Sul campo spelacchiato di Tal al-Hawa, tra muri crollati e detriti ancora sparsi, il fischio d’inizio ha segnato qualche settimana da qualcosa di più di una partita. Dopo oltre due anni, a Gaza il calcio è tornato. Il primo torneo improvvisato ha visto affrontarsi Jabalia Youth e Al-Sadaqa, seguiti da Beit Hanoun e Al-Shujaiya. Due pareggi, ma nessuna delusione. Gli spettatori, accalcati dietro una recinzione metallica recuperata alla meglio, hanno esultato come se fosse una finale. Ragazzi arrampicati sulle rovine, tamburi improvvisati, occhi puntati su un rettangolo di gioco restituito alla vita.
Youssef Jendiya, 21 anni, viene da Jabalia, una delle aree più devastate e spopolate. “Confuso. Felice, triste, gioioso”, ha raccontato all’agenzia di stampa Reuters. “La mattina la gente cerca acqua e pane. Ma c’è ancora un momento per giocare e tirare fuori un po’ di gioia”. Poi aggiunge, con una lucidità che pesa: “Arrivi allo stadio sapendo che molti compagni sono morti, feriti o partiti. La gioia è incompleta”.
A mesi dal cessate il fuoco, Gaza resta un territorio sospeso. La ricostruzione è assente. Oltre due milioni di persone sono ammassate lungo la costa, tra tende e edifici danneggiati, dopo gli ordini di evacuazione che hanno svuotato gran parte della Striscia. Dove sorgeva lo stadio Yarmouk, un tempo capace di 9.000 posti, oggi si allineano tende bianche. Il campo è diventato terra battuta per sfollati.
Per rendere possibile il torneo, la federazione locale ha rimosso macerie, ripulito il sintetico, eretto una recinzione. Un gesto minimo, ma carico di significato. “Scendendo in campo abbiamo lanciato un messaggio”, dice Amjad Abu Awda del Beit Hanoun. “Non importa la distruzione. Continuiamo a vivere”.
Eppure, mentre a Gaza si gioca tra le rovine, ai vertici del calcio mondiale si consuma una controversia sempre più profonda. La FIFA e la UEFA sono sotto pressione per il loro rapporto con Israele. La decisione recente della FIFA di non sanzionare i club israeliani con sede negli insediamenti in Cisgiordania ha sollevato critiche dure. Il comitato interno ha definito lo status del territorio “irrisolto”, ignorando però le conclusioni della Corte internazionale di giustizia e le risoluzioni ONU che considerano illegali quegli insediamenti.
Per la giornalista Nima Roodsari, si tratta di “un nuovo punto più basso”. Ancora più esplicita Leyla Hamed: parlare di “territorio conteso” significa normalizzare l’occupazione. E la multa inflitta alla federazione israeliana, circa 150.000 franchi, appare a molti come un gesto simbolico, incapace di incidere.
Sul piano legale, la posta in gioco è ancora più alta. A febbraio, diverse organizzazioni per i diritti umani hanno presentato un ricorso alla Corte penale internazionale contro i presidenti di FIFA e UEFA, Gianni Infantino e Aleksander Čeferin. L’accusa è grave: complicità in crimini di guerra e contro l’umanità, legata al sostegno implicito ai club degli insediamenti coloniali israeliani nella Cisgiordania occupata. Secondo i ricorrenti, permettere a queste squadre di competere equivale a legittimare l’occupazione e favorire pratiche discriminatorie.
Il confronto con la sospensione della Russia nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, alimenta accuse di doppio standard. “Fin dal primo giorno erano consapevoli delle violazioni”, afferma uno degli avvocati coinvolti, sottolineando anni di inerzia.
Intanto, mentre si discute nei tribunali, la realtà sul terreno resta drammatica. Dall’ottobre 2023, quasi 300 impianti sportivi sono stati distrutti e circa mille atleti uccisi tra Gaza e Cisgiordania. Nove dei dieci stadi della Striscia sono stati colpiti, così come la quasi totalità dei club. Tra le vittime, figure simbolo come Mohamed Barakat e Suliman Al-Obeid. Accademie cancellate, allenatori uccisi, giocatori arrestati.
Ahmed Hamad, portiere di Beit Hanoun, racconta la fine di una carriera appena iniziata: “Ero vicino alla nazionale. Ora non è rimasto nulla. La mia squadra, lo stadio, la mia città: tutto distrutto”. Le sue parole restituiscono la misura di una perdita che non è solo sportiva, ma sociale e culturale.
In questo contesto, il piano da 75 milioni di dollari annunciato dalla FIFA per ricostruire infrastrutture sportive a Gaza suscita scetticismo. Presentato accanto al “Consiglio per la Pace” promosso da Donald Trump, prevede nuovi campi e uno stadio nazionale. Ma per molti attivisti è un’operazione di immagine, uno “sportwashing” che rischia di cancellare la memoria dei luoghi distrutti senza affrontarne le cause.
“Lo sport è uno strumento potente”, afferma Rebecca O’Keeffe di Irish Sports for Palestine. “Ma qui viene usato per coprire le responsabilità”. Crescono anche gli appelli al boicottaggio dei Mondiali 2026, che si giocheranno tra Stati Uniti, Canada e Messico.















