La mostra “Gaza – No Words – See Exhibit”, visitabile dal 9 maggio al 22 novembre 2026 a Palazzo Mora a Venezia, è il risultato di un progetto ideato dal fondatore del PMUS, Faisal Saleh, che mette al centro progetto l’arte del ricamo palestinese — il tatreez — attraverso l’esposizione di 100 pannelli ricamati. Le opere, di dimensioni 80×50 cm, sono state realizzate da donne palestinesi nei campi profughi e nei villaggi di Palestina, Libano e Giordania. Ogni pezzo è composto da 55.000 punti, per un totale di 5,5 milioni di punti, dando vita a un atto collettivo di testimonianza: un elaborato archivio visivo del genocidio israeliano a Gaza dal 2023.
Ancora una volta, le mostre del Palestine Museum US testimoniano la capacità dei palestinesi di ricostruire la propria presenza materiale e culturale di fronte all’aggressione coloniale sionista volta alla pulizia etnica e alla cancellazione della Palestina. Il ricamo delle donne dei campi profughi ha materialmente riprodotto la narrazione della violenza subita dai palestinesi a Gaza. Faisal Saleh, curatore capo della mostra, spiega lo scopo di questo progetto straordinario: “Mettere il mondo di fronte a ciò che ha permesso che accadesse a Gaza dall’ottobre 2023 e chiedere giustizia per le vittime e punizione per i responsabili.”

Attraverso questa produzione materiale si articola una resistenza culturale, e l’esistenza della Palestina si afferma come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, nonostante i vari tentativi di appropriazione da parte di Israele di questo pilastro secolare dell’identità palestinese, tramandato di madre in figlia.
Nel 2024, Faisal Saleh ha annunciato la fusione tra il Palestine Museum US e il Palestine History Tapestry di Oxford, Regno Unito, una collaborazione che ha arricchito la programmazione culturale del museo e ampliato la sua presenza nel Regno Unito. Nel maggio 2025, il PMUS ha aperto la sua prima sede europea internazionale a Edimburgo e, pochi mesi prima, negli Stati Uniti, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, ha inaugurato la mostra “A Stitch in Time”, una straordinaria collezione di arazzi che celebra la resilienza e la tradizione del ricamo delle donne palestinesi.
Il progetto Palestine History Tapestry (PHT) è stato proposto per la prima volta a Londra nel 2012 da Jan Chalmers, che aveva precedentemente lavorato per l’UNRWA a Gaza ed era familiare con l’arte del tatreez. Chalmers riteneva che, attraverso le abilità di ricamo delle donne palestinesi, fosse possibile narrare la storia della terra e del popolo palestinese dal periodo neolitico fino ai giorni nostri. Le opere ricamate della collezione PHT riproducono reperti archeologici, scene e luoghi biblici, documenti, mappe, episodi e figure storiche legate alla storia palestinese. La prima fase del progetto è stata completata nel 2018, in occasione del 70° anniversario della Nakba. Il PHT è stato presentato a Londra l’11 dicembre 2018, anniversario della Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che affermava il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare nelle proprie case o a ricevere un risarcimento. Nel tempo, alla fondatrice Jan Chalmers si sono uniti collaboratori come Jehan Alfarra — giornalista con ampia esperienza presso Middle East Monitor e editor e scrittrice anglo-palestinese — e Ibrahim Muhtadi, designer palestinese che ha lavorato con importanti organizzazioni come il Sulafa Embroidery Center dell’UNRWA e Atfaluna Crafts.

L’idea della mostra “Gaza – No Words – See Exhibit” ha iniziato a prendere forma nel gennaio 2025, quando il ricamo è diventato una nuova risorsa per il Palestine Museum US. In qualità di responsabile di un’istituzione artistica e culturale palestinese, Faisal Saleh si è chiesto come dare visibilità alle scene di genocidio a Gaza. L’arte del tatreez gli è apparsa il mezzo più adatto per creare una narrazione al tempo stesso simbolica e materiale. Saleh mi ha spiegato:
“Questa mostra è anche una risposta ai tentativi di Israele di appropriarsi del ricamo palestinese. Con questa esposizione, i ricami stessi diventano prove dei crimini israeliani a Gaza. Contribuiscono a porre tali crimini sotto esame attraverso uno sforzo artistico senza precedenti rafforzando il valore artistico del tatreez.
I nomi delle ricamatrici — per lo più donne dei campi profughi — compaiono in un contesto artistico internazionale, mettendo in luce le loro competenze, la loro dignità e la loro capacità imprenditoriale.”
Insieme a Jan Chalmers, Jehan Alfarra e Ibrahim Muhtadi, Saleh ha intrapreso un progetto straordinario di ricerca e adattamento. Per circa 16 mesi si sono incontrati settimanalmente per selezionare i soggetti da riprodurre attraverso il tatreez: foto, video e frammenti multimediali che documentano il genocidio a Gaza sono stati raccolti dai social media e dal web, quindi accuratamente elaborati. Una volta selezionati, i soggetti sono stati preparati dal designer Muhtadi, che ha lavorato sulla definizione dei colori, sulla pulizia e vettorializzazione delle immagini, nonché sulla direzione e densità dei punti, per consentire alle ricamatrici di produrre opere il più possibile fedeli alle immagini originali.

Grazie ai contatti sviluppati tramite il PHT, Saleh è riuscito a raggiungere molte ricamatrici, ma per un progetto così ampio aveva bisogno di ulteriori esperte. Per questo si è recato personalmente a Jerash, in Giordania, per incontrare e commissionare il lavoro a tre collettivi di ricamo femminili. Inoltre, ha collaborato e commissionato a un altro collettivo nel sud della Cisgiordania e Inaash Al-Usrah di El-Bireh. Raccontandomi questo, ho ricordato le parole della scrittrice palestinese Sirin Husseini Shahid, che ha dedicato un intero capitolo alle origini e all’esperienza di Inaash (di Beirut) nel suo libro autobiografico Memorie di Gerusalemme[1]
“…Presi allora l’iniziativa di andare ad Amman, dove scoprii che alcuni rifugiati palestinesi stavano effettivamente vendendo i loro costumi. Comprai dieci abiti, provenienti da dieci villaggi diversi, ricamati con i motivi tradizionali caratteristici di ogni località… Tornai a Beirut con i costumi. Noi, dell’Unione delle Donne Palestinesi, fummo assegnate a una stanza nel campo di Beirut vicino all’aeroporto. Quella stanza apparteneva a Umm Ali, il cui figlio era morto martire nella lotta palestinese. Il dolore non aveva sopraffatto la forza di quella donna coraggiosa: chiese solo di aiutarci a portare a termine il nostro progetto…”

Quante delle ricamatrici coinvolte in questo progetto condividono la storia di Umm Ali raccontata da Sirin Husseini Shahid? In questa mostra non si intrecciano solo fili, ma anche storie di memoria collettiva.
Altre ricamatrici si sono unite al progetto del Palestine Museum US da vari villaggi della Cisgiordania — in particolare nell’area tra Ramallah ed Hebron, come Yatta e As-Samu’u — e da campi profughi tra cui Qalandia, Al-Amari e Anata, oltre a Ein El Hilweh in Libano e persino dalla diaspora in Nuova Zelanda. Si tratta di uno sforzo collettivo che rispecchia la geografia imposta dalla Nakba: donne disperse o che vivono sotto occupazione che, attraverso il ricamo, continuano a trasmettere un sapere che è anche una forma di resistenza.
Il legame inscindibile tra arte e ricamo palestinese è stato analizzato nel lavoro di Nabil Anani e Sliman Mansur, tra i più grandi artisti palestinesi, che hanno collaborato per preservare e documentare il tatreez pubblicando “Dalil Fan At-Tatreez Al Filastini”.
Con la mostra “Gaza – No Words – See Exhibit”, questo legame si riafferma in arazzi che riproducono anche opere di artisti noti che hanno già esposto con il Palestine Museum US.

Sotto forma di ricami, i visitatori ammireranno le opere di Mohammad Al Haj (Displacement Cart) e Besan Arafat (Martyrs Counter), entrambi artisti di Gaza; così come Ghassan Abu Laban con We Forgot To Die. L’opera dell’artista Salim Assi, Key Of Return, è stata scelta dal team del progetto come immagine centrale della mostra, simbolo di determinazione e resilienza. L’arazzo finale riproduce l’opera dell’artista Asil Shatila, If I Must Die, ispirata alla poesia di Refaat Alareer: “Se devo morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia…”.
Immagino le donne che hanno ricamato questi pannelli a punto croce, chine sul loro lavoro. Ma sono donne palestinesi, e i loro capi abbassati non significano resa o rassegnazione, bensì lavoro e determinazione. Nessuna ricamatrice palestinese ha chinato il capo: ha imbracciato un ago e dove gli israeliani hanno sparato proiettili e bombe lei ha cucito la memoria. Non è solo un ricamo, è un archivio che sanguina attraverso i fili intrecciati e ogni scena cucita è un documento che nessuna maceria potrà seppellire.
Vorrei concludere questa descrizione della mostra con alcuni versi della poetessa di Gaza Dania Al-Amal Ismail, tradotti in italiano con grande sensibilità da Simone Sibilio e pubblicati su Semicerchio – Rivista di poesia comparata e nella postfazione a La Rosa di Gaza:[2]
Ricamo
Come una rosa, ostinata, resistente all’appassire
Gaza invoca una vita tenace
forse una meraviglia antica,
cresce tra le rovine delle case
e versi d’amore dimenticati fioriscono sulle spalle degli uomini
il mare recita preghiere di devozione ed eternità
Gaza ritornerà,
a ricamare ancora i suoi sogni.
In questo dialogo tra arte tessile e poesia si coglie la forza complessiva del progetto espositivo del Palestine Museum US: non una semplice raccolta di manufatti, ma un dispositivo culturale capace di custodire identità, resistenza, creatività e denuncia. Visitare la mostra significa entrare in questo intreccio profondo, dove ogni ricamo è testimonianza e ogni filo parte di una narrazione più ampia, potente e necessaria.
[1] [1] Sirin Husseini Shahid, Memorie di Gerusalemme, Ed. Q – 2022
[2] La rosa di Gaza a cura di L. Crastolla, L. Cupetino, A. Cannavale – Les Flaneurs Edizioni – 2026




