Pagine Esteri – Una nuova guerra sarebbe sul punto di esplodere nel già più che martoriato Corno d’Africa. I segnali e gli allarmi si moltiplicano e gli osservatori assistono preoccupati ad una vera e propria escalation tra Etiopia ed Eritrea, con il rischio che il conflitto si allarghi alla vicina Somalia presa di mira da Israele e dagli Emirati Arabi.

La regione non si è ancora ripresa dalle devastazioni causate dalla cosiddetta “guerra del Tigray” (2020-2022) che ha opposto il Fronte Popolare di Liberazione (TPLF) della regione settentrionale etiope alle forze militari del governo federale di Addis Abeba. Contro il movimento politico e militare tigrino, all’epoca, intervennero con brutalità anche le truppe della confinante Eritrea, paese per decenni in lotta con l’Etiopia per la conquista della sua indipendenza ma poi riappacificatasi con il premier etiope Abiy Ahmed. Le forze eritree e quelle etiopi strinsero una tenaglia attorno alle milizie tigrine che però riuscirono a ripiegare sui monti e a lanciare una potente controffensiva che obbligò Addis Abeba a negoziare.

Il conflitto, terminato con l’accordo di cessate il fuoco firmato da alcune delle parti a Pretoria alla fine del 2022, ha provocato secondo le stime seicentomila vittime e la devastazione dell’economia della regione, seguito da sanguinose scaramucce tra le diverse milizie regionali dell’area e tra queste e le forze federali. Le truppe eritree inviate dal dittatore Isaias Afewerki si sono distinte per brutalità, sia contro i combattenti del Fronte tigrino sia contro la popolazione civile, per non parlare della persecuzione dei profughi eritrei rifugiatisi nella regione per sfuggire alla repressione in patria.

La luna di miele tra Addis Abeba e Asmara, però, è durata poco e ora i due paesi rischiano di entrare di nuovo in collisione diretta. Il detonatore dell’ennesima crisi sarebbe costituito dalla volontà da parte del governo etiope di recuperare a qualsiasi costo uno sbocco sul mare, che il grande paese perse nel 1993 a causa della separazione dell’Eritrea.
Il recupero di uno sbocco sul mare viene presentato come obiettivo irrinunciabile da parte del governo del “Partito della Prosperità”, la formazione nazionalista creata nel 2019 dal Nobel per la pace Abiy Ahmed, scatenando la reazione del regime eritreo.

Secondo Asmara il governo etiope mira a impossessarsi del simbolico e strategico porto di Assab per affrancarsi dalla dipendenza dai servizi navali offerti – che le costa un miliardo di dollari l’anno – da Gibuti e ricostituire una propria proiezione commerciale e militare nel Mar Rosso, definito spesso da Ahmed “il confine naturale dell’Etiopia”.

A sua volta il governo etiope accusa l’Eritrea di mantenere proprie truppe nel nord del Tigray, e denuncia i massacri compiuti da queste ultime durante la guerra con i tigrini, quando però l’esercito di Asmara era alleato delle forze federali etiopi.
Paradossalmente, poi, Addis Abeba accusa Afewerki di tramare con le fazioni più radicali del movimento tigrino contro l’Etiopia, in nome della comune radice culturale e linguistica delle popolazioni che vivono ai due lati della frontiera.

Etiopia ed Eritrea, nelle ultime settimane, si sono più volte accusate di ammassare truppe e armi pesanti mentre il movimento tigrino si sarebbe diviso in vari tronconi, con alcuni – le Tigray Peace Forces (TPF) – che si sono alleati con il governo federale e sarebbero pronte ad attaccare Assab e a impossessarsene per conto di Abiy Ahmed.

In varie occasioni, dall’inizio dell’anno, le milizie dell’ala militare del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray – le Tigray Defence Forces – si sono scontrate sia con le forze federali etiopi sia con le TPF.


La popolazione delle zone interessate è in allarme per i continui spostamenti di truppe e armi. Mentre il governo locale ha chiesto ai cittadini di tenersi pronti a difendere il Tigray qualora l’esercito etiope dovesse aprire le ostilità con l’obiettivo di disarmare le forze combattenti del TPLF, il Ministero della Difesa federale ha dichiarato lo stato di massima allerta ed ha chiesto a migliaia di ufficiali congedati o in pensione di rientrare nell’esercito.

Al rischio di una nuova esplosione della guerra civile all’interno dell’Etiopia e del conflitto tra quest’ultima e l’Eritrea si somma la possibilità, molto concreta, di un coinvolgimento dei paesi limitrofi.

Infatti l’Etiopia è uno dei principali alleati delle “Forze di supporto rapido” (Rsf), che dall’aprile 2023 combattono contro l’esercito sudanese una sanguinosa guerra civile. Alcune settimane fa, un’inchiesta dell’agenzia di stampa “Reuters” ha rivelato l’esistenza di un campo militare nella regione etiope di Benishangul-Gumuz, costruito con il supporto economico e militare degli Emirati Arabi Uniti, per addestrare migliaia di combattenti delle Rsf.

Secondo voci non confermate, a febbraio si sarebbe costituita un’alleanza interstatale ostile ad Addis Abeba, formata dal Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, da varie milizie ribelli etiopi come le Fano e l’Esercito di Liberazione Oromo (Ola), dall’Eritrea e dal governo sudanese presieduto dal generale Abdel Fattah al Burhan.

L’emergere di una possibile alleanza tra Asmara, Khartum e i gruppi ribelli etiopi contro Addis Abeba – che ha negli Emirati il suo principale sponsor regionale – rende lo scenario ancora più preoccupante.

Ma un conflitto regionale dalle conseguenze imprevedibili potrebbe coinvolgere anche la Somalia.

Infatti negli ultimi anni si sono acuite anche le tensioni tra l’Etiopia e la Somalia, dopo che Addis Abeba nel 2024 ha firmato con la regione ribelle somala del Somaliland un Memorandum d’intesa che prevede l’utilizzo del porto di Berbera in cambio del riconoscimento dell’indipendenza dell’ex colonia britannica da Mogadiscio. Ovviamente la Somalia ha reagito con durezza all’intrusione etiope nei propri affari e si è legata sempre di più con la Turchia, che si è impegnata a sviluppare le sue infrastrutture petrolifere e a pattugliare le coste somale per garantirne la sicurezza.

Nel frattempo però anche gli Emirati Arabi Uniti e Israele hanno messo gli occhi sul Somaliland e altre regioni ribelli nel sud della Somalia.

Mentre la penetrazione economica e militare degli Emirati sembra essere stata per ora bloccata dall’intervento dell’Arabia Saudita e del governo somalo, dopo aver riconosciuto a dicembre l’indipendenza del Somaliland da Mogadiscio, Tel Aviv starebbe valutando un accordo militare con le autorità separatiste che potrebbe includere una strategica presenza militare dell’Idf sulle coste del Mar Rosso. L’indiscrezione è stata pubblicata sul sito israeliano “i24News”, secondo cui le trattative continuano mentre Netanyahu continua gli attacchi contro l’Iran e l’occupazione del Libano meridionale. Secondo due funzionari di Hargheisa (la capitale del Somaliland), l’accordo consentirebbe a Israele di utilizzare la propria base sul Mar Rosso per condurre operazioni contro gli Houthi yemeniti. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria