L’offensiva israelo-statunitense per ridefinire il futuro dell’America Latina e dei Caraibi non è solo politica ed economica, ma si fonda su un variegato spiegamento militare e tecnologico. Questa strategia articola la presenza massiccia di truppe, basi operative, quasibasi (lily-pad bases), installazioni di sicurezza, infrastrutture non dichiarate, vendita di armi, invio di consulenti e addestratori, con una sempre più sofisticata guerra di quinta generazione (5GW). Si tratta di un conflitto ibrido e asimmetrico, basato principalmente sulla disinformazione, sulla sorveglianza e il monitoraggio di massa, sulla manipolazione cognitiva e psicologica, sull’alterazione della percezione della realtà e sul cyberwarfare.

Come spiega l’analista politico internazionale Marco Consolo: “Da tempo, la presenza israeliana non si limita più alla vendita di armi. Negli ultimi anni si è ampliata all’uso del Big Data per manipolazioni elettorali o colpi di Stato digitali, allo sviluppo e alla commercializzazione di software spia, sistemi ed operazioni di intelligence, strumenti di sorveglianza digitale di massa e piattaforme di analisi algoritmica utilizzate sia dai governi che da attori privati” (Israele e America Latina: le relazioni pericolose II, agosto 2026).

L’obiettivo rimane quello di garantire gli interessi del capitale multinazionale statunitense e israeliano, accaparrando il controllo delle risorse strategiche e dei corridoi logistici, oltre a frenare l’espansione cinese nei settori delle terre rare, dei minerali critici, delle infrastrutture, delle tecnologie e dell’estrattivismo. Al contempo, la strategia punta a bloccare, a tutti i costi e con qualsiasi mezzo, i processi d’integrazione e indipendenza latinoamericana e la strutturazione di forze politiche e sociali di resistenza al modello neoliberista estrattivista.

Uno dei “laboratori” di questo progetto è indubbiamente l’Honduras, storica testa di ponte degli Stati Uniti fin dagli anni ‘70 e ’80, oggi assurto a nuovo polo strategico per gli interessi israelo-statunitensi. A gestire ad interim questo nuovo corso è Nasry Asfura (Partito Nazionale), paradossalmente di origini arabe-palestinesi, indicato da Donald Trump come proprio candidato durante le contestate elezioni del novembre scorso. Asfura venne dichiarato vincitore nonostante le pesanti accuse di brogli, manipolazioni informatiche, voti mai conteggiati, ricorsi mai esaminati e ingerenze esterne che hanno inciso in modo determinante sull’esito finale.

Ancor prima del suo insediamento (gennaio 2026), Asfura ha effettuato una visita ufficiale a Gerusalemme accompagnato dalla futura ministra degli Esteri, Mireya Agüero. In quell’occasione ha tenuto incontri chiave ad alto livello politico con il presidente israeliano Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu – sul quale pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra – e il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar. Poco dopo aver prestato giuramento, ha ricevuto formalmente le lettere credenziali da Nadav Goren. L’ambasciatore d’Israele è diventato così il primo diplomatico straniero a essere ricevuto ufficialmente dalla nuova amministrazione.

A maggio, al termine dell’ennesimo tour negli Stati Uniti, il presidente Asfura è tornato a Gerusalemme per dare il via a una serie di incontri incentrati sul trasferimento di competenze istituzionali e sul rafforzamento dei legami bilaterali. Durante un colloquio formale con Herzog, i due hanno discusso l’agenda di assistenza tecnica gestita dall’agenzia israeliana di cooperazione Mashav. L’intesa tra Agüero e la direttrice di Mashav, Eynat Schlein, ha prodotto anche un addendum al piano di cooperazione, ampliando i programmi dedicati all’innovazione tecnologica, all’adattamento ai cambiamenti climatici e alle riforme dei sistemi di irrigazione agricola, con tematiche relative alla sicurezza.

Ad agosto le due nazioni hanno raggiunto il culmine della propria agenda geopolitica annuale con la firma di un protocollo d’intesa (MOU). L’accordo, siglato in Israele dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz e dal segretario alla Difesa honduregno Enrique Rodríguez Burchard, formalizza un quadro di cooperazione a lungo termine per lo scambio di informazioni militari, l’addestramento tattico e il rafforzamento istituzionale delle forze dell’ordine. È difficile credere che tale intesa sia stata concepita guardando esclusivamente alla dimensione interna dell’Honduras.

Secondo i media locali, infatti, Tel Aviv considera Tegucigalpa un partner cruciale in America Centrale, sia per la solidità delle relazioni bilaterali sia per il sostegno espresso all’interno degli organismi internazionali. Uno dei precedenti più significativi risale al 2017, quando il Paese centramericano fu uno dei nove a votare contro la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che condannava il riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana da parte degli Stati Uniti. Tale decisione fu interpretata come un chiaro segnale di appoggio diplomatico in un momento di forte pressione internazionale (cit. Aurora Israel).

Questo scenario segna un cambiamento radicale rispetto alla posizione di netta condanna espressa dall’ex presidente Xiomara Castro (2022-2026) nei confronti delle operazioni militari di Israele. Durante il suo governo, Castro si è schierata apertamente a sostegno della causa palestinese, definendo la situazione nella Striscia di Gaza come un genocidio. Ha inoltre richiamato l’ambasciatore honduregno e ha denunciato il silenzio della comunità internazionale mentre ricopriva la carica di presidente pro tempore della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (Celac).

Le relazioni Tegucigalpa-Tel Aviv rientrano nei tentativi israeliani di rompere l’isolamento diplomatico e politico in cui il Paese si trova a seguito dell’invasione della Palestina e del Libano, dell’avanzata in Cisgiordania e delle sentenze della CPI. Riconquistare il consenso a livello globale e proiettare sui media un’immagine di apparente normalità rappresenta, per lo Stato ebraico, una mossa strategica fondamentale.

“Il cambiamento nei confronti di Israele è drammatico e le conseguenze saranno tragiche. Qui non parliamo solo di assistenza e cooperazione tecnica nel campo della sicurezza, ma anche, e soprattutto, di armi, addestramento e intelligence. Si apre uno scenario molto preoccupante per quanto riguarda l’importazione di tecnologie avanzate di sorveglianza e di sistemi di monitoraggio di massa, che sollevano l’allarme per il controllo sulla popolazione e la violazione della privacy, specialmente per chi è impegnato politicamente e socialmente con un profilo progressista, riformista o rivoluzionario”, spiega a Pagine Esteri il docente universitario ed economista Fernando García.

Il docente ricorda come lo scrittore argentino Gregorio Selser scrisse il saggio Honduras, repubblica affittataper descrivere la forte dipendenza e subordinazione del Paese nei confronti degli interessi delle potenze straniere. “Ora rischiamo di passare dall’essere una repubblica affittata a una venduta, perché il governo di Israele, le diverse espressioni sioniste internazionali e i multimilionari libertari (libertarian tech bros) progettano di acquistare nuove terre e occupare territori per costruire ulteriori Zone di Occupazione e Sviluppo Economico (Zede), con un focus specifico sulla produzione e sullo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale”. 

Si tratta di progetti di città-stato private destinate a entrare in rotta di collisione con le popolazioni indigene e contadine che abitano quei territori, le quali rischieranno di essere nuovamente represse, sgomberate e costrette a emigrare. Il quadro normativo posto a tutela degli investimenti agroindustriali, turistici e di generazione di energia si muove esattamente in questa direzione e ha già provocato sgomberi di insediamenti e comunità. La popolazione Garifuna figura tra le principali vittime, nonostante la Corte Interamericana dei Diritti Umani (Corte IDH) abbia emesso ben tre sentenze a favore di altrettante comunità.

“Gli Stati Uniti hanno storicamente usato l’Honduras come una piattaforma da cui amministrare conflitti nella regione. Da molto tempo lo fanno insieme a Israele, un partner strategico che compie quelle azioni che il governo statunitense non può svolgere legalmente, a causa dei vincoli imposti dalle proprie istituzioni”, manifesta a Pagine Esteri l’analista politico Rodolfo “Rudo” Pastor de María y Campos.

Secondo il politologo, il bipartitismo tradizionale honduregno di nuovo al potere non fa altro che riprendere i legami storici che ha sempre avuto con gli Stati Uniti e Israele, e lo fa senza remore e alla luce del sole, conscio del ruolo che l’Honduras avrà in questa nuova fase geopolitica di riaffermazione del dominio e dell’egemonia dell’asse Washington-Tel Aviv sulla regione latinoamericana.

“Il legame con Israele è sempre stato molto forte, basti pensare che il governo di Juan Orlando Hernández aveva addirittura permesso l’installazione temporanea della sua ambasciata all’interno del Centro Civico Governativo, complesso in cui hanno sede i principali ministeri dell’Honduras”, ricorda Pastor.

È in questo contesto che assume particolare rilevanza il ruolo strategico dell’ex presidente honduregno. Come evidenziato dai file audio diffusi tra aprile e maggio da Canal RED e Hondurasgate, Hernández agirebbe come operatore politico di Trump e della lobby israeliana nella regione, all’interno di un vero e proprio piano strategico volto a riappropriarsi dei territori e a imporre un modello di sviluppo economico ultraneoliberista disegnato dall’amministrazione MAGA (Make America Great Again) e dal governo Netanyahu per l’America Latina. Una svolta a destra nel continente è fondamentale per gli obiettivi del sodalizio geopolitico israelo-statunitense.

“Chiariamo però che la svolta a destra a cui stiamo assistendo non è comunque legata solo alla volontà delle popolazioni, ma è anche il risultato di una manipolazione sistematica per incidere sui risultati delle elezioni. Questo è quanto si evince dalle registrazioni. Basti vedere il ruolo avuto da Fernando Cerimedo – consulente elettorale ed esperto in comunicazione digitale, attualmente in carcere in Bolivia – in importanti campagne elettorali della destra latinoamericana tra cui quelle di Milei in Argentina, Bolsonaro in Brasile e Asfura qui da noi, tutti alleati strategici del blocco Washington-Tel Aviv”, spiega Pastor.

Per l’analista politico, l’Honduras continuerà a fungere da centro di operazioni d’influenza nella regione per garantire a Stati Uniti e Israele il controllo del territorio e delle risorse strategiche. L’ex presidente Hernández e il bipartitismo, in quanto espressioni politiche degli interessi delle oligarchie nazionali e del capitale multinazionale, ne costituiranno il tassello fondamentale.

Non stupisce, quindi, che il 1° settembre scorso un tribunale penale specializzato in criminalità organizzata, ambiente e corruzione abbia emesso una sentenza di proscioglimento definitivo nei confronti dell’ex presidente. Il giudice ha infatti stabilito che non sussistono elementi sufficienti per processarlo per i reati di corruzione e riciclaggio di denaro, per i quali era imputato nel caso Pandora II

Hernández era rientrato in Honduras il 26 luglio da “uomo libero” e si era messo a disposizione della giustizia honduregna. Quattro anni prima era stato arrestato ed estradato negli Stati Uniti, dove era stato condannato a 45 anni di carcere per traffico di droga e possesso illegale di armi. Era poi stato graziato dal presidente statunitense Donald Trump a ridosso delle elezioni honduregne.

La pubblicazione di nuovo materiale audio da parte di Hondurasgate conferma la strategia tessuta dalla lobby israelo-statunitense. Tra i principali protagonisti di queste nuove registrazioni spiccano lo stesso Hernández, il presidente Asfura e la vicepresidente María Antonieta Mejía, oltre alle contestate ex consigliere elettorali Cossette López (Partito Nazionale) e Ana Paola Hall (Partito Liberale). Secondo settori dell’opposizione, entrambe sarebbero state “premiate” per il ruolo svolto durante le elezioni con la nomina ad ambasciatrici, rispettivamente presso l’Organizzazione degli Stati Americani e in Spagna.

Le nuove rivelazioni mettono a nudo il controllo della macchina mediatica con cui il governo e Hernández intendono dominare la narrativa in Honduras, riabilitando l’immagine dell’ex presidente e rafforzando i vincoli con la coalizione israelo-statunitense. Le manovre vanno dal finanziamento di interi spazi televisivi alla sincronizzazione delle prime pagine dei principali quotidiani, fino al controllo di canali chiave e all’ingaggio, tramite aziende di comodo, di quasi 150 giornalisti in qualità di consulenti.

Il nuovo scandalo coinvolge direttamente sia i conduttori dei programmi con il maggior rating a livello nazionale, sia i proprietari dei mezzi di stampa a più ampia diffusione, sia lo stesso Ordine dei Giornalisti dell’Honduras. Al contempo, le registrazioni audio svelano un piano volto a definire un quadro giuridico che consenta di sorvegliare i social network ed eliminare l’anonimato degli utenti, il tutto tramite un software fornito, non a caso, da operatori israeliani. Pagine Esteri


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