La Cina continua a produrre molto più rapidamente di quanto i cinesi riescano – o vogliano – consumare. I dati pubblicati questa mattina dall’Ufficio nazionale di statistica mostrano con particolare evidenza una frattura che attraversa ormai l’intera economia del Paese: ad agosto la produzione industriale è aumentata del 5,2% rispetto allo stesso mese del 2025, mentre le vendite al dettaglio sono cresciute appena dello 0,4%. Nei primi otto mesi dell’anno i consumi hanno guadagnato soltanto l’1,1%. 

La distanza è ancora maggiore nei settori sui quali Pechino ha concentrato la propria politica industriale. La produzione manifatturiera è cresciuta del 6,1%, quella delle apparecchiature del 12,1% e l’industria ad alta tecnologia del 16,7%. Computer, telecomunicazioni ed elettronica segnano addirittura +17,2%; i veicoli a nuova energia +21,9%. La Cina che costruisce batterie, robot, semiconduttori e automobili elettriche corre. Quella che entra nei negozi procede quasi immobile. 

Pechino presenta i dati come la conferma di una trasformazione verso una crescita di maggiore qualità. L’Ufficio nazionale di statistica sottolinea l’accelerazione dell’innovazione, la stabilità dell’occupazione e il rapido sviluppo dei nuovi motori produttivi. È una parte reale della storia. La politica industriale cinese ha consentito al Paese di scalare in pochi anni settori tecnologici che fino a poco tempo fa erano dominati da Stati Uniti, Europa, Giappone e Corea del Sud. 

Ma esiste un’altra parte della storia. Gli investimenti fissi sono diminuiti del 7,2% nei primi otto mesi dell’anno e quelli immobiliari di quasi il 20%. I nuovi prestiti bancari concessi in agosto sono stati appena 60 miliardi di yuan, contro i 400 miliardi attesi dagli analisti, e l’indebitamento delle famiglie si è contratto per il sesto mese consecutivo. Il problema non è soltanto che le banche prestino poco: famiglie e imprese hanno poca voglia di indebitarsi. 

Il settore immobiliare continua a pesare enormemente. I prezzi delle nuove abitazioni sono diminuiti ancora in agosto, per il terzo mese consecutivo, e risultano inferiori del 3% rispetto a un anno prima. Per milioni di famiglie cinesi la casa rappresenta la principale forma di risparmio e la diminuzione del valore degli immobili riduce la percezione della propria ricchezza, spingendo a rimandare nuovi acquisti. Per i governi locali significa invece minori entrate dalla vendita dei terreni, proprio mentre molti devono sostenere livelli elevati di debito. 

Il paradosso cinese non può però essere spiegato soltanto con la crisi del mattone. La debolezza dei consumi è strutturale e precede il fallimento delle grandi società immobiliari. Per decenni il modello di sviluppo ha trasferito una quota enorme delle risorse verso investimenti, infrastrutture e capacità produttiva, mentre le famiglie hanno mantenuto livelli di risparmio eccezionalmente elevati.

Risparmiare non è semplicemente un tratto culturale. Significa prepararsi a pagare ciò che lo Stato e i sistemi assicurativi non coprono completamente: cure mediche, istruzione, vecchiaia, disoccupazione. Per centinaia di milioni di lavoratori migranti interni pesa inoltre il sistema dell’hukou, che lega una parte dei servizi sociali alla registrazione della residenza e limita l’accesso pieno al welfare nelle grandi città in cui lavorano.

È significativo che persino il Fondo monetario internazionale – istituzione raramente sospettabile di eccessiva propensione alla spesa sociale – indichi proprio nel welfare una delle chiavi per riequilibrare l’economia cinese. Secondo le sue stime, raddoppiare alcune componenti della spesa sociale nelle aree rurali, estendere i diritti urbani a 200 milioni di migranti interni, rendere più progressiva la tassazione del lavoro e aumentare quella sul capitale potrebbero far crescere di circa quattro punti percentuali in cinque anni il peso dei consumi sul Pil. 

Il governo cinese ha riconosciuto il problema. A marzo aveva indicato l’espansione della domanda interna tra le priorità dell’anno, promettendo interventi su redditi, occupazione, assistenza sanitaria, servizi per l’infanzia e sicurezza sociale.  I risultati di agosto mostrano quanto la strada sia ancora lunga.

La questione riguarda anche il resto del mondo. Se il mercato interno assorbe una parte insufficiente della produzione, le fabbriche devono vendere altrove. Le esportazioni cinesi sono così diventate uno dei motori principali della crescita proprio mentre Stati Uniti ed Europa innalzano barriere commerciali accusando Pechino di “sovracapacità”. La lettura occidentale tende però a fermarsi alla quantità di automobili elettriche, pannelli solari o batterie che arrivano sui mercati internazionali. Il problema nasce molto prima: dalla distribuzione interna del reddito cinese e dal rapporto tra produzione, salari e protezione sociale.

Il caso di Hefei è emblematico. La città è diventata uno dei grandi laboratori della politica industriale cinese grazie agli investimenti pubblici in semiconduttori, auto elettriche e display. Nel primo semestre la sua economia è cresciuta del 6,8%. Le vendite al dettaglio, però, soltanto dello 0,6%. Fabbriche tecnologicamente avanzate convivono con piccoli commercianti e lavoratori dei servizi che percepiscono molto meno i benefici del boom industriale. 

La Cina ha dimostrato che lo Stato può guidare con successo una trasformazione produttiva e sottrarre interi settori tecnologici al monopolio occidentale. La fase successiva è più difficile. Per ridurre la dipendenza dalle esportazioni non basta convincere le famiglie a comprare di più: occorre creare le condizioni materiali perché possano permetterselo senza temere che una malattia, la perdita del lavoro o la vecchiaia divorino i loro risparmi.

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