La soglia degli ottomila casi è stata superata ieri. L’Institut national de santé publique della Repubblica Democratica del Congo registra ormai 8.067 infezioni confermate e 3.901 morti. Quasi una persona contagiata su due non sopravvive. È già l’epidemia di Ebola più grande e letale mai registrata nel Paese e la seconda al mondo per dimensioni dopo quella che tra il 2014 e il 2016 colpì Guinea, Liberia e Sierra Leone. Il 25 settembre l’Organizzazione mondiale della sanità contava 7.890 casi e 3.799 morti. In tre giorni se ne sono aggiunti quindi quasi duecento. Il virus è presente in 63 zone sanitarie distribuite in sette province: Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Tshopo, Haut-Uélé, Bas-Uélé e Sud-Ubangi. Quest’ultima è stata raggiunta soltanto nelle ultime settimane, mentre Dungu, nell’Haut-Uélé, si trova vicino al confine con il Sud Sudan.
L’epidemia è causata dal virus Bundibugyo. A differenza della variante Zaire affrontata nelle precedenti emergenze congolesi, non dispone ancora di un vaccino o di una terapia specifica approvati. La risposta dipende quindi soprattutto dalla rapidità con cui vengono individuati i malati, dal loro isolamento, dal tracciamento delle persone entrate in contatto con loro, dalle sepolture sicure e dalla fiducia delle comunità nei servizi sanitari. Il direttore di Africa CDC Jean Kaseya ha spiegato che sono stati identificati circa 30 mila contatti potenzialmente esposti quando, sulla base del numero di casi, dovrebbero essere nell’ordine di 420 mila. Più dell’80% delle nuove infezioni viene scoperto tra persone che non erano presenti nelle liste di sorveglianza. Significa che una parte enorme delle catene di contagio continua a essere individuata soltanto quando compaiono nuovi malati.
In Ituri, epicentro del contagio, circa un milione di persone vive da sfollato. Nell’insieme della Repubblica Democratica del Congo oltre 26 milioni soffrono di insicurezza alimentare acuta. Nord Kivu e Ituri sono attraversati da conflitti armati, attacchi alle strutture sanitarie e continui spostamenti di popolazione. L’Oms segnala inoltre che molte morti continuano ad avvenire fuori dagli ospedali. Il ritardo nell’accesso alle cure aumenta contemporaneamente mortalità e possibilità di trasmissione nelle famiglie.
Alla debolezza materiale del sistema sanitario si aggiunge la sfiducia. Disinformazione e sospetti nei confronti delle autorità hanno già prodotto aggressioni contro operatori e strutture. Domenica Marie-Célestin Karondwa, dirigente locale del partito di governo UDPS, è stato aggredito dopo una trasmissione radiofonica a Butembo nella quale aveva sostenuto le misure di prevenzione contro Ebola. È morto per le ferite. Il movente dell’omicidio non è stato accertato e non è quindi possibile attribuirlo con certezza alla sua posizione sull’epidemia.
La crisi riporta anche al centro la dipendenza sanitaria africana. I Paesi nei quali emergono virus ad alta letalità ospitano spesso i pazienti, il personale esposto e le sperimentazioni, mentre ricerca, brevetti e capacità industriale per produrre vaccini e farmaci restano concentrati altrove. A luglio l’Oms disponeva di appena il 40% dei 115 milioni di dollari necessari alla prima fase della risposta. La crescita dell’epidemia ha successivamente costretto i donatori a mobilitare nuove risorse. A New York sono stati promessi complessivamente circa 2,9 miliardi di dollari e Washington ha aumentato il proprio contributo.
I fondi arrivano però dopo mesi nei quali la sorveglianza è rimasta insufficiente e mentre il virus ha raggiunto nuove province. L’ultimo rapporto completo dell’Oms, pubblicato il 25 settembre, registrava ancora circa 70 nuovi casi in ventiquattr’ore distribuiti in 26 zone sanitarie. L’Ituri mostrava una lenta diminuzione, ma il Nord Kivu aveva appena raggiunto il proprio picco dall’inizio dell’epidemia. I dati governativi diffusi ieri portano ora il totale a 8.067 casi.



