Pagine Esteri – Le rilevazioni sembrano registrare in Germania un lieve aumento del Pil – che nel 2025, stando all’Ufficio Federale di Statistica Destatis, sarebbe cresciuto dello 0,2% – dopo due anni contrassegnati dalla recessione che nel 2023 ha fatto contrarre la ricchezza prodotta dello 0,9% e nel 2024 dello 0,5%.

Secondo le stime, nel 2026 il Pil potrebbe crescere fino all’1%. Per arrivarci l’esecutivo tedesco – formato dal centrodestra della Cdu e dai socialdemocratici – ha già allentato le tradizionali rigide regole sul debito per poter avviare un massiccio programma di investimenti pubblici nella produzione di armi e nella realizzazione di infrastrutture.

Nei giorni scorsi, poi, dopo aver già dirottato sullo sviluppo dell’industria e delle infrastrutture militari una parte importante dei fondi pubblici precedentemente stanziati per la difesa dell’ambiente e il contrasto al cambiamento climatico, il cancelliere Friedrich Merz ha deciso di cancellare la legge, varata dal precedente governo, che puntava a ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica nell’edilizia. Una nuova legge abolisce ora l’obbligo di usare almeno il 65% di energia ottenuta da fonti rinnovabili al quale erano sottoposte abitazioni residenziali, uffici e stabilimenti industriali.

Come se non bastasse, Merz e i suoi hanno lanciato una vera e propria crociata per costringere i lavoratori tedeschi – che secondo il cancelliere ricorrono troppo al part-time e fanno troppe assenze per malattia – a lavorare di più, aumentando la flessibilità sul lavoro ed eliminando il tetto delle otto ore giornaliere. Un provvedimento di questo tipo è già passato nel settore turistico e verrà presto esteso ad altri comparti. Pur mantenendo il massimo settimanale di 48 ore imposto dalle norme europee, la nuova legge consentirà di lavorare più di otto ore in un solo giorno per adattare i turni ai picchi di produzione e alle esigenze delle imprese.

In attesa di questa e altre “riforme”, comunque, la crisi tedesca sembra tutt’altro che terminata, soprattutto nel settore industriale, che poi è quello trainante.
Secondo un’analisi della società di consulenza EY, infatti, nel 2025 il comparto industriale ha subito un netto calo dei ricavi e la perdita di 124 mila posti di lavoro. Il settore più colpito è stato indubbiamente quello automobilistico, che ha perso 50 mila occupati. Se si allunga un po’ lo sguardo, la crisi dell’industria tedesca appare ancora più grave e strutturale: dal 2019 ad oggi, afferma EY, l’occupazione nel comparto è diminuita del 5% causando la perdita di 266 mila posti di lavoro. Nel settore dell’automotive, però, si tratta di un vero e proprio crollo, con 111 mila occupati in meno, il 13% del totale.
Nonostante il seppur timido ritorno alla crescita, gli analisti prevedono che l’occupazione nel settore industriale continui a diminuire anche nell’anno in corso. A gennaio la direzione del colosso industriale tedesco Bosch ha confermato la volontà di tagliare fino a 20 mila posti di lavoro. A gennaio il tasso di disoccupazione è salito al 6,6%, il più alto degli ultimi 12 anni; i senza lavoro hanno superato quota tre milioni.

Le cause della crisi, d’altronde, persistono: da un parte la rottura dell’alleanza energetica con la Russia ha causato un netto aumento dei costi energetici per le imprese, con il conseguente aumento del prezzo dei prodotti e il calo dei ricavi. L’aumento dei costi energetici e l’inflazione hanno anche diminuito il potere d’acquisto del mercato interno, con il conseguente indebolimento della domanda.
L’aumento dei costi rende la produzione tedesca meno competitiva sui mercati interni e internazionali, e Berlino soffre soprattutto la concorrenza cinese. Pechino sta rapidamente rafforzando le proprie esportazioni in Europa in diversi settori, soprattutto in quelli automobilistico e tecnologico; i veicoli cinesi, soprattutto quelli elettrici, conquistano crescenti quote di mercato causando una contrazione delle vendite della produzione tedesca.
Sul fronte opposto, la Cina acquista da Berlino sempre meno prodotti chimici e attrezzature industriali, mentre i dazi imposti dall’amministrazione Trump rendono meno appetibile la produzione tedesca nell’importante mercato statunitense.

L’industria tedesca, e in alcuni casi anche i sindacati, chiede al governo un atteggiamento più deciso contro la concorrenza cinese, con l’imposizione di tariffe aggiuntive sui prodotti importati e il varo di norme a difesa della produzione nazionale.
Il governo si dice sempre più preoccupato anche dalla estrema dipendenza dell’industria tedesca dalla Cina anche per l’importazione di materiali essenziali per la realizzazione di produzioni strategiche, dalle batterie per i veicoli elettrici ai caccia da combattimento.

La verità è che Berlino teme sempre di più Pechino, ma non può farne a meno, soprattutto se vuole rintuzzare la minaccia proveniente da ovest. «La Cina è diventata una delle grandi potenze. La nostra politica nei confronti di Pechino deve tenerne conto» ha detto Merz martedì prima di partire per uno storico viaggio di due giorni nel gigante asiatico.

Il difficile compito di Merz è assicurarsi le forniture di materie prime indispensabili alla propria industria, ma all’interno di una relazione economica con la Cina più equilibrata. Il deficit commerciale con Pechino ha infatti raggiunto la quota record di 90 miliardi di euro, configurando una situazione che gli analisti definiscono allarmante.


La Germania, e l’Unione Europea in generale, sta intanto cercando di ampliare la cooperazione economica e commerciale con varie aree del mondo, nel tentativo di bypassare le barriere tariffarie imposte da Washington.
Grazie alla spinta del Canada – alle prese non solo con i dazi ma anche con le minacce dirette della Casa Bianca – Bruxelles cerca di rafforzare le relazioni commerciali con il blocco del “
Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership” (CPTPP), un accordo tra numerosi paesi dell’area Asia-Pacifico come Giappone, Canada, Messico, Malesia, Australia, Nuova Zelanda e Singapore.

Inoltre la spinta a diversificare le relazioni commerciali ha condotto negli ultimi mesi Bruxelles a concludere accordi commerciali da una parte con il Mercosur latinoamericano e dall’altra con India e Indonesia, mentre la Commissione Europea ha rinnovato l’accordo con il Messico e ripreso, dopo un lungo stallo, i negoziati con l’Australia.

Nel frattempo, mentre le relazioni transatlantiche si inaspriscono, i governi e le imprese europee stanno tentando di ridurre la loro dipendenza dalla tecnologia e dalle forniture energetiche degli Stati Uniti.
E così, ad esempio, il governo francese e quello tedesco stanno progettando di vietare ai dipendenti pubblici l’utilizzo di software statunitensi per realizzare videoconferenze come Google Meet, Zoom e Teams. Al World Economic Forum di Davos di fine gennaio, poi, l’imprenditrice tedesca Anna Zeiter ha annunciato il prossimo lancio di una piattaforma di social media basata in Europa chiamata W, che potrebbe contendere milioni di utenti a X di Elon Musk.

Anche i sistemi di pagamento statunitensi, come Mastercard e Visa, sono sotto esame. Per molti un’alternativa può essere rappresentata dall’euro digitale, che la Banca Centrale Europea si prepara ad emettere nel 2029 allo scopo di fornire un mezzo di pagamento sovrano paneuropeo. In Germania intanto molti politici lanciano l’allarme sulle 1236 tonnellate di oro che Berlino conserva presso la Federal Reserve di New York, un luogo che da questa parte dell’Atlantico non appare più tanto sicuro.

Sul fronte energetico l’alternativa è assai più complicata, soprattutto dopo che dal 2022 i governi europei hanno subito da Washington l’interruzione delle forniture di idrocarburi a basso costo provenienti dalla Federazione Russa e il forte incremento delle importazioni di gas proveniente dagli States e assai più caro.

Le minacce statunitensi sulla Groenlandia hanno rafforzato in Europa la preoccupazione sul fatto che una dipendenza venga sostituita da un’altra altrettanto rischiosa, ha fatto notare il Commissario europeo per l’Energia Dan Jørgensen, secondo il quale Bruxelles sta già intensificando gli sforzi per diversificare gli approvvigionamenti intavolando trattative con Canada, Qatar, Algeria e altri possibili fornitori. Allo scopo Merz ha compiuto un viaggio di tre giorni nella penisola arabica per cercare di ridurre la crescente dipendenza del suo paese dal gas naturale liquefatto (GNL) statunitense, che ha sostituito il gas russo che fino al 2022 affluiva attraverso il Nord Stream, distrutto dalle esplosioni provocate da un commando ucraino.

Secondo Berlino, nel 2025 ben il 96% del GNL importato proveniva da Washington. Sebbene tale quota rappresenti solo un decimo delle importazioni totali di gas in Germania, essa è destinata ad aumentare notevolmente nei prossimi anni, anche perché l’UE ha accettato di acquistare energia dagli Stati Uniti per un valore di 750 miliardi di dollari entro il 2028, nel tentativo di convincere Trump a non esagerare con i dazi.

Nel 2025 il GNL statunitense rappresentava più di un quarto delle importazioni di gas naturale del blocco europeo, ed entro il 2030 raggiungerà il 40%. La nuova “strategia di sicurezza nazionale” dell’amministrazione Trump promette esplicitamente di utilizzare il “dominio americano” nel settore del petrolio, del gas, del carbone e dell’energia nucleare per “proiettare potere” a livello globale, suscitando in Europa il timore che gli Stati Uniti utilizzino le esportazioni di energia per aumentare il proprio controllo sull’UE.

Viaggiando in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi, Merz ha parlato dei rischi insiti in quella che ha definito la “nuova e pericolosa era delle grandi potenze”, all’interno della quale gli Stati Uniti non rappresentano più un partner affidabile. Di qui la necessità per i paesi europei, ha spiegato il cancelliere, di realizzare il proprio modello di hard power per non essere soggetti alla coercizione da parte di potenze superiori.

«Se vogliamo tornare a essere presi sul serio, dovremo imparare il linguaggio della politica di potenza», ha affermato il leader della Cdu.
Ma gli Stati Uniti rimangono di gran lunga il principale partner commerciale dell’Europa e ci vorranno anni prima che l’UE si liberi della dipendenza tecnologica ed energetica statunitense, per non parlare di quella militare.

Con il rischio che nella sua corsa all’indipendenza l’Unione Europea non si ispiri proprio a quella politica di potenza che oggi, vaso di coccio tra i vasi di ferro, rimprovera agli Stati Uniti e agli altri blocchi geopolitici dominanti. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria