di Caterina Maggi

Pagine Esteri, 16 marzo 2022- In un mondo con il fiato sospeso per le vicissitudini ucraine, c’è un piccolo paese dell’Estremo Oriente che ha cambiato direzione, tornando forse indietro di parecchi anni rispetto alla sua progressione storica e civile. In Corea del Sud, non solo economia emergente ma alleato vitale di Washington nel Pacifico e contro la vicina Pyongyang, il partito conservatore Gungmin-ui him (Potere dei nazionali) guidato da Yoon Suk-yeol ha ottenuto una maggioranza, seppur di misura, alle presidenziali. Una svolta che rischia di segnare una brusca frenata nel progresso sociale che cautamente, e non senza ombre, si era affacciato negli anni della presidenza di Moon Jae-in. La vittoria per Yoon Suk-yeol è arrivata per appena 270 mila voti rispetto al candidato del partito democratico (Moon non avrebbe potuto ricandidarsi per via del vincolo di mandato), segnata anche da uno scarso interesse – entrambi i candidati non godevano di larga popolarità – nonostante i dati dell’affluenza siano stati positivi: si sarebbe espresso infatti almeno il 77% degli aventi diritto. Tra le tante criticità, che hanno reso difficile una scelta oculata degli elettori, anche la campagna elettorale condotta da ambo le parti come un battibecco da social network: prese in giro, frecciatine e colpi bassi. A pagare probabilmente il partito conservatore è stata la generale insoddisfazione dei giovani coreani verso il governo di Moon, dovuta a una forte crisi occupazionale tra le fasce più giovani della popolazione (con il 5,7% di disoccupati contro una media del 3,9%) e a continue accuse di corruzione. Le prime mosse del nuovo governo però – come l’annuncio di voler abolire il Ministero per le pari opportunità e la famiglia – fanno intendere che il peggio deve ancora venire. E danno uno spaccato abbastanza inquietante della società sudcoreana. Società che d’altronde, già al suo interno, è profondamente divisa, quasi bipolare.



Prendiamo ad esempio il k-pop. Fenomeno musicale internazionale che ha conquistato fan in tutto il mondo, poggia sulle spalle di boy e girl band di giovanissimi, che sempre più spesso per altro sposano le cause delle loro generazioni (Generazione Z e Millenials). E qui vengono fuori le prime ombre. Tra accuse di razzismo e appropriazione culturale, bullismo, disturbi alimentari e suicidi di giovani artisti, spiccano al primo posto gli attacchi alle performer più o meno dichiaratesi femministe. Un esempio tra tutti le minacce di morte e gli insulti che in queste ore ha ricevuto Park Yeeun, in arte HA:TFELT. Ex membro delle Wonder Girls, girl band molto popolare nei primi anni 2000, oggi solista, si è spesso schierata a favore dei diritti delle donne, definendosi una femminista e abbracciando tutta una serie di cause, dal gender gap agli abusi. Per questo nelle ultime ore ha ricevuto tonnellate di messaggi sui profili social, sia di hooligans del nuovo presidente (“Yoon Suk Yeol ha vinto però. Ti ho vista in live, sembravi una disabile”) sia di sostenitori del candidato del Partito Democratico Lee Jae-myung (“E’ colpa tua e di quelle come te se Lee ha perso”). Quelli riportati sono i più “soft”. Si nota da subito una trasversale misoginia, tra i dem come tra i conservatori. Non stupisce d’altronde: nonostante la crescita economica esponenziale degli ultimi anni, i paesi dell’Estremo Oriente più ricchi (Giappone e Corea in testa) hanno grossissimi problemi di maschilismo, tanto che secondo il Forum Economico Mondiale (Wef) Seoul si troverebbe al 102° posto nella classifica internazionale del gender gap. Se si parla ad esempio di glass ceiling (il fenomeno per cui alle donne sono preclusi ruoli dirigenziali per ragioni di genere), in Sud Corea le donne rappresentano solo il 15% dei manager e ceo. D’altronde, a lavorare tra le “quote rosa” coreane è il 56%. Che non sarebbe nemmeno una brutta percentuale, non fosse che l’indice base (la sufficienza diciamo) dell’Organizzazione Mondiale per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Oecd) è 59%. Secondo un report governativo del 2019 almeno 8 donne su 10 avevano subito molestie sul luogo di lavoro, soprattutto durante cene aziendali . Mentre il 98% delle violenze domestiche era stato perpetrato contro una donna.

La misoginia nei paesi dell’estremo oriente non è di nuovo corso: le nuove forme sono il naturale proseguimento di messaggi misogini di lunga data, che vedono la donna relegata a figura subalterna, o moglie o cortigiana, comunque secondaria rispetto all’uomo. Le donne celibi sono state spesso dipinte nel folklore orientale come mostruose. E il nuovo immaginario non è tanto diverso. Come si nota sia in molti kdrama che in numerosi video kpop, lo standard di donna coreana è quello di una creatura fatata, dalla pelle bianchissima e dalle fattezze delicate, che mostra un atteggiamento obbediente e trasognato nei confronti dell’uomo. Solo negli ultimi anni hanno preso sempre più piede girl band che inneggiano invece all’auto accettazione, alla diversità, a una figura di donna più complessa e sfaccettata; sulla scia, anche, del successo internazionale del k-pop che ha avvicinato notevolmente i giovani coreani alle istanze delle generazioni occidentali e a temi quali la self-confidence e l’intersezionalità. Ma le e gli idols che portano avanti queste battaglie sono spesso oggetto di stalking e attacchi social. E non sono loro.

In tutto il mondo infatti sta emergendo un fenomeno preoccupante: gli incel (involontariamente celibi) gruppi di maschi solitamente cisgender ed etero che accusano il femminismo di aver reso le donne troppo indipendenti. Secondo alcuni di loro, le donne si “accoppierebbero” solo con maschi molto belli in una sorta di tentativo di “sostituzione eugenetica”. Nelle comunità online di incel, che si raccolgono su social come Telegram, questi temi si intrecciano a razzismo, neofascismo e/o neonazismo, omotransfobia. In Corea e Giappone questo fenomeno si è mescolato a movimenti politici e forme di misoginia millenarie. Nonché a una fortissima pressione sociale sui giovani in generale, da cui derivano ad esempio il terrore del fallimento e l’ossessione per la perfezione del corpo e per la ricchezza, spesso alla radice di diversi suicidi tra i giovanissimi. E il risultato è disastroso. Circa il 77% dei ventenni e il 73% dei trentenni coreani si dichiara “anti femminista” e ritiene che sia in atto un “complotto governativo” per dare alle donne il potere di “bullizzare” gli uomini. Con l’elezione di Yoon questi movimenti hanno toccato il picco del proprio potere.

Durante tutta la campagna elettorale infatti il leader dei conservatori ha spinto l’acceleratore sulla misoginia: ha accusato le femministe di essere la causa del calo della natalità coreano, i centri antiviolenza di trattare gli uomini come “potenziali stupratori”. Il risultato: il 53 % dei giovani uomini nella fascia 20-29 anni ha votato per lui; contro il 39% di donne della stessa età. Ma anche il concorrente non è stato da meno: oltre a uscite simpatizzanti la causa misogina di Lee, il partito democratico si è distinto per diversi casi di molestie sessuali a carico di dirigenti e notabili. Quello che appare, della Corea del Sud di questi seggi, è il volto di un paese molto meno sul pezzo in tema di diritti civili di quanto si pensi. Un paese dove i partiti politici giocano la propria popolarità sul filo delle paure di una società maschile stremata dalla crisi economica che la pandemia ha spinto ancora di più verso isolamento e radicalizzazione (in crescita tra l’altro anche il fenomeno degli hikikomori). E che ha bisogno di un capro espiatorio per sfogare le proprie frustrazioni.