La guerra contro l’Iran non ha sortito gli effetti sperati, e Donald Trump cerca ora di uscire dall’impasse dovendo però fare i conti con una opinione pubblica interna sempre più dubbiosa mentre i prezzi della benzina continuano a salire spingendo verso l’alto l’inflazione.
Ma mentre i settori meno abbienti della popolazione statunitense pagano le conseguenze della confusa e aggressiva politica estera della Casa Bianca le esportazioni di petrolio e armi vanno a gonfie vele.

Di fatto, con il blocco e il contro-blocco dello stretto di Hormuz – il primo imposto da Teheran come rappresaglia dopo l’inizio dell’aggressione militare israelo-americana del 28 febbraio, il secondo deciso più recentemente da Washington – gli Stati Uniti hanno fortemente incrementato le proprie esportazioni di idrocarburi. Nelle ultime nove settimane le compagnie petrolifere a stelle e strisce hanno spedito all’estero oltre 250 milioni di barili di petrolio, superando l’Arabia Saudita e consentendo agli Stati Uniti di diventare il primo esportatore globale.

Secondo i dati pubblicati dalla “Energy Information Administration” (EIA) nella settimana conclusasi il 24 aprile, gli Stati Uniti hanno esportato 6,4 milioni di barili al giorno, un dato che rappresenta un record assoluto. Se a queste cifre si sommano i carburanti raffinati, le esportazioni nella settimana in questione hanno superato i 14 barili al giorno.

L’impennata delle esportazioni americane ha in parte calmierato gli effetti globali della minore disponibilità di greggio sui mercati internazionali e naturalmente ha portato nelle casse delle major petrolifere incassi record.

La stessa dinamica si sta ripetendo sul fronte del mercato delle armi, con gli Stati Uniti impegnati a rifornire i propri arsenali, svuotati da settimane di bombardamenti sull’Iran, e quelli dei paesi del Golfo Persico e di Israele.
Venersì scorso la Casa Bianca ha autorizzato vendite di armi ai paesi arabi e a Tel Aviv per un totale di 8,6 miliardi di dollari. Il segretario di Stato, Marco Rubio, ha spiegato che gli accordi sono stati adottati sfruttando una clausola destinata ad affrontare situazioni di emergenza, aggirando così il parere previo del Congresso.
Di fronte alle proteste dei Democratici, che lamentavano l’esautoramento del parlamento, i collaboratori di Trump hanno ricordato che anche l’amministrazione Biden ha fatto ricorso a questo escamotage per inviare armi a Israele durante i primi mesi di bombardamenti a tappeto sulla Striscia di Gaza.
Il pacchetto autorizzato dalla Casa Bianca include soprattutto razzi e lanciamissili indirizzati a Israele, Qatar ed Emirati Arabi, oltre che difese antiaeree destinate ancora al Qatar – che da solo comprerà attrezzature militari per 4 miliardi – e al Kuwait.

Gli affari sono stati incrementati dalla strategia di Trump nel Golfo, ma Washington non potrà sostenere vendite record di petrolio e armi molto a lungo.
Su entrambi i fronti, infatti, gli Stati Uniti devono salvaguardare le proprie scorte, diminuite a causa delle esportazioni record.

Sul fronte delle armi, missili balistici, razzi intercettori e difese antiaeree sono molto costosi da produrre e richiedono periodi lunghi, e Washington non può permettersi di sguarnire eccessivamente i propri arsenali.
Sul fronte petrolifero vale lo stesso discorso, visto che l’aumento record delle esportazioni sta già comprimendo i livelli di riserva interni. A calare non sono stati solo i livelli di petrolio greggio, ma anche le riserve di carburanti raffinati.

Nel frattempo, l’Opec+ – dopo l’annuncio dell’abbandono del consorzio dei paesi produttori da parte degli Emirati Arabi Uniti – ha deciso di aumentare il livello delle forniture. Arabia Saudita, Russia e gli altri cinque paesi membri hanno annunciato, per il mese di giugno, un aumento della produzione di greggio di circa 188mila barili al giorno, in linea con gli incrementi già decisi nei mesi precedenti. Se la situazione nello Stretto di Hormuz non si sbloccherà presto, però, buona parte di questo aumento rimarrà sulla carta, visto che il grosso delle esportazioni passa dal braccio di mare oggetto del braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran.


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