin, imprigionò 240 assiri, chiedendo alle famiglie un riscatto di circa 40.000 dollari per ciascun ostaggio. Per dimostrare la propria determinazione, i miliziani uccisero tre prigionieri, minacciando di eliminare anche gli altri se il denaro non fosse stato consegnato.

Le famiglie furono costrette a pagare per rivedere i propri cari, e riuscirono a raccogliere la somma solo grazie alla solidarietà internazionale della diaspora assira. Ancora oggi, nel villaggio, vivono alcuni ex ostaggi dell’ISIS. Tra loro c’è una donna che siamo riusciti a contattare telefonicamente ma che, all’ultimo momento, per paura, ha rinunciato a rilasciare un’intervista.

Nel 2012, con l’arrivo dell’ISIS, ci racconta Mertin, la maggioranza delle famiglie assire furono costrette a fuggire dalla città di Raqqa, e le poche famiglie che rimasero in città furono costrette a pagare ingenti somme di denaro allo Stato Islamico per non essere uccise.

Durante la guerra, molti lasciarono la Siria, diretti soprattutto verso la Svezia o l’Australia, ma per chi non aveva i mezzi per partire, restò soltanto il tentativo di continuare a vivere in quella che era, per loro, la propria terra. Un ragazzo seduto accanto a noi mostra una fotografia scattata a Damasco qualche settimana dopo l’attacco dell’ISIS alla chiesa greco-ortodossa di Mar Elias, nel giugno 2025 in cui morirono 25 persone. Nell’immagine si vede un pick-up bianco; sul vetro spicca una scritta in arabo: “I prossimi a essere colpiti sarete voi”.

La paura della comunità assira è aumentata nell’ultimo anno, soprattutto dopo i massacri avvenuti a Tartous, Latakia e Suwayda. Oggi ciò che resta di questa comunità vive con il timore costante che qualcosa di simile possa accadere anche a loro.

Lo zio del padre di Mertin era un alto comandante dell’esercito siriano di Hafez al-Assad, quando, come racconta Mertin, le minoranze in Siria erano rispettate. Il carattere laico dello stato ba’thista aveva garantito per molte minoranze religiose libertà di culto e una buona integrazione negli apparati statali, permettendo, come ci riferisce Mertin, stabilità e sicurezza. Oggi, dice, non è più così: “la situazione è cambiata.”

L’area geografica in cui si trova la comunità assira è oggi una zona instabile. A seguito degli scontri tra il governo siriano e le forze curde, molte comunità arabe tribali, storicamente armate ma che fino a qualche mese fa erano inattive, hanno iniziato ad attaccare con sempre maggiore frequenza convogli, automobili e mezzi diretti verso la città di Raqqa.

La città di Tall Tamr si trova a circa un chilometro dall’attuale linea del fronte, dove si sono fronteggiati l’esercito siriano e la controparte curda, e nonostante l’accordo di cessate il fuoco firmato il 31 gennaio 2026, nella comunità assira regna un profondo senso di incertezza sul futuro.

A Tall Tamr incontriamo Jacklin nella sua casa. Ci offre del caffè e la prima cosa che ci dice al nostro ingresso, è che prega Dio ogni giorno perché ha paura. È madre di due figli e ne aspetta un terzo, ma in città non vi sono scuole attive per i ragazzi, l’elettricità è disponibile solo per poche ore al giorno e, soprattutto, racconta di aver smesso di sentirsi al sicuro già dal 2011.

Questa sensazione, ci dice, è aumentata ulteriormente dall’8 dicembre 2024, quando Al-Sharaa ha preso il potere in Siria. Jacklin racconta che durante i recenti scontri fra le forze curde e le milizie legate a Damasco, quotidianamente si udivano i colpi dell’artiglieria e che sua figlia di 7 anni per la paura si nascondeva sotto il divano di casa.

“Prima della guerra la Siria era un paese sicuro” ci dice,  “le scuole, le università e gli ospedali funzionavano, anche nei villaggi, e soprattutto erano gratuiti per la popolazione”. Anche l’elettricità, ricorda, era gratuita, e il costo della vita per una famiglia era molto basso. Persino durante gli anni della guerra, ci riferisce, l’elettricità non veniva fatta pagare agli abitanti e lo Stato non chiedeva denaro per questo servizio.

Il marito è all’interno delle forze armate assire e il salario di 200 dollari al mese non permetterebbe alla famiglia di sopravvivere, per questa ragione è costretto ad altri lavori saltuari; anche prima della guerra gli stipendi erano più o meno identici, ci dice Jacklin, ma il costo della vita era molto più basso e i salari erano sufficienti per vivere.

Jacklin parla con rimpianto degli anni precedenti il conflitto siriano, offrendo un racconto che contraddice la narrazione internazionale che per anni ha dipinto i governi di Bashar al-Assad e di suo padre Hafez come lontani dal loro popolo. Prima del 2011, racconta, la gente camminava per strada anche fino alle tre del mattino perché si sentiva al sicuro; “oggi questo non è più possibile”, dice con voce amara. Nel 2011, allo scoppio della guerra siriana, Jacklin si trovava a Raqqa, dove studiava all’università. Nel 2013, con l’avanzata dell’ISIS, fu costretta a fuggire: in una sola notte, dopo aver raccolto i pochi averi che possedeva, raggiunse la città di Hasakeh. Il giorno seguente venne a sapere che l’ISIS era riuscita a entrare a Raqqa.

Jacklin ricorda molto bene gli anni della guerra, anche perché la sua è stata una delle famiglie che non sono emigrate all’estero. Durante quegli anni ha terminato i propri studi all’università di Latakia per poi stabilirsi nel villaggio di Tall Tamr.

L’8 dicembre 2024 era davanti alla televisione quando le immagini di Al-Sharaa iniziarono a circolare sui media. Ricorda di essersi chiesta come avesse potuto, Al Jolani, raggiungere Damasco in una sola settimana e, soprattutto, ricorda di aver detto al marito che avrebbero dovuto andarsene, perché la situazione per loro sarebbe cambiata ancora una volta.

Jacklin, però, non ha le possibilità economiche per lasciare la Siria e così vive nella consapevolezza che il futuro sarà sempre più difficile, soprattutto per i suoi figli, che anche per studiare sono costretti a recarsi a casa di un’insegnante della comunità, perché oggi a Tall Tamr non esiste alcuna scuola.

Dice che non c’è futuro per le minoranze in Siria e, ci confida la paura che possano ripetersi massacri contro le minoranze, come avvenuto lo scorso anno, è sempre più forte.

Nel villaggio di Tell Nasri, a cinque minuti di auto da Tall Tamr, vivono oggi due famiglie assire in mezzo a una maggioranza di famiglie arabe. Nel 2019, a seguito dell’attacco della Turchia alla città di Serekaniye, molte famiglie si spostarono in quest’area, occupando case che in precedenza appartenevano a famiglie cristiane.

Il villaggio era già stato segnato dalla guerra: nel 2015 fu occupato dall’ISIS per circa sei mesi, prima che la coalizione a guida statunitense bombardasse la zona. Durante l’occupazione, la chiesa al centro del paese fu distrutta e oggi ne rimane soltanto lo scheletro. Sui muri, all’interno delle case, si vedono ancora scritte e murales inneggianti allo Stato Islamico, come se il passato faticasse ad abbandonare questi luoghi.

Sargan Selio ha 55 anni. È un uomo alto e robusto e vive da solo in una casa del villaggio, per custodire le poche proprietà rimaste. È nato qui, e anche la sua casa fu occupata dai miliziani dell’ISIS nel 2015, quando la maggioranza della popolazione cristiana fu costretta a fuggire.

Oggi, nel villaggio, la presenza assira è ridotta a sole cinque persone e le relazioni con la popolazione araba sono quasi assenti, perché, come racconta, «le tradizioni religiose sono differenti e i rapporti molto sporadici». Sargan è un contadino. Anche lui ricorda gli anni prima della guerra: ricorda le famiglie del villaggio e una vita scandita da un sentimento diverso da quello della paura. Oggi, però, dice: «Il nuovo governo ha un solo colore, quello dell’islam politico più radicale. Non ci sono esponenti delle minoranze all’interno del governo e questo non è un segnale di democrazia».

Per Sargan, episodi come auto che attraversano i quartieri cristiani, come racconta sia  avvenuto anche a Damasco, con la radio a tutto volume, canti islamici e grida di “Allahu Akbar”, non sono un segnale di rispetto, ma piuttosto «il segno di un clima di intimidazione, in cui le minoranze non si sentono protette».

Sargan, così come Jacklin e Mertin, non ripone fiducia nella “nuova Siria”. L’immagine che il paese proietta all’esterno, sostengono, è in gran parte propaganda, mentre la realtà interna è segnata da difficoltà e paure, ma anche da privazioni e dalla consapevolezza di non poter vivere nella libertà e nella pace che ogni popolo dovrebbe avere.