Mentre i riflettori della diplomazia internazionale sono puntati sul nuovo fronte di guerra tra Israele-Usa e l’Iran, nella Striscia di Gaza si sta consumando una catastrofe umanitaria che rappresenta una nuova punizione collettiva. Con una decisione unilaterale, giustificata ufficialmente con l’invocazione dello “stato di emergenza nazionale” e per non meglio precisati “motivi di sicurezza” dopo l’attacco a Teheran, il governo israeliano ha sigillato ogni via d’accesso all’enclave palestinese. Questa morsa di ferro ha interrotto istantaneamente il flusso di cibo, acqua e carburante, lasciando due milioni di persone — già stremate da anni di conflitto e privazioni — nell’abisso di una nuova, e forse definitiva, carestia. Gaza sta esaurendo rapidamente le sue limitate forniture di carburante, mettendo a rischio l’operatività degli ospedali e dei servizi idrici e igienico-sanitari.
L’apparato burocratico e militare israeliano, attraverso il Cogat, ha provato a minimizzare l’impatto di questa scelta, dichiarando che i valichi devono rimanere chiusi per garantire la “sicurezza” del personale israeliano che li pattuglia. L’organismo ha sostenuto che le scorte interne sarebbero sufficienti per un “periodo prolungato”, fingendo di ignorare i disperati appelli delle Nazioni Unite e delle ONG che operano nel territorio.
Proprio oggi, il Cogat ha fatto sapere che domani, mercoledì, potrebbe “consentire” la riapertura parziale del solo valico di Kerem Shalom per permettere il passaggio di un flusso minimo di viveri. Tuttavia, questa misura appare come una goccia in un oceano di necessità: gli operatori umanitari avvertono che il cibo fresco finirà entro una settimana e la farina per i panifici entro dieci giorni. Organizzazioni come World Central Kitchen hanno già dichiarato che, senza forniture quotidiane, esauriranno i pasti entro pochi giorni. La sola notizia della chiusura ha fatto esplodere i prezzi: il costo di un sacco di farina è già triplicato, passando da 30 a 100 shekel, mentre beni come zucchero, olio e pannolini sono diventati inaccessibili per la maggior parte delle famiglie, che hanno perso tutto durante i bombardamenti. Domenica, all’ospedale dei Martiri di Al-Aqsa, la malnutrizione ha già ucciso Waseem Hamouda, di un anno, e Sanad al-Sharif, una neonata di appena due mesi.
Oltre all’assedio fisico di Gaza, Israele ha imposto un assedio simbolico e religioso al cuore di Gerusalemme Est. Per il terzo giorno consecutivo, durante il mese sacro del Ramadan, la Moschea di al-Aqsa è rimasta chiusa ai fedeli musulmani. Una violazione definita “senza precedenti” e una “dichiarazione di guerra” alla libertà di culto. Secondo lo Sheikh Ikrima Sabri, questa chiusura ingiustificata usa il pretesto della sicurezza per svuotare il sito e consolidare il controllo di Tel Aviv, esautorando il Waqf islamico. La situazione all’interno del complesso è descritta come disperata: ai pochi custodi rimasti è stato persino vietato di ricevere cibo per interrompere il digiuno serale, mentre circa 1.000 residenti, inclusi imam e dipendenti religiosi, sono stati colpiti da ordini di allontanamento.
Mentre Gaza muore di fame e Gerusalemme è blindata, in Cisgiordania si sono scatenate le bande paramilitari dei coloni illegali. Approfittando della chiusura dei checkpoint che isola i villaggi palestinesi e impedisce persino il passaggio delle ambulanze, i coloni hanno lanciato un brutale attacco nel villaggio di Qaryut, a sud di Nablus. In quello che è stato descritto come un vero e proprio “tiro a segno”, sono stati uccisi due fratelli: Muhammad Taha Mu’ammar, 52 anni, centrato da un proiettile alla testa da una distanza di soli cinque metri mentre cercava di difendere la sua proprietà, e Fahim Taha Mu’ammar, 48 anni, colpito mortalmente al bacino e al volto. Testimoni oculari e paramedici hanno riferito che i soldati israeliani presenti sul posto non solo non sono intervenuti per fermare i coloni, ma hanno utilizzato gas lacrimogeni contro i palestinesi che tentavano di reagire al raid. Questo ennesimo episodio di violenza, parte di una strategia di annessione de facto, conferma ancora una volta che lo “stato di emergenza” è utilizzato come schermo dietro cui consumare un’offensiva totale contro l’intero popolo palestinese e tutti i suoi più basilari diritti. Pagine Esteri
















