Pagine Esteri – Dopo settimane di tensioni, minacce reciproche e scontri indiretti, Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. L’annuncio è arrivato dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, che ha confermato il raggiungimento di un’intesa per la «cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano». La firma ufficiale dell’accordo è prevista per il 19 giugno in Svizzera, ma già nelle prossime ore dovrebbero entrare in vigore le prime misure concordate.

La notizia è stata confermata anche da Teheran. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha annunciato che la guerra tra Stati Uniti e Israele da una parte e Repubblica islamica dall’altra è destinata a concludersi immediatamente. Una missione diplomatica iraniana in India ha rilanciato le sue dichiarazioni, aggiungendo che è finito il blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran.

Determinante è stata la scelta compiuta dalla leadership iraniana nelle ultime ore. Secondo il New York Times, Teheran aveva preparato una nuova serie di attacchi missilistici contro Israele in risposta al bombardamento israeliano di domenica contro la periferia meridionale di Beirut. Tuttavia, dopo intense discussioni interne e l’intervento diretto del presidente statunitense Donald Trump, la Repubblica islamica avrebbe deciso di sospendere l’operazione.

Secondo funzionari citati dal quotidiano americano, una parte significativa dell’establishment iraniano era convinta che una rappresaglia avrebbe favorito gli interessi del governo israeliano, offrendo a Benyamin Netanyahu il pretesto per sabotare il dialogo in corso con Washington e trascinare nuovamente la regione verso una guerra più ampia.

Trump ha celebrato l’intesa come un successo personale. Ha dichiarato che l’accordo è «completo» e ha annunciato l’immediata riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso dall’Iran durante la crisi. Parallelamente, Washington porrà fine al blocco dei porti iraniani. In cambio, secondo quanto affermato dalla Casa Bianca, Teheran avrebbe accettato di non sviluppare armi nucleari.

Resta tuttavia aperta la questione del programma nucleare iraniano sul quale batte da anni il premier israeliano Netanyahu. Trump ha minimizzato il problema, affermando che non esiste alcuna urgenza di intervenire sulle scorte e sui materiali nucleari della Repubblica islamica. «Ce ne occuperemo più avanti, quando saremo pronti», ha detto, lasciando intendere che la questione sarà affrontata in una fase successiva.

L’accordo include inoltre un cessate il fuoco in Libano, elemento particolarmente delicato. Secondo fonti americane, Israele conserverebbe il diritto di reagire militarmente in caso di attacchi provenienti dal territorio libanese. Una formula che cerca di conciliare le pressioni israeliane con la necessità di fermare un conflitto che ha fatto migliaia di vittime e ingenti distruzioni in Libano.

In Israele l’accordo non piace. Netanyahu si sarebbe opposto fin dall’inizio al compromesso raggiunto tra Washington e Teheran. Il premier israeliano ritiene che la Repubblica islamica non sia stata costretta a concessioni sufficientemente significative e continua a sostenere la necessità di mantenere una forte pressione militare.

Le critiche arrivano sia dagli alleati sia dagli oppositori del governo. Molti esponenti della destra nazionalista accusano gli Stati Uniti di limitare la libertà d’azione di Israele in Libano e di aver accettato condizioni troppo favorevoli all’Iran. Prima del bombardamento della Dahiyeh, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aveva pubblicamente invitato Netanyahu a colpire direttamente Beirut, posizione condivisa da altri esponenti dell’estrema destra.

L’accordo che sarà firmato in Svizzera non pone fine alle profonde rivalità che attraversano il Medio Oriente. Tuttavia interrompe una spirale di escalation che rischiava di coinvolgere direttamente Stati Uniti, Iran, Israele e Libano in una guerra dagli esiti imprevedibili. La sfida, ora, sarà trasformare una tregua ottenuta con fatica in una stabilità più duratura, superando le resistenze dei falchi presenti su entrambi i fronti.

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