Pagine Esteri – I leader dei 32 Paesi membri si riuniscono oggi e domani in Turchia mentre Donald Trump torna a chiedere agli alleati europei di mettere mano ai bilanci militari, con la stessa formula che accompagna da anni il suo rapporto con l’Alleanza atlantica: gli Stati Uniti pagano troppo, gli altri troppo poco.
Lo scorso anno i membri della Nato hanno accettato di portare l’obiettivo di spesa al 5% del Pil: il 3,5% destinato direttamente alla difesa, l’1,5% a bisogni legati alla sicurezza. Una soglia enorme, da raggiungere entro il 2035, che trasforma il riarmo europeo in una scelta strutturale e non più in una risposta temporanea alla guerra in Ucraina. Ad Ankara la discussione perciò riguarda il modo in cui la promessa di maggior impegno diventerà contratti, industria, armi, capacità militare.
È il punto su cui preme Trump. Fin dalla sua prima campagna presidenziale ha messo in discussione il valore della Nato, accusando gli alleati di scaricare sugli Stati Uniti il costo della sicurezza collettiva. Allora solo cinque Paesi raggiungevano l’obiettivo del 2% del Pil in spesa militare. Oggi l’asticella è stata spostata molto più in alto e l’Europa si prepara ad annunciare miliardi di dollari in nuovi contratti militari. Una risposta politica, prima ancora che strategica, alle pressioni di Washington.
Al vertice partecipano tutti i capi di Stato e di governo dei Paesi membri. Ci saranno anche due leader esterni all’Alleanza: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e quello sudcoreano Lee Jae-myung. Australia, Giappone e Nuova Zelanda inviano ministri della Difesa o degli Esteri. Presenti anche diversi Paesi del Golfo colpiti dalle conseguenze della guerra Usa-Israele contro l’Iran: Bahrain, Kuwait, Qatar ed Emirati arabi uniti. Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa non è atteso al summit, ma avrà un bilaterale con Trump ad Ankara.
L’Ucraina resta al centro della riunione, pur restando fuori dalla Nato. Zelensky incontrerà Trump mercoledì e chiederà nuovi sistemi Patriot, mentre gli attacchi russi sulle città ucraine si intensificano. Lunedì mattina un attacco con droni su Kiev ha ucciso almeno undici persone. L’ucraina chiederà più difesa aerea, più intercettori, più continuità nel sostegno militare.
È questo il nodo che lega la guerra in Ucraina alla spesa militare europea. Non solo aiuti immediati a Kiev, ma una ristrutturazione dell’apparato industriale e bellico del continente. È possibile che i contratti previsti ad Ankara saranno anche come il tentativo di compiacere l’incontentabile e sempre più incontrollabilmente ostile amministrazione Trump. Dopo il mancato coinvolgimento europeo nella guerra contro l’Iran, il presidente statunitense aveva detto di non volere il denaro degli alleati, ma la loro “lealtà”. Aveva anche aggiunto che forse non avrebbe partecipato al vertice se non fosse stato ospitato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan.
La Turchia, del resto, è uno dei Paesi che ha più investito negli ultimi anni nell’industria militare. Ha aumentato la spesa per la difesa ed è diventata uno dei maggiori esportatori militari dell’Alleanza. Non è un dettaglio logistico che il vertice si tenga ad Ankara: è anche il riconoscimento di un peso crescente dentro la Nato, mentre gli equilibri interni all’Alleanza si spostano tra riarmo europeo, pressioni statunitensi e centralità di attori che hanno costruito una propria autonomia industriale e diplomatica.
Il clima resta teso. Alla vigilia del summit Trump ha definito “ridicola” la spesa militare della Germania. Il cancelliere Friedrich Merz ha risposto rivendicando quello che ha descritto come il più grande sforzo mai compiuto da Berlino per rafforzare le proprie capacità di difesa. Ma Washington non si è fermata alla retorica. Gli Stati Uniti hanno annunciato un ritiro graduale di aerei da guerra, cacciatorpediniere e sottomarini dai Paesi Nato.
Per questo il vertice di Ankara è presentato come una prova di unità, ma si muove dentro una contraddizione evidente. Da un lato l’Alleanza vuole mostrare compattezza, confermare il sostegno all’Ucraina, rassicurare i Paesi membri e segnalare a Mosca che il fronte occidentale non si sta sfaldando. Dall’altro, la Nato arriva in Turchia attraversata dalle stesse tensioni che il vertice dovrebbe nascondere: il rapporto sempre più transazionale con Washington, la corsa europea al riarmo, la dipendenza dall’apparato militare statunitense, la richiesta di lealtà politica in cambio della protezione.




