Mentre gli occhi del mondo sono concentrati sull’offensiva condotta da USA e Israele sull’Iran, un altro conflitto altrettanto giovane infuria più a est e, come tutte le guerre, fa strage di civili. Appena due giorni prima che Trump e Netanyahu dichiarassero guerra a Teheran, infatti, il 26 febbraio scorso l’escalation tra Kabul e Islamabad esplodeva in un vero e proprio scontro. Da quel giorno, i raid attraverso il confine tra i due Paesi sono andati avanti, e lo stesso ha fatto anche il contatore delle vittime.
È di venerdì 13 marzo la notizia, diramata dal Ministero dell’Informazione Federale del Pakistan, dell’uccisione di 663 afghani talebani e del ferimento di almeno 887 altri uomini armati. Si tratta dell’ultima operazione di quella che Islamabad ha battezzato Ghazab Lil Haq (“Ira per la Giustizia”), l’offensiva che dovrebbe punire l’Afghanistan per non aver contrastato e anzi per aver lungamente protetto, secondo Islamabad, i Talebani pakistani. La loro formazione estremista, nota come TTP (Tehrik-i-taliban Pakistan), che avrebbe sedi clandestine in territorio afghano, negli ultimi anni con frequenza crescente ha compiuto ripetuti attacchi terroristici in Pakistan, muovendosi attraverso le maglie larghe di una frontiera scarsamente controllata.
La condizione del Pakistan per avviare delle trattative di cessate il fuoco, secondo quanto affermato dal portavoce del Ministero degli Affari Esteri Tahir Andrabi, è che il governo talebano offra “garanzie” che il territorio afghano non verrà più utilizzato dai terroristi per preparare e portare avanti attività contro il governo di Islamabad. In assenza di queste, il conflitto proseguirà.
A proposito del più recente successo militare, il Ministro dell’Informazione Tarar ha dichiarato che i raid pakistani avrebbero inoltre distrutto 249 check point afghani, 224 carri armati e 70 infrastrutture militari. Sarebbe stato inoltre bombardato il deposito di carburante di una compagnia aerea privata, Kam Air, nei pressi dell’aeroporto di Kandahar. “Sono stati colpiti i terroristi e la loro infrastruttura di supporto nelle province di Kabul, Paktia e Kandahar con attacchi aerei mirati”, ha dichiarato.
Le vittime civili – Mentre il portavoce del Ministero degli Esteri pakistano dichiara che le operazioni militari lanciate da Islamabad sono “mirate con la dovuta diligenza, secondo il principio di un accertamento rigoroso che nessun civile venga ferito”, le fonti del fronte afghano parlano di un numero di vittime tra i civili in costante aumento.
L’attacco più recente sarebbe avvenuto nella notte del 15 marzo, nella provincia di Kunar e a sud della provincia di Kandahar, in aree popolate da civili. A Kandahar, un raid pakistano avrebbe colpito una clinica di riabilitazione per tossicodipendenti. Un attacco che non avrebbe fatto “casualties”, vittime civili, ma che dimostrerebbe, come denunciato dal governo afghano, i target non militari dell’offensiva del Pakistan.
“Il Pakistan ha di nuovo violato lo spazio aereo afghano”, ha commentato Zabihullah Mujahid, portavoce dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan la mattina del 15 marzo. “Un attacco ha colpito un ospedale per tossicodipendenti dove ci sono pazienti che ricevono terapie. È un edificio civile. Non ci sono state vittime ma una parte dell’edificio è stato distrutto. Il secondo attacco aereo ha colpito un container vuoto (…) Non so cosa credevano che fosse”, e ha aggiunto che questi raid contro “posti comuni sui quali sono state lanciate bombe” avranno delle conseguenze.
In un raid di giovedì scorso, nel villaggio di Sadqo nella provincia di Khost, alcune tende di famiglie nomadi sarebbero state distrutte e, secondo il portavoce del governo talebano Hamdullah Fitrat, una donna, un uomo e due bambini sarebbero rimasti uccisi. Il numero di vittime da martedì 10 marzo negli scontri sul confine tra i due Paesi sale così a sette civili. Secondo la denuncia di Kabul, il Pakistan starebbe deliberatamente attaccando le abitazioni dei civili con i suoi attacchi aerei notturni.
Lo conferma l’ONU: la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha denunciato che nel solo intervallo compreso tra il 26 febbraio e il 5 marzo scorso, almeno 56 civili avrebbero perso la vita. Tra questi, ci sarebbero 29 bambini. Secondo il bilancio più recente delle Nazioni Unite del 13 marzo scorso, dall’inizio della guerra in Afghanistan almeno 75 civili hanno perso la vita. Non solo: almeno 115.000 afghani a causa del conflitto sono stati finora costretti ad abbandonare le proprie case
La guerra nel cuore della crisi – Il nuovo conflitto con il Pakistan si abbatte su un popolo che sta attraversando una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. E i raid aerei stanno bombardando tende e rifugi di civili che già avevano perso tutto per altri motivi. 25.000 persone che appena sei mesi fa avevano perso la casa a causa del terremoto e si erano rifugiate nella provincia di Kunar, a causa degli attacchi pakistani sono state costrette a ritornare nelle loro regioni di origine, dove non ci sono, però, servizi sufficienti né infrastrutture per accoglierle. Un secondo sfollamento potrebbe interessare anche altri 14.500 afghani, con le stesse modalità.
A causa della guerra, almeno 20 ospedali e centri di soccorso sono stati chiusi, così come molte scuole, e per motivi di sicurezza il World Food Programme (WFP) ha al momento sospeso la distribuzione di cibo. Il danno che queste e altre conseguenze del conflitto con Islamabad potranno generare sulla popolazione è inimmaginabile. In Afghanistan, già 21,9 milioni di persone richiedono assistenza umanitaria, e 17,4 milioni si trovano in una situazione di insicurezza alimentare. 3,7 milioni di bambini sono affetti da malnutrizione acuta.
Oltre a questo, l’Afghanistan deve fare anche i conti con il ritorno dei profughi afghani dai Paesi limitrofi, e con gli effetti del conflitto tra USA, Israele e Iran. Già dal 2023 le politiche iraniane e pakistane avevano spinto, talvolta costretto, molti afghani che si erano rifugiati nei due Paesi a ritornare in territorio afghano. L’attuale conflitto in Iran sta ulteriormente accelerando un disordinato processo di rientro degli afghani della diaspora in un Paese in cui non hanno più niente, e dilaniato da una nuova guerra. Già 110.000 afghani hanno attraversato a ritroso il confine iraniano, ma almeno 4,4 milioni sono ancora ospitati in Iran, almeno 1,4 dei quali senza documenti, e l’ipotesi di un loro ritorno forzato si fa sempre più plausibile – e problematica.
Le conseguenze della guerra sul fronte cosiddetto medio-orientale non risparmiano neanche l’altro attore del conflitto, il Pakistan, che si trova dal canto suo ad affrontare una pesante crisi energetica. Fortemente dipendente dalle importazioni dai Paesi del golfo di petrolio e gas naturale, mentre attacca l’Afghanistan Islamabad ha dovuto adottare nuove misure per affrontare gli effetti della guerra in Iran, che hanno fatto schizzare, come in altre aree del mondo, il prezzo di diesel e benzina del 20%. Il primo ministro Sharif ha varato un pacchetto che prevede addirittura la chiusura delle scuole e la riduzione della settimana lavorativa per ammortizzare gli effetti della crisi dell’energia sull’economia pakistana. E forse, più che la diplomazia, solo l’effetto domino che va dall’Iran alla finanza pakistana potrà qualcosa sulle possibilità di un cessate il fuoco obbligato.
La Cina come mediatrice – All’indomani dello scoppio della guerra, diversi Paesi si erano offerti come mediatori tra Pakistan e Afghanistan. La Russia, ad esempio, ma anche l’Iran, che appena due giorni dopo sarebbe stato attaccato da Stati Uniti e Israele. Così come la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita, anch’essi adesso presi da un conflitto più vicino e cogente. Pechino, dal canto suo, nel frattempo non ha smesso di proporre il suo aiuto per mediare una risoluzione del conflitto tra Kabul e Islamabad. L’inviato speciale cinese per l’Afghanistan continua a muoversi tra le due capitali per incoraggiare il dialogo e il Ministro degli Affari Esteri Wang Yi ha dichiarato che la Cina è pronta ad assistere i due Paesi nel risolvere le loro tensioni.
Gli interessi economici di Pechino sia in Pakistan che in Afghanistan, del resto, obbligano la Repubblica Popolare Cinese a impegnarsi per ristabilire gli equilibri nella regione e a caldeggiare la pace. Con il suo progetto Belt and Road Initiative (BRI) la Cina ha, infatti, un investimento attivo di 65 miliardi di dollari in Pakistan. Ma al tempo stesso ha anche interessi e investimenti nello sfruttamento delle risporse minerarie in Afghanistan, con accordi stipulati anche con il governo de facto talebano, oltre che con i precedenti, per centinaia di milioni di dollari.
Non sono solo gli affari a motivare la Cina. L’instabilità della regione e il crescente potere dei gruppi terroristici hanno già colpito il personale cinese. Come è successo agli operai cinesi in Tajikistan, vicino al confine afghano, che recentemente sono stati vittime di attacchi terroristici, o in Pakistan, nelle provinche di Balochistan e Sindh.
Il 12 marzo scorso, l’inviato speciale della Cina per gli affari afghani, Yue Xiaoyong, vantava meeting con entrambe le parti del conflitto per promuovere “il dialogo e la riconciliazione”, e sugli account ufficiali del Ministro degli Esteri Wang Yi erano comparse parole di ottimismo: “La Cina spera che entrambi i fronti mantengano la calma, conducano delle discussioni faccia a faccia il prima possibile, stabiliscano un cessate il fuoco e risolvano le dispute attraverso il dialogo”.
Sempre sul suo account X, il Ministro aveva aggiunto di aver avuto una conversazione telefonica con il Ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar, confermata da quest’ultimo sul suo profilo. Una chiacchierata che voleva essere un invito a “raggiungere i negoziati il prima possibile”. Era il 12 marzo. Il giorno dopo, il Pakistan celebrava di aver ucciso centinaia di afghani talebani oltre il confine. È difficile immaginare che l’ottimismo di Wang Yi sull’efficacia della sua diplomazia nell’arco di quelle ventiquattro ore si sia preservato intatto.
















