Pagine Esteri (con notizie di agenzie di stampa) – Dietro gli alti muri di cemento di Delaney Hall, il nuovo centro di detenzione per immigrati aperto a Newark, nel New Jersey, si sta consumando una delle più significative proteste dei migranti detenuti negli Stati Uniti degli ultimi anni. Da oltre due settimane circa 300 immigrati, in gran parte provenienti dall’America Latina, hanno avviato uno sciopero della fame e del lavoro per denunciare condizioni che definiscono disumane e chiedere il proprio rilascio.

Dall’esterno del complesso, gestito dal colosso privato GEO Group per conto dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), i manifestanti ascoltano le voci dei detenuti che gridano “¡Libertad!” oltre le recinzioni. Sono lavoratori, padri di famiglia, richiedenti asilo e immigrati con pratiche amministrative spesso ancora in corso. Molti sostengono di essere stati arrestati durante appuntamenti regolari con le autorità dell’immigrazione o mentre si trovavano al lavoro nei cantieri e nei servizi.

“Non siamo trattati come persone, ma come animali”, ha dichiarato uno dei detenuti durante una videochiamata con gli attivisti radunati all’esterno della struttura. “Non scioperiamo soltanto per migliorare le condizioni di vita. Lo facciamo per la libertà”.

Le accuse rivolte alla struttura sono pesanti. Familiari, avvocati e organizzazioni per i diritti umani denunciano la distribuzione di cibo avariato o infestato da vermi, l’insufficienza delle cure mediche, ostacoli all’accesso alla difesa legale e l’imposizione di lavori pagati appena un dollaro l’ora, quando non completamente gratuiti.

La denuncia è forte. “Eravamo già inseriti nelle procedure previste dalla legge e non esisteva alcun ordine giudiziario per il nostro arresto”, scrivono gli immigrati. Molti raccontano di essere stati fermati dagli agenti dell’ICE durante normali procedure amministrative presso gli uffici dell’immigrazione.

Lo sciopero ha aggravato una situazione sanitaria già critica. Luis, un ex detenuto coinvolto nella protesta, ha raccontato che alcuni scioperanti hanno sofferto gravi episodi di disidratazione senza ricevere assistenza adeguata. Secondo la sua testimonianza, i detenuti hanno dovuto organizzarsi autonomamente per somministrare liquidi e integratori a chi si sentiva male. “Se ci liberassero, non genereremmo più profitti per questa attività”, ha dichiarato, sintetizzando una delle accuse più frequenti rivolte al sistema di detenzione privato.

Il caso di Delaney Hall richiama infatti un dibattito più ampio sulla detenzione degli immigrati negli Stati Uniti. GEO Group, una delle maggiori aziende private del settore carcerario, beneficia di contratti federali miliardari e da anni è accusata dalle organizzazioni per i diritti civili di trarre profitto dalla detenzione amministrativa dei migranti. I detenuti sostengono che il cosiddetto “programma di lavoro volontario” sia in realtà sostenuto da pressioni e minacce disciplinari.

La tensione è esplosa il 28 maggio. Secondo le testimonianze raccolte da familiari e avvocati, agenti dell’ICE sono intervenuti con la forza per reprimere la protesta. Diversi detenuti hanno denunciato pestaggi, uso di spray al peperoncino e trasferimenti punitivi. Alcuni riferiscono che la ventilazione di intere sezioni dell’edificio sarebbe stata interrotta e che le celle presentavano tracce di sangue dopo gli scontri.

Gabriela Fuentes, moglie di uno dei detenuti, ha raccontato che il marito le ha riferito di violenze scoppiate quando gli agenti hanno tentato di trasferire un detenuto che fungeva da interprete per gli altri immigrati. “Mi ha detto che c’era sangue sul pavimento e sui muri”, ha raccontato. Un altro detenuto sarebbe stato trasportato in ospedale dopo la frattura del naso.

Le autorità federali respingono queste accuse e sostengono che gli agenti siano intervenuti per sedare una rissa tra detenuti. Tuttavia, le denunce continuano ad accumularsi. La deputata democratica Bonnie Watson Coleman ha riferito di aver ricevuto segnalazioni da familiari che parlano di persone ferite e di una situazione fuori controllo all’interno della struttura.

Anche all’esterno del centro la tensione è salita. Durante una manifestazione, agenti federali hanno utilizzato manganelli e spray al peperoncino contro i dimostranti. Tra coloro che hanno denunciato il comportamento delle autorità vi sono esponenti politici locali e rappresentanti delle organizzazioni per i diritti umani.

Il senatore del New Jersey Andy Kim ha visitato il centro e successivamente si è unito ai manifestanti. La governatrice del New Jersey, Mikie Sherrill, ha criticato apertamente l’esistenza stessa della struttura, ricordando che lo Stato aveva tentato di limitare l’utilizzo di centri di detenzione privati. “Il fatto che non mi abbiano permesso di entrare dice molto su ciò che accade all’interno”, ha affermato.

Intanto, mentre le famiglie raccolgono fondi per le spese legali e attendono notizie dei propri cari, Delaney Hall è diventato il simbolo di una battaglia più ampia sul futuro della politica migratoria americana. Per gli attivisti della coalizione ICE Out of NJ, il centro rappresenta il volto più duro delle misure adottate dall’amministrazione del presidente Donald Trump: arresti massicci, detenzione prolungata e crescente ricorso a strutture private.

Dietro le mura della prigione di Newark, la protesta continua. Gli scioperanti chiedono un incontro con le autorità, il rilascio delle persone più vulnerabili e la fine di un sistema che considerano profondamente ingiusto. Le loro voci, soffocate per mesi dietro cancelli e filo spinato, stanno ora raggiungendo l’opinione pubblica americana, trasformando una vertenza locale in un caso nazionale.


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