La contestazione è arrivata dall’interno di Festivaletteratura, attraverso le voci di alcuni degli autori e delle autrici invitati a Mantova. Eyal Weizman, Isabella Hammad, Lina Attalah e altri ospiti internazionali hanno aderito alla lettera promossa da BDS Italia per chiedere alla manifestazione di non rinnovare la partnership con Eni e di adottare criteri etici e trasparenti nella scelta dei finanziatori.
Secondo i promotori, è la prima volta che una protesta contro la sponsorizzazione dell’azienda viene portata pubblicamente negli spazi e negli incontri del Festival. La mobilitazione, riassunta dallo slogan “La cultura non è un alibi. Fuori Eni da Festivaletteratura”, non chiede soltanto l’interruzione del rapporto con il gruppo energetico, iniziato nel 2008, ma l’introduzione di regole pubbliche che escludano aziende le cui attività risultino incompatibili con la giustizia climatica, la tutela dei diritti umani e i valori dichiarati dalle istituzioni culturali.
“Eni ha un debito da saldare, non dovrebbe essere un sostenitore della letteratura”, ha affermato Eyal Weizman, fondatore dell’agenzia di ricerca Forensic Architecture. “Dovremmo invece sostenere e prendere esempio dalle azioni del BDS, uno dei modi più efficaci sul versante della resistenza e della solidarietà con i palestinesi”. La scrittrice britannico-palestinese Isabella Hammad, durante l’incontro con Veronica Fernandes, ha indicato la contraddizione alla base della protesta: “Eni non è interessata alla cultura, né sul palco né fuori dal palco”.
Nel mirino ci sono soprattutto i rapporti economici che legano Eni al sistema energetico israeliano. Nel dicembre 2025 la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, Francesca Albanese, e il Gruppo di lavoro dell’Onu su imprese e diritti umani hanno inviato due comunicazioni al governo italiano e all’azienda, rese pubbliche nel febbraio successivo. Gli esperti hanno contestato tanto le forniture di greggio quanto le attività nelle acque palestinesi, denunciando il rischio che possano contribuire al mantenimento dell’occupazione e alle operazioni militari israeliane.
Eni possiede partecipazioni di minoranza nei consorzi degli oleodotti Baku-Tbilisi-Ceyhan e Caspian Pipeline Consortium, due delle principali rotte attraverso le quali il greggio raggiunge Israele. Secondo la comunicazione degli esperti dell’Onu, una singola spedizione di 30mila tonnellate, effettuata dopo l’inizio dell’offensiva contro Gaza, avrebbe rappresentato circa l’un per cento di tutto il greggio importato da Israele tra ottobre 2023 e luglio 2024.
Non esistono informazioni pubbliche sufficienti per separare il carburante destinato agli usi civili da quello impiegato dall’esercito per bombardamenti e attacchi a Gaza e in Ciagiordania, così come in Libano e Siria. Per questo le forniture espongono l’azienda e lo Stato italiano, suo principale azionista, al rischio di contribuire materialmente alle operazioni militari.
L’altro rapporto richiamato dalla campagna passa attraverso Ithaca Energy. Nell’ottobre 2024 Eni ha trasferito alla società quasi tutte le proprie attività petrolifere e del gas nel Regno Unito, ricevendo in cambio il 38,7 per cento del capitale. Dopo una successiva vendita di azioni, la partecipazione di Eni è scesa a poco meno del 36 per cento, mentre la israeliana Delek Group conserva il controllo con circa il 50,5 per cento.
Eni e Delek sono quindi i due principali azionisti della stessa società britannica. Delek figura inoltre nella banca dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani dedicata alle imprese coinvolte in attività collegate agli insediamenti israeliani nella Palestina occupata. L’inserimento riguarda la fornitura di servizi necessari al mantenimento delle colonie illegali nella Cisgiordania palestinese occupata e lo sfruttamento di risorse naturali palestinesi per finalità economiche. La comunicazione degli esperti dell’Onu richiama anche il ruolo del gruppo nella distribuzione di carburante utilizzato dai militari israeliani.
Alle relazioni tuttora attive si aggiunge un precedente ormai concluso. Il 29 ottobre 2023, poche settimane dopo l’inizio dell’offensiva contro Gaza, il ministero dell’Energia israeliano assegnò a un consorzio guidato da Eni East Med licenze per l’esplorazione di sei blocchi della cosiddetta Zona G, al largo della costa palestinese. Al-Haq, Al Mezan e il Palestinian Centre for Human Rights contestarono immediatamente l’operazione: secondo le organizzazioni, circa il 62 per cento dell’area ricade nella zona economica esclusiva dichiarata dallo Stato di Palestina e Israele, in quanto potenza occupante, non aveva alcuna autorità per concederne lo sfruttamento.
Eni si è ritirata dal consorzio nell’ottobre 2025, ma ha confermato pubblicamente la decisione soltanto nel marzo 2026, spiegandola con la “razionalizzazione e diversificazione strategica” delle proprie attività estrattive.
La protesta contro Eni non è del tutto nuova per il Festival di Mantova. Nel 2023 l’attivista di Fridays for Future Sofia Pasotto, invitata alla manifestazione, e il giornalista Ferdinando Cotugno furono identificati dalla Digos durante un evento organizzato dall’azienda. Agli attivisti vennero sottratti anche alcuni cartelli.
Dal 2025 anche la rivista culturale La Balena Bianca, che seguiva Festivaletteratura dal 2012, ha deciso di non raccontare più la manifestazione proprio a causa della presenza di Eni. Una scelta confermata quest’anno, mentre BDS Italia annuncia che continuerà a raccogliere adesioni tra scrittori e scrittrici. La richiesta rivolta all’organizzazione è di rendere pubblici i criteri utilizzati nella selezione degli sponsor e di sottoporre finanziatori e partner a una verifica sulle loro attività economiche, ambientali e politiche.




