Ogni giorno, dai 6 ai 10 pazienti di Gaza muoiono mentre aspettano di poter uscire attraverso il valico di Rafah e ricevere un trattamento medico fuori dalla Striscia, dove persino le cure primarie non sono più garantite per l’assenza di risorse. Dai 6 ai 10 pazienti – tra loro molti bambini – muoiono quotidianamente per patologie croniche o congenite curabili all’estero. I numeri forniti da Zaher al Wahedi, direttore del dipartimento dell’informazione del ministero della sanità di Gaza, raccontano uno stillicidio continuo e silenzioso.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, almeno 20.000 persone necessitano di uscire dalla Striscia per ricevere cure definite “urgenti”. Dal 7 maggio 2024, quando il controllo del valico è stato definitivamente preso da Israele, ad oggi, almeno 1.400 persone sono morte nell’attesa di ottenere un visto di uscita dalla Striscia. Da quella data, solo 3.000 pazienti sono riusciti a uscire, godendo delle temporanee aperture a singhiozzo concesse in due anni da Israele. Gli altri sono ancora fermi, con medicine salvavita che scarseggiano per pazienti diabetici e cardiopatici, con tumori che avanzano e vanno in metastasi, con patologie genetiche che richiederebbero interventi chirurgici urgenti. 

Ogni ora potrebbe essere preziosa per questi pazienti. Sempre secondo quanto riportato da Zaher al Wahedi, sono 195 i casi identificati “a rischio”: le loro condizioni potrebbero deteriorare e portare al decesso nell’arco di poche ore se non evacuate. Ci sono poi i bambini: oltre 4.000. I pazienti oncologici sono altri 4.000. 

Il 2 febbraio scorso, per la prima volta da maggio 2024, Israele aveva riaperto parzialmente il valico ai pazienti. Trasferimenti contingentati, circa una ventina di persone al giorno ottenevano il permesso di partire dopo lunghe ore di attesa in sale affollate, giacendo su carrozzine di fortuna o sul pavimento, circondati da familiari ansiosi e pesanti cartelle cliniche tenute bene strette. Un numero irrisorio, a fronte delle centinaia uscite giornaliere necessarie a salvare la vita alle migliaia di persone da curare fuori. Per mettere al sicuro nell’arco di sei mesi i pazienti bloccati, sarebbe stato necessario farne uscire ogni giorno un numero tra 200 e 400. 490 è, invece, il numero totale dei pazienti evacuati nel solo mese di febbraio. 

Poi la guerra con l’Iran ha fornito un nuovo pretesto per chiudere ancora una volta il confine, per motivi di sicurezza. La guerra tra Usa, Israele e Iran si è abbattuta, ad esempio, sulla vita di Alma, cinque mesi e attaccata a un respiratore. La sua storia è raccontata su Al Jazeera da Maram Humaid. La sua famiglia era stata contattata proprio il giorno prima che Trump dichiarasse guerra a Teheran per ricevere la notizia più attesa di tutte: l’1 marzo avrebbero potuto lasciare Gaza. Nel polmone di Alma, infatti, una cisti congenita continua a crescere, e senza un intervento chirurgico la bambina continua a dipendere dall’ossigeno, in condizioni cliniche sempre meno “rassicuranti”, come dice la mamma. Il 28 febbraio, però, Israele ha chiuso di nuovo il valico, “per motivi di sicurezza”. Alma è rimasta bloccata a Gaza, insieme a migliaia di altri bambini. La sua foto mostra un viso troppo pallido, troppo piccolo per una bambina della sua età, dietro alle nasocannule. Non è possibile sapere cosa è stato di lei nel frattempo. 

Il valico con l’Egitto è stato di nuovo aperto il 19 marzo, dopo una chiusura di quasi tre settimane. Quel giorno stesso, in una corsa contro il tempo, la Mezzaluna Rossa palestinese ha riferito che appena 25 Gazawi sono riusciti a uscire: 8 pazienti necessitanti cure urgenti e i loro accompagnatori. Migliaia di pazienti continuano ad aspettare in questi giorni: telefonino alla mano, referti medici e borsa pronti, e una speranza di cure e di vita che si accorcia ogni giorno. 

Nel frattempo, la riapertura del 19 marzo annunciata da Israele inizia, alla spicciolata e sempre sotto il benestare dell’occupante, a concedere flussi di ritorno. Per quei pochi pazienti curati all’estero, ad esempio, e non solo. Attraversano Rafah e un checkpoint sorto da poco, con un nome ebraico, Regavim: un chiaro segnale che il controllo di Israele nella Striscia è ormai affermato e la colonizzazione si è stabilita con tutti i suoi simboli e i suoi nomi. 

Sono tornati in queste ore, ad esempio, sedici bambini nati prematuri a Gaza che nel novembre del 2023, sotto i bombardamenti israeliani, erano stati evacuati verso l’Egitto dall’ospedale Al-Shifa. Quelli portati in Egitto, in incubatrici di fortuna, furono 29. Il numero dei ritornati racconta il destino di quasi la metà di loro. Almeno quattro persero la vita addirittura durante il trasferimento. Adesso le sbarre di Rafah si sono sollevate per fare tornare gli ex prematuri nella loro terra di origine, nei corpi di bambini di due anni che in quella terra bombardata hanno vissuto pochi giorni. Molti di loro non troveranno dei genitori ad attenderli. Come riferisce Emergency, attiva a Gaza con una clinica di assistenza primaria, “In più di due anni di offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza, 47.804 bambini hanno perso il proprio padre. 5.920 hanno perso la propria madre. Altri 2.596 hanno perso entrambi i genitori”. Chi, tra i 16 ex prematuri, avrà la fortuna di trovare dei genitori, non potrà riconoscerli. In quali numeri statistici si può inserire questo trauma?