La chiamano “linea gialla”, ma sul terreno appare come una frontiera mobile tracciata con carri armati, ruspe e droni. Nel sud del Libano, a quattro giorni dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, Israele ha imposto una nuova separazione: a nord di quella linea, decine di villaggi svuotati e migliaia di sfollati a cui è impedito il ritorno, con la minaccia esplicita di essere considerati “obiettivi” se si avvicinano.

A street scene showing damaged buildings and debris, with two cars amidst fallen leaves, as people in safety vests survey the area.
Bombardamento israeliano nell’area di Nabatieh, nel sud del Libano (Foto: fermo immagine da video social)

Estendendosi da est a ovest, la linea di dispiegamento si sviluppa, sulla mappa, per 5-10 chilometri dal confine, all’interno del territorio libanese. Cinque divisioni israeliane per un totale di decine di migliaia di soldati, sono attualmente di stanza nella nuova zona di sicurezza, i cui confini sono simili a quelli della cosiddetta “fascia di sicurezza” occupata da Israele tra il 1978 (alcuni indicano il 1985) e il 2000.

Il modello è già noto, replicato con modalità simili a quanto accaduto nella Striscia di Gaza: il pretesto della sicurezza si traduce in occupazione territoriale permanente e nell’espulsione della popolazione civile. L’esercito israeliano ha diffuso mappe che mostrano l’estensione del proprio dispiegamento nel sud del Libano e preferisce chiamare la zona occupata “area di difesa avanzata”, in un tentativo di prendere le distanze da qualsiasi collegamento al periodo della “fascia di sicurezza” durante il quale si stima che furono uccisi 675 soldati e molte migliaia di combattenti e civili libanesi e palestinesi.

Allo stesso tempo proseguono intimidazioni e minacce israeliane, nonostante il cessate il fuoco scattato la scorsa settimana. Aerei da guerra israeliani continuano a sorvolare a bassa quota l’area di Nabatieh, simulando raid e mantenendo una pressione costante sulla popolazione. L’artiglieria ha tuonato per ore nei villaggi meridionali, di notte come di giorno, mentre i droni pattugliano il territorio. A Bint Jbeil, Khiam, Markaba e Taybeh le forze israeliane stanno conducendo demolizioni sistematiche di abitazioni e infrastrutture civili. Interi isolati vengono rasi al suolo con bulldozer e macchinari pesanti. L’obiettivo dichiarato è creare una “zona di sicurezza” priva di edifici, una fascia vuota che impedisca il ritorno degli abitanti e consolidi la nuova realtà sul terreno.

Street view featuring large posters of a political figure, with mountains in the background and a person walking near vehicles.

Bint Jbeil è il simbolo di questa distruzione pianificata. I carri armati pattugliano ciò che resta delle strade, mentre le demolizioni continuano su edifici già danneggiati. Migliaia di famiglie restano bloccate lontano dalle proprie case, in attesa di capire se la tregua reggerà o se riprenderà l’offensiva israeliana. Gruppi di civili sono riusciti a tornare in alcuni villaggi situati a ridosso della “linea gialla”, ma le forze di occupazione impediscono l’accesso alla maggior parte dei centri a sud. Ieri il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che “qualsiasi struttura che minacci i nostri soldati e qualsiasi strada sospettata di essere piena di esplosivi sarà immediatamente distrutta”. Dietro queste presunte ragioni di sicurezza si cela la volontà di mantenere l’occupazione del Libano del sud, svuotato della sua popolazione.

Oggi Israele ha di nuovo intimato ai residenti del Libano meridionale di non entrare nella fascia di territorio che corre lungo tutto il confine e di non avvicinarsi alla zona del fiume Litani, rafforzando così il suo controllo sul Libano del sud.

A complicare ulteriormente il quadro è l’incidente che ha coinvolto la forza UNIFIL (Onu). Un soldato francese è stato ucciso e altri tre sono rimasti feriti in un attacco avvolto da versioni contrastanti. Parigi accusa Hezbollah, che respinge ogni responsabilità e invita ad attendere i risultati dell’inchiesta libanese


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