Pagine Esteri – Oggi è una giornata storica per l’Iraq: scade infatti il termine fissato per la conclusione della missione della cosiddetta “Coalizione internazionale contro lo Stato Islamico”.
La decisione statunitense risponde alla nuova dottrina di politica militare ed estera del governo Trump, diretta a ridurre l’impegno fisso delle forze armate all’estero e a sostenere l’influenza di Washington attraverso interventi ad hoc e un minaccioso sistema basato sulle rappresaglie economiche e militari nei casi in cui i propri ultimatum non vengano rispettati.

La missione “Inherent Resolve” venne costituita nel 2014 dall’amministrazione Biden, ufficialmente per sostenere il governo di Baghdad contro le bande di Daesh, l’organizzazione fondamentalista che per anni ha occupato regioni intere del paese – oltre che della vicina Siria – mettendo a dura prova la tenuta delle istituzioni create dopo l’invasione e l’occupazione occidentale iniziata nel 2003, giustificata con la necessità, rivelatasi pretestuosa, di eliminare le armi di distruzione di massa presuntamente in possesso del regime guidato da Saddam Hussein.

La guerra e l’invasione del paese, preceduta da un durissimo blocco economico che provocò la morte di centinaia di migliaia di persone, provocò la disintegrazione dell’Iraq e lo scatenamento di una violenta guerra civile tra le diverse componenti etnico-religiose del paese, oltre che di una consistente resistenza contro l’occupazione straniera che poi condusse al rafforzamento delle organizzazioni fondamentaliste e alla nascita dello “Stato Islamico”.
Le truppe statunitensi lasciarono in gran parte il paese nel 2011 per poi tornare pochi anni dopo, paradossalmente, con il compito di contrastare l’espansione dell’Isis che la precedente occupazione da parte di Washington e dei suoi alleati aveva fortemente contribuito a legittimare.

A inizio settimana, le forze armate irachene hanno preso il controllo di quello che per più di due decenni è stato il quartier generale delle truppe statunitensi presso l’aeroporto internazionale di Baghdad, una delle ultime strutture ancora occupate dai militari di Washington.
Il passaggio di consegne è stato preceduto dalla firma, il 24 settembre, di un accordo tra il governo iracheno e gli Stati Uniti per la consegna del sito presso l’aeroporto della capitale.

Il complesso presso la scalo ha accompagnato buona parte della presenza statunitense in Iraq dopo l’invasione e l’occupazione dell’Iraq. Conosciuta inizialmente come “Sather Air Base”, fu una delle principali installazioni dell’Us Air Force nella zona dell’aeroporto di Baghdad. Dopo il ritiro della maggior parte delle forze statunitensi alla fine del 2011, la struttura passò sotto la responsabilità del Dipartimento di Stato e prese il nome di “Baghdad Diplomatic Support Center,” diventando un importante centro logistico e di supporto per la presenza diplomatica americana in grado di ospitare circa mille persone.

A formal ceremony taking place outdoors, with a man in a suit holding an Italian flag, while another man in military uniform observes.

Anche il personale civile e militare italiano ha lasciato simbolicamente il paese nei giorni scorsi ponendo fine alla missione “Inherent Resolve” avviata da Washington dodici anni fa. «Con il rientro degli ultimi militari impegnati nel recupero e nel trasferimento dei materiali logistici, si conclude oggi la presenza delle nostre Forze armate in Iraq” ha annunciato il ministro della Difesa Guido Crosetto. In realtà la quasi totalità del personale italiano aveva già abbandonato il paese nei mesi scorsi, dopo l’inizio degli attacchi israelo-americani contro l’Iran e le rappresaglie di Teheran e delle forze aderenti al cosiddetto “Asse della Resistenza” contro installazioni militari e civili della regione. Dal marzo scorso, infatti, il personale italiano della missione è stato evacuato dall’Iraq e trasferito al Joint Force Command di Napoli dopo che nei giorni precedenti alcune basi italiane – in particolare nel Kurdistan iracheno – sono state bombardate da droni e razzi.
Il conto della presenza militare italiana in Iraq è particolarmente salato: infatti dal 2003 ad oggi i governi italiani di diverso colore hanno stanziato ben quattro miliardi di euro.

La consegna delle ultime installazioni segna la conclusione della seconda fase della “presenza militare internazionale” in Iraq, mentre la cooperazione tra Baghdad e Washington proseguirà attraverso rapporti bilaterali.

Il governo di Baghdad ha presentato la scadenza di oggi come un passaggio di sovranità, non come la fine della cooperazione con Washington, sottolineando che il rapporto tra i due paesi si baserà d’ora in poi su una rinnovata cooperazione in settori di interesse comune.
La conclusione della missione della “Coalizione internazionale contro lo Stato Islamico” non condurrà quindi alla fine di ogni cooperazione militare internazionale. Baghdad punta piuttosto a sostituire progressivamente il dispositivo creato contro l’Isis con relazioni bilaterali e missioni differenti per natura e mandato. Un esempio è rappresentato dalla “Nato Mission Iraq” (Nmi): istituita nel 2018 su richiesta del governo iracheno, è una missione non combattente dedicata alla consulenza istituzionale, alla formazione e allo sviluppo delle capacità delle Forze armate e delle strutture di sicurezza irachene.

A guidare il comando della Nmi si è candidata l’Italia, dopo averne assunto la guida già tra il maggio del 2022 e il maggio del 2023. La candidatura arriva in una fase di profonda trasformazione della missione a causa del coinvolgimento parziale dell’Iraq nel conflitto scatenato alla fine di ottobre da Tel Aviv e Washington contro Teheran. La Nato ha chiarito che il trasferimento non equivale alla chiusura della missione e che un ritorno del personale in Iraq sarà valutato quando le condizioni lo consentiranno. Per l’Italia la fine della Coalizione non significa l’uscita dall’Iraq, ma un’evoluzione diretta all’aumento della cooperazione bilaterale e al rafforzamento delle istituzioni di sicurezza irachene nel quadro dello schieramento della Nato in Medio Oriente.

Sul piano politico ed economico, Baghdad intende ottenere un aumento degli investimenti stranieri nel paese. Nei giorni scorsi, il primo ministro iracheno Ali Falih al Zaidi ha incontrato a New York Stuart Jones, presidente del Middle East Institute ed ex ambasciatore statunitense in Iraq, discutendo di riforme economiche e finanziarie, di lotta alla corruzione, di diversificazione delle entrate dello Stato e delle misure utili all’aumento degli investimenti.
Baghdad ha caricato però la scadenza di oggi di un forte valore simbolico, dichiarando il 30 settembre “Giornata della sovranità nazionale”. Sabah al Numan, portavoce del comandante in capo delle Forze armate, l’ha definita una “pietra angolare” nella costruzione dello Stato moderno e la dimostrazione che le istituzioni irachene dispongono ormai delle capacità necessarie per assumere e gestire autonomamente la difesa del paese.
Nella lettura proposta dal governo iracheno, il passaggio di consegne dovrebbe inoltre rafforzare l’esercizio del monopolio statale della forza, sostenendo che la piena sovranità significa che “gli organismi armati dello Stato” devono rappresentare l’unico strumento di protezione del territorio e della popolazione.
Si tratta di una questione particolarmente delicata in Iraq, dove diverse formazioni armate mantengono strutture e catene di comando proprie pur essendo, in parte, inserite formalmente nell’architettura statale. Molte di queste milizie, inoltre, hanno un carattere confessionale, essendo legate alla comunità sciita e quindi sottoposte all’influenza dell’Iran. I colloqui avviati nei mesi scorsi in previsione della fine della presenza militare occidentale in Iraq hanno coinvolto alcune di queste milizie che, su pressione di Washington, sono state coinvolte in un processo di disarmo il cui esito è tutt’altro che certo visto il contesto bellico in cui è di nuovo immerso il Medio Oriente. La scadenza per la consegna delle armi da parte dei movimenti armati di confessione sciita è infatti già stato rinviato all’estate del 2027.

Per quanto Baghdad resti parzialmente nella sfera di influenza di Washington, la partenza delle truppe statunitensi, italiane e di altri paesi dal paese segna un ulteriore punto a favore di Teheran, che vede indebolirsi dopo due decenni un elemento di minaccia nei propri confronti. Ma l’Iraq continuerà a rappresentare un “vaso di coccio tra vasi di ferro”. Coinvolto nella competizione tra l’alleanza sciita e le petromonarchie, dal braccio di ferro tra Teheran da un lato e Washington e Tel Aviv dall’altro, dalle spinte autonomiste della componente curda a nord e dalla presenza, seppur indebolita rispetto al passato, di forze settarie e fondamentaliste islamiche tuttora dotate di una forza militare, il destino del paese continuerà a rimanere nelle mani di forze e interessi stranieri. – Pagine Esteri

A man with a beard speaking into a microphone during a discussion.

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica, movimenti sociali e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria


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