da un articolo di Ahmed Khalaf Abdallah – Masarat
Pagine Esteri – La Libia continua a muoversi dentro una crisi politica e istituzionale che appare sempre più radicata e difficile da superare. A oltre quindici anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, il paese resta diviso tra governi rivali, milizie armate, interessi economici contrapposti e interferenze regionali e internazionali che trasformano il territorio libico in uno dei principali teatri della competizione geopolitica nel Mediterraneo e nel Nordafrica. Anche la prospettiva delle elezioni presidenziali e parlamentari, che l’Alta Commissione Elettorale Nazionale sosteneva di poter organizzare entro il mese scorso, appare subordinata a ostacoli politici e di sicurezza che molti osservatori giudicano quasi insormontabili.
La crisi ha ormai superato la semplice disputa sul controllo del governo centrale e riflette una frammentazione più profonda dello Stato. La Libia vive infatti una dualità istituzionale permanente. Da una parte il Governo di Unità Nazionale con sede a Tripoli, guidato da Abdul Hamid Dbeibah, che cerca di consolidare la propria posizione attraverso accordi politici ed economici, anche internazionali. Dall’altra il governo parallelo sostenuto dalla Camera dei Rappresentanti nell’est del paese e appoggiato militarmente dalle forze del feldmaresciallo Khalifa Haftar, che continua a rafforzare un sistema autonomo fondato sul controllo militare e amministrativo della Cirenaica e di parte del sud.
Lo scorso marzo Dbeibah ha varato un vasto rimpasto di governo che ha coinvolto dodici ministeri, nel tentativo di ridefinire le alleanze interne alla Libia occidentale e ampliare la propria base di consenso. Parallelamente Haftar e i suoi alleati hanno consolidato la struttura di potere orientale, rafforzando la separazione di fatto tra le due aree del paese. Questa contrapposizione, più che avvicinare le parti a una soluzione negoziata, alimenta una competizione a somma zero in cui ciascun attore teme di perdere influenza politica, economica e militare.
In questo quadro si sono moltiplicati gli sforzi internazionali per rilanciare il processo politico. Tra il 2025 e il 2026 la missione delle Nazioni Unite guidata da Hanna Tetteh ha cercato di costruire una nuova tabella di marcia fondata su tre elementi: definizione di un quadro giuridico per le elezioni, formazione di un’autorità esecutiva unificata e avvio di un dialogo nazionale sulla riconciliazione. Tuttavia il progetto si è scontrato fin dall’inizio con le divisioni tra Camera dei Rappresentanti e Alto Consiglio di Stato, incapaci di accordarsi persino sulla composizione dell’Alta Commissione Elettorale.
Lo stesso Dbeibah ha lanciato un appello per un dialogo nazionale che conduca alle elezioni e alla fine della divisione politica, insistendo sul fatto che il suo governo non lascerà il potere se non attraverso un voto popolare. Ma le forze rivali guardano con forte sospetto a questa posizione, interpretandola come un tentativo di consolidare la propria legittimità attraverso il controllo delle istituzioni della Tripolitania.
Uno degli eventi più destabilizzanti dell’ultimo periodo è stato l’assassinio di Saif al-Islam Gheddafi, avvenuto a febbraio. Figlio dell’ex leader libico, Saif al-Islam conservava ancora una significativa influenza soprattutto nelle regioni centrali e meridionali del paese, dove parte della popolazione continuava a vedere nel vecchio regime un simbolo di stabilità perduta. La sua uccisione non ha soltanto eliminato un potenziale protagonista politico, ma ha anche aperto un vuoto di potere che rischia di alimentare nuove lotte tribali e armate nel sud della Libia.

Sul piano della sicurezza, Tripoli continua a essere attraversata da tensioni tra milizie rivali che si contendono aree strategiche, risorse economiche e influenza politica. Nonostante gli accordi formali, il monopolio della forza resta inesistente. Le milizie continuano a rappresentare il vero pilastro del potere locale, spesso più influenti delle stesse istituzioni ufficiali. Questo rende estremamente difficile garantire un ambiente sicuro e credibile per eventuali elezioni nazionali.
La crisi economica aggrava ulteriormente il quadro. Le divisioni nella gestione delle entrate petrolifere e della spesa pubblica impediscono la definizione di un bilancio nazionale unificato. Le tensioni nella Mezzaluna petrolifera, dove si concentra gran parte della produzione energetica del paese, mostrano quanto il controllo delle risorse resti al centro dello scontro politico. La frammentazione finanziaria alimenta un’economia della divisione in cui numerosi attori, locali e regionali, traggono vantaggio dal mantenimento dello status quo.
La Libia è inoltre diventata terreno di competizione internazionale. Il governo di Tripoli ha rafforzato i rapporti economici con compagnie energetiche americane e francesi attraverso accordi miliardari, cercando così di ottenere sostegno politico internazionale. Sul fronte opposto Haftar continua a mantenere relazioni con diversi attori regionali e internazionali interessati a preservare la propria influenza nella Cirenaica.
Quest’anno gli Stati Uniti hanno assunto un ruolo più diretto attraverso Massad Boulos, consigliere del presidente Donald Trump, promotore di una strategia fondata sulla “stabilità attraverso gli accordi”. Washington punta a favorire una progressiva integrazione economica e militare tra est e ovest del paese, soprattutto per proteggere gli interessi energetici americani e limitare la presenza russa in Libia e nel Sahel.
Anche le Nazioni Unite cercano di mantenere centrale il proprio ruolo, ma le iniziative di mediazione si scontrano con la sfiducia reciproca delle parti e con le critiche russe, che accusano i processi di dialogo promossi dall’ONU di non rappresentare adeguatamente le regioni orientali e meridionali.
Sul piano regionale uno dei cambiamenti più significativi è stato il riavvicinamento tra Egitto e Turchia. Dopo anni di contrapposizione indiretta in Libia, Il Cairo e Ankara hanno intensificato il coordinamento diplomatico tra il 2025 e il 2026, contribuendo a ridurre il rischio di una nuova guerra su vasta scala. Entrambi i paesi hanno interesse a evitare un collasso totale della Libia, sia per motivi di sicurezza sia per le opportunità economiche legate all’energia e alla ricostruzione. Tuttavia questa convergenza non si è ancora trasformata in una strategia comune capace di imporre una soluzione politica definitiva.

Alla base della paralisi libica restano fattori strutturali profondi. Le divisioni tribali, il peso delle milizie, la corruzione legata alle rendite petrolifere, la fragilità dei partiti politici e la mancanza di istituzioni condivise impediscono la costruzione di un’autorità centrale stabile. Anche il sistema giudiziario è spaccato, con corti rivali a Tripoli e Bengasi che emettono decisioni contrastanti, minando qualsiasi possibilità di legittimazione istituzionale comune.
Le conseguenze della crisi si estendono ben oltre i confini nazionali. La Libia è diventata uno dei principali hub regionali per il traffico di esseri umani, armi e droga verso il Sahel e il Mediterraneo. L’assenza di uno Stato forte facilita l’attività delle reti criminali e dei gruppi estremisti. Inoltre la continua instabilità alimenta i flussi migratori verso l’Europa, mentre nei centri di detenzione controllati dalle milizie continuano a essere denunciati gravi abusi contro i migranti.
Secondo molti analisti, lo scenario più probabile per il 2026 è la prosecuzione dello stallo politico in una situazione di “coesistenza nella divisione”. In altre parole, nessuna vera soluzione politica, ma nemmeno un ritorno immediato a una guerra aperta. Le élite politiche e militari sembrano infatti preferire la gestione della crisi piuttosto che affrontare il rischio di perdere potere e privilegi.
Un secondo scenario, considerato meno probabile, prevede invece la formazione di un nuovo governo unificato sostenuto da forti pressioni internazionali, con elezioni rinviate alla fine del 2026 o all’inizio del 2027. Più remoto appare invece il rischio di un collasso totale della sicurezza e di un ritorno a un conflitto armato generalizzato, anche se nessuno esclude che tensioni locali o dispute sulle entrate petrolifere possano provocare nuove esplosioni di violenza.
In questo contesto, gli osservatori internazionali ritengono indispensabile un percorso che parta dall’unificazione delle istituzioni giudiziarie ed economiche, dalla riforma dell’apparato elettorale e dalla creazione di meccanismi di sicurezza condivisi. Ma soprattutto, sostengono molti diplomatici, la Libia avrà difficoltà a uscire dalla crisi finché le sue élite continueranno a considerare la divisione non come un problema da risolvere, ma come una fonte di potere e di rendita politica ed economica.





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