Pagine Esteri – Pur perdendo sette seggi rispetto alla precedente tornata, il primo ministro armeno uscente, Nikol Pashinyan, ha vinto le elezioni parlamentari di domenica, assicurandosi così la continuità del suo governo e rafforzando la sua strategia di distanziamento dalla Federazione Russa.
Il suo partito centrista, Contratto Civico (KP), ha conquistato il 49,8% dei voti, garantendosi 64 dei 107 seggi dell’Assemblea Nazionale e mantenendo una solida maggioranza assoluta anche se i sondaggi prevedevano un vantaggio ancora maggiore sul resto delle forze politiche.

La principale forza di opposizione, la coalizione Armenia Forte (conservatrice e filorussa), ha consolidato la sua posizione di secondo partito politico del paese, ottenendo il 23,4% dei voti e 26 seggi.
Più indietro si sono piazzati l’Alleanza Armena (nazionalista e conservatrice), legata all’ex presidente Robert Kocharyan e generalmente definita “filo-russa” dalla stampa europea, che ha raccolto il 9,9% dei voti e 9 seggi, mentre il partito Armenia Prospera (di destra), guidato da Gagik Tsarukyan, avrebbe ottenuto il 3,99% dei voti, di pochissimo al di sotto della soglia di sbarramento. Quest’ultima forza politica ha chiesto il riconteggio dei voti e se la revisione dovesse dare ragione a Tsarukyan la distribuzione dei seggi potrebbe variare ma comunque senza alterare gli equilibri generali.

Dopo la perdita del Nagorno-Karabakh, regione armena dell’Azerbaigian da dove nel 2023 sono dovuti fuggire tutti e 100 mila gli abitanti sull’onda della vittoria di Baku contro Erevan, Pashinyan era stato fortemente contestato da manifestazioni di massa animate da alcuni partiti di opposizione e da organizzazioni nazionaliste che accusavano il premier di aver abbandonato a sè stessa la Repubblica di Artsakh. Altre proteste contro Pashinyan sono esplose in seguito quando, sull’onda della sconfitta, Pashinyan ha accettato di cedere alcuni territori armeni all’Azerbaigian e di firmare un trattato con Baku che potrebbe consentire al paese vincitore di stabilire una continuità territoriale con un territorio azero che sorge ad ovest dell’Armenia – la repubblica del Nachchivan – attraverso un corridoio ferroviario e stradale nelle regioni meridionali armene.

Ma le elezioni hanno dimostrato il nettissimo vantaggio di Contratto Civico nei confronti di tutti i suoi competitori, che numerosi osservatori internazionali hanno interpretato come un sostegno dell’opinione pubblica rispetto alla decisa svolta filoccidentale impressa da Pashinyan alla sua azione politica.

Eletto inizialmente da una coalizione filoccidentale dopo la cosiddetta “Rivoluzione di velluto” del 2018, l’ex giornalista ha poi rinsaldato i legami con la Russia – che possiede importanti basi militari in Armenia e si è fatta garante della sicurezza del paese negli scontri con l’Azerbaigian iniziati già negli ultimi anni di esistenza dell’Unione Sovietica. Ma negli ultimi conflitti con Baku, nel frattempo divenuta una potenza petrolifera e militare sostenuta dalla Turchia e da Israele, Mosca ha scelto di non spendersi troppo per aiutare un’Armenia sempre più debole e senza particolari risorse da offrire.
La coalizione di Pashinyan ha avuto quindi buon gioco nel prendere le distanze dalla Federazione Russa uscendo dall’alleanza militare guidata da Mosca – l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva – per poi stringere legami politici ed economici sempre più forti con l’Unione Europea e gli Stati Uniti (che però, esattamente come la Russia, sono più interessati al fruttuoso rapporto con l’Azerbaigian che a quello con Erevan).

I seggi conquistati permettono ora a Pashinyan di contare su una soglia sufficiente per formare il governo senza realizzare alleanze, approvare il programma dell’esecutivo, il bilancio e la maggior parte delle leggi ordinarie. Pashinyan ha ottenuto una maggioranza sufficiente per governare in solitaria, ma non i due terzi dei seggi necessari per approvare da solo modifiche costituzionali o indire un referendum costituzionale senza dover cercare sponde parlamentari. È un tema centrale perché Baku chiede da tempo a Erevan di rimuovere dalla Costituzione qualsiasi riferimento che possa essere interpretato come una rivendicazione sul Nagorno-Karabakh. Questa condizione potrebbe complicare il percorso verso un accordo finale con l’Azerbaigian e la piena normalizzazione anche dei rapporti con la Turchia.

La schiacciante vittoria di Contratto Civico dimostra un sostanziale sostegno della maggioranza dell’elettorato alle nuove alleanze internazionali del Primo ministro e alla cosiddetta “politica di riconciliazione” avviata sia con l’Azerbaigian sia con la Turchia. Un dato sostenuto da un’affluenza del 59%, superiore di quasi dieci punti rispetto alle elezioni del 2021.

Subito dopo la vittoria Pashinyan ha confermato l’intenzione di proseguire sia il rafforzamento dei rapporti con l’Occidente sia il mantenimento di relazioni con la Russia, senza trasformare il riposizionamento geopolitico armeno degli ultimi anni in una rottura formale con Mosca, anche perché Mosca conserva leve decisive sul gas, sull’energia, sulle infrastrutture e su una parte del commercio estero armeno. Pashinyan continuerà con ogni probabilità a mantenere l’Armenia all’interno dell’Unione economica eurasiatica.

La stampa armena e internazionale ha avvisato, nei giorni precedenti alle elezioni, che la Russia aveva scatenato una campagna di pressioni e intromissioni per cercare di condizionare il voto sostenendo in particolare la coalizione Armenia Forte.

Ma la vigilia delle elezioni è stata scossa dalle polemiche e dalle accuse incrociate provocate dal mandato d’arresto emesso dalla magistratura nei confronti di sei candidati della coalizione Armenia Forte accusati di “compravendita di voti”: Il leader del blocco di opposizione, il miliardario armeno-russo Samvel Karapetyan, è invece agli arresti domiciliari da alcuni mesi dopo essere stato accusato di aver “incitato al rovesciamento violento del governo”.

Dopo la pubblicazione dei risultati elettorali, il ministero degli Esteri di Mosca ha sostenuto che il voto si è svolto in un contesto di “pressione senza precedenti” sull’opposizione e di interferenza occidentale, soprattutto da parte dell’Unione europea. – Pagine Esteri


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