L’Est della Repubblica Democratica del Congo continua ad essere un (esteso) territorio pericoloso, non pacificato, alla mercè di milizie armate spietate e senza regole.

Chi non si adegua alle imposizioni degli ultimi arrivati (i miliziani dell’M23 ancora saldamente al potere) finisce facilmente alla gogna. O sparisce dalla circolazione. Come sta accadendo a diversi giovani attivisti uccisi dalle milizie armate perché si sono rifiutati di arruolarsi nelle loro file, o perché hanno denunciato abusi e violenze nei villaggi. Ma se dal punto di vista del cessate-il-fuoco e della protezione dei civili la guerra prosegue, qualcosa si sta muovendo sul versante della proprietà mineraria nel Sud Kivu.

Movimenti che aprono scenari di avvicendamento societario neo-coloniale nella direzione illustrata (ed auspicata) da Donald Trump. Interessanti “new entry” nel panorama della proprietà dei siti minerari auriferi sono state intercettate nella zona di Mwenga, nel Sud Kivu ricco di oro, coltan e cobalto.

Così come si intravede l’ombra (nera) dei contractors americani di Erik Prince ad Uvira, la città del Nord Kivu “liberata” dall’M23 con squilli di tromba a gennaio scorso. Ma andiamo con ordine. La formula minerals-for-security dettata da Trump con gli accordi di pace siglati a Washington il 5 dicembre, prevedeva chiaramente l’introduzione di paramilitari pagati dagli Stati Uniti a protezione di alcuni siti strategici (la cosiddetta security) in cambio dell’accesso ad intere miniere (di oro, rame, coltan e terre rare) da parte di società americane o strettamente collegate ad esse.

Ed esattamente qui si colloca la presenza ad Uvira di paramilitari privati che fanno capo al magnate americano Erik Prince e alla sua ex società di contractors Blackwater, posizionati ad Uvira, come conferma la Reuters.

Questi mercenari sono arrivati per mettere in sicurezza le miniere e sciogliere alcuni nodi fiscali relativi alle proprietà societarie. Anche il Guardian conferma che gli uomini di Prince sarebbero posizionati attorno a «Kolwezi e Kisangani, nelle province di Lualaba (nell’ex Katanga) e Tshopo, zona forestale nord-orientale». In parallelo, dice Reuters, i contractors lavorerebbero in «coordinamento con dei consiglieri israeliani» utilizzati per la formazione militare dei congolesi.

E già questa introduzione di paramilitari pagati da Trump per garantire l’accesso alle miniere, la dice lunga su chi siano i nuovi padroni nell’est del Congo.

Ma non finisce qui perché anche nelle miniere d’oro di Mwanga, sempre nel Sud Kivu, accade qualcosa di decisivo e sorprendente per chi da anni non ha altri interlocutori che i cinesi. «Gli imprenditori e i padroni cinesi stanno lasciando la zona», raccontano fonti locali legate alla Chiesa cattolica.

«Lo vediamo con i nostri occhi, così come vediamo i nuovi dirigenti subentrare: ci siamo incontrati con loro».

Che sia un movimento tutto interno e societario, magari pregresso, o invece frutto dell’accordo di pace e della formula minerals-for-security è prematuro per dirlo. Ma certamente c’è un avvicendamento tra vecchi e nuovi “padroni”.

Al posto delle sei società che fanno capo a Pechino, tra cui la Yellowstone, è subentrato per ora il gruppo Strategos Mining & Exploration, a maggioranza congolese e capitale misto canadese.

La multinazionale si occupa del recupero e della riattivazione di precedenti asset minerari, in questo caso ceduti dalla società canadese Banro.

La fonte interna racconta alcune circostanze inquietanti relativamente a questa “cacciata” dei rappresentanti di Pechino: «a seguito di bombardamenti su siti minerari occupati illegalmente da compagnie cinesi, diversi cittadini cinesi sono morti». E ancora: «l’ambasciatore di Pechino in RDC ha fatto partire tutti i suoi connazionali dal sud Kivu. E questo ha permesso alla compagnia Strategos, legittima proprietaria dei diritti di sfruttamento minerario nel territorio di Mwenga di venire a Kitutu per cominciare a prendere possesso delle proprie miniere e contatto con la popolazione e le autorità locali».

Il 25 febbraio scorso, in effetti, «c’è stato un incontro tra i rappresentanti di Strategos e i portavoce della società civile e delle famiglie delle vittime delle miniere d’oro, compresa Advem. A noi è parso che Strategos sia intenzionata a ripristinare la legalità», conferma un sacerdote del villaggio di Kitutu.

Per anni le aziende a capitale cinese BM Global Business, Congo Blueant Minéral, Oriental Ressources Congo, Yellow Stone e Water Ressources, New Oriental Mineral e Regal Mining sono state oggetto di dure accuse da parte degli attivisti locali, per essersi rifiutate di pagare i risarcimenti per tutti coloro che hanno perso la vita in miniera o che sono stati feriti per via di crolli e insicurezza sul lavoro. «Lo stoccaggio di idrocarburi e l’uso di prodotti chimici, come mercurio e cianuro per estrarre l’oro, sono fortemente tossici», si leggeva in un rapporto firmato da Flan International ed ong locali. Nel 2022, stanchi di subire, l’attivista Félicien Myaka e le famiglie di chi ha perso la vita in miniera, avevano creato Advem. Adesso sorgono altri inquietanti dubbi e si attende che i nuovi proprietari (che poi sono gli antichi proprietari delle miniere d’oro) diano qualche segnale di maggior apertura nei confronti dei minatori costretti a calarsi nella terra per cercare l’oro. Tutto resta sospeso nel vuoto, al momento, ma si riaccende anche la speranza degli abitanti dei villaggi di Mwenga: «sebbene la paura che anche Strategos faccia i propri interessi, riteniamo comunque (soprattutto questo credono i membri dei Advem) che questa opportunità vada presa.

Abbiamo ospitato i membri di Strategos da noi in parrocchia, a Kitutu, abbiamo parlato chiaramente con loro e ora aspettiamo le loro mosse per vedere se veramente si impegneranno secondo la legge a tutelare l’ambiente e i diritti della popolazione locale». Il timore sempre in agguato, dietro questi importanti movimenti societari, è che il destino della gente del Sud e Nord Kivu sia segnato: e che la pace di Trump altro non sia che la sostituzione di precedenti colonizzatori (le società asiatiche e diverse società europee) con altri colonizzatori: gli americani che hanno puntato da tempo alle terre rare africane.