Testo e foto di Davide Tornielli
Pagine Esteri – Herat è di cultura persiana, insofferente alla rigida dottrina talebana. La città si è ribellata più volte durante il primo emirato ed ospita una nutrita minoranza scita, vittima della filiale locale dell’ISIS. Su istigazione della polizia religiosa, all’inizio di giugno sono iniziati gli arresti di donne accusate di non coprire adeguatamente il viso. A decine sono state trascinate in carcere, sotto gli occhi impotenti dei mariti, perché non indossavano il burka. Diffuso ad Herat è infatti l’uso del niqāb nero, che lascia scoperti gli occhi secondo la tradizione araba o del chador persiano. Le più audaci camminano per le strade a volto scoperto, con un velo a nascondere i capelli. Il 10 giugno si è formata una manifestazione spontanea per richiedere il rilascio delle arrestate, cui hanno partecipato anche uomini. La milizia non ha esitato ad aprire il fuoco, uccidendo due donne e ferendone decine di altre.
La tensione con il Pakistan è esplosa negli stessi giorni: il 9 giugno il posto di frontiera di Hesan Khelsi è stato attaccato dai talebani, con un bilancio di sei militari e otto studenti coranici uccisi. La reazione non si è fatta attendere e nella notte l’aviazione pakistana ha bombardato le province di Kunar, Khost e Paktika, causando 13 vittime civili, in maggioranza bambini. Dall’inizio delle ostilità nello scorso marzo, l’ONU denuncia tra gli afghani 372 vittime civili e 400 feriti.

Nonostante il costante stato di conflitto, il collasso del regime talebano non è avvenuto. Superato lo spaventoso inverno 2021, quando le famiglie vendevano i figli per sopravvivere, l’Afghanistan ha ripreso a crescere. Dopo la fuga dei contingenti internazionali, il grande vicino cinese è intervenuto offrendo contratti, infrastrutture e tecnologia in cambio di materie prime. Il tema dei diritti umani nella politica di Běijīng non è in agenda e l’Afghanistan è passato senza soluzione di continuità dalla sfera d’influenza occidentale a quella orientale.Nel 2025 è stata terminata l’autostrada Kabul – Qandahar e sono iniziati i lavori perché raggiunga Herat e da lì la frontiera iraniana. Ora che il vicino persiano, che un anno fa annunciava l’espulsione di un milione e mezzo di afghani, è in guerra con Stati Uniti, le relazioni si son fatte più fluide e lunghe file di camion e autobotti attraversano quotidianamente il confine.
L’Afghanistan nel 2025 ha superato il PIL degli anni precedenti la caduta della Repubblica islamica. Il paese cresce del 2 – 3 % annuo, ma per compiere un salto strutturale necessita di grandi investimenti. Teheran assediata cerca rotte alternative ad Hormuz e la più diretta passa dall’Afghanistan, in direzione del mega porto pakistano di Karachi. Da lì sarebbero a portata i mercati di Cina e India, caratterizzati da crescita veloce, ambiguità nelle alleanze, marcata dipendenza dai combustibili fossili. Non è un caso che la prima linea ferroviaria del paese collegherà Herat con il confine iraniano e in seguito i binari raggiungeranno ad est Qandahar, seconda città afghana. Di fatto, dalla frontiera con l’Iran a Karachi ci sono 1.550 chilometri, in prevalenza desertici e senza la presenza ostacoli naturali. L’aumento dell’interscambio nell’area BRICS sta velocemente consolidando nuovi equilibri, un cambio di prospettiva che coinvolge la Russia e tutto l’oriente, in cui l’emirato rappresenta uno snodo fondamentale.
Dopo aver passato venti anni a distruggerne le infrastrutture, i talebani sono ora sostenitori della modernizzazione dell’Afghanistan. L’ala progressista aspira a definire un modello che coniughi fondamentalismo e sviluppo economico. Una quadratura pressoché impossibile e ostacolata dalle élite religiose, per le quali il ricorso alla tecnologia deve essere contenuto. Ne fanno fede gli ultimi regolamenti emanati dall’emiro di Qandahar e la maldestra azione tecnica messa in atto lo scorso anno per interrompere ai comuni mortali l’accesso alla fibra ottica. Un’operazione volta a tutelare gli afghani dalle influenze occidentali, rendendo più difficili i download, ma che ha provocato un blackout di tre giorni nelle comunicazioni. Nel frattempo, si sono intensificate le joint venture per la ricerca di fonti fossili: nel distretto di Jowzjan, a una cinquantina di chilometri da Mazar i Sharif, è stato inaugurato un nuovo impianto di estrazione. Nel bacino del fiume Amu Darya sono stati individuati altri cinque giacimenti di petrolio. Più a ovest, il gasdotto che dovrà collegare Turkmenistan, Afghanistan Pakistan e India ha superato la frontiera, arrivando a quaranta chilometri da Herat. La costruzione del TAPI, progettato negli anni novanta, era stata rimandata indefinitamente a causa dell’instabilità politica. Un’opera imponente, lunga milleottocento chilometri, che punta verso sud est, passando per Kandahar, Quetta e Multan in Pakistan per raggiungere il confine indiano.

Le nuove rotte potrebbero avere un impatto positivo sui conflitti regionali. Primo tra tutti quello tra Pakistan e India, attivo dal 1948 e che ha provocato pesanti scontri lo scorso anno. Nella regione prevale una politica a “geometria variabile”, che riabilita la Russia, erede dell’URSS, che nel 1979 ha scatenato il conflitto afghano. Putin mira ad essere protagonista del progetto a regia cinese, per consolidare l’area di mercato che va dall’Iran all’India, in cui vendere prodotti e tecnologie militari. Nel 2023 il Cremlino ha rimosso i talebani dall’elenco dei gruppi terroristici, per poi due anni dopo riconoscere l’emirato. Al Forum Internazionale sulla Sicurezza, che si è svolto vicino a Mosca il 27 maggio, i due paesi hanno firmato un accordo di cooperazione tecnico-militare. La dinamica dei tavoli regionali è conseguenza dell’indebolirsi del ruolo negoziale delle Nazioni Unite, quanto del fallimento delle opzioni militari occidentali. Intanto la lista dei paesi sanzionati -i famosi stati canaglia- si allunga indefinitamente e Cuba stremata condivide il podio all’emirato di Kabul e alla potenza nucleare nordcoreana.
In Afghanistan circola una barzelletta amara: un mullah entra in un taxi e chiede di essere portato alla moschea, ma prima di partire intima all’autista di spegnere la radio, perché la musica è haram, peccato. L’autista ascolta pazientemente, poi invita il mullah a scendere, indicando un mulo dall’altra parte della strada: “quello è il mezzo ideale per un sant’uomo come lei!!”. Il paradosso diviene evidente, in quanto la casta mira allo sviluppo, ma ha al proprio interno visioni incompatibili su come conseguirlo. Il sistema è paralizzato da una burocrazia soffocante, che giustifica se stessa con la lotta alla corruzione, infezione diffusa dalla Repubblica Islamica sostenuta dagli infedeli.
Emblematica è la storia di un imprenditore che inviava progetti a Kabul per l’approvazione, ottenendone puntualmente un rifiuto. Tramite un conoscente venne a sapere che i funzionari lo stavano sanzionando perché non aveva adempiuto ai regolamenti sulla barba. L’imprenditore mandò una serie di fotografie, per dimostrare che gli cresceva solo una sparuta peluria. Non fu sufficiente: l’uomo dovette presentarsi davanti a una commissione, che al fine constatò come il suo viso fosse naturalmente glabro. Si tratta di esempio sulla scarsa compatibilità tra tecnologia, evoluzione sociale e radicalismo religioso. Una contraddizione che i paesi del golfo hanno tentato di risolvere creando un doppio standard. Da una parte l’élite, cui Allah ha donato il petrolio e che in quanto tale si sente prescelta, dall’altro una versione fondamentalista, che a Rihad prevede punizioni corporali e pena di morte. A Dubai alcune torri son chiamate con la nazionalità delle donne che ci lavorano: “delle russe”, “delle europee”. Un pio saudita può farsi rilasciare un permesso temporaneo di matrimonio; i mezzani favoriscono la vendita delle vergini, spesso adolescenti, provenienti dai campi profughi e dai quartieri poveri di tutto il Medioriente. Il pio uomo se la può spassare per un mese in cambio di una modesta dote da consegnare alla famiglia, per poi ripudiare la sposa, che finisce un bordello.
Una realtà lontana dalle consuetudini dell’Afghanistan, anche se l’influenza religiosa e culturale saudita, patria del wahabitismo, rimane alta. Arabia ed Emirati non riconoscono ufficialmente il nuovo governo, ma intrattengono relazioni e finanziano i talebani dal tempo dell’invasione sovietica. Negli anni dell’occupazione americana, i leader dal turbante nero si spostavano tra Pakistan ed Emirati, per finire a firmare a Doha nel 2020 gli accordi che li avrebbero riportati al potere. Un grido di allarme sui diritti civili è stato lanciato dall’organizzazione umanitaria afghana Rawadari lo scorso gennaio. Nella dichiarazione mezzo stampa, si denuncia come nel codice penale recentemente licenziato dal Ministero degli interni, sia più volte citata come legittima la condizione di schiavitù. Nel testo si sostiene la liceità delle pene corporali, sia quando inflitte da una corte islamica, sia da un parente prossimo il trasgressore. Un codice che sembra concepito per liberare padri e mariti da ogni vincolo nei confronti di figlie e mogli, che in passato venivano lasciate morire di fame o picchiate a morte in caso il coniuge se ne volesse liberare. Pagine Esteri





Devi effettuare l'accesso per postare un commento.