Pagine Esteri – In meno di un anno gli Stati Uniti hanno ridisegnato la propria presenza militare nel Levante come non accadeva dal 2014, quando Washington era tornata in Iraq e Siria ufficialmente per combattere lo Stato Islamico. Le basi statunitensi in Siria sono state progressivamente chiuse, fino alla consegna dell’ultima grande installazione nell’aprile 2026. Il 30 settembre anche Erbil, in Iraq, ha perso il ruolo di principale centro operativo della coalizione internazionale contro l’Isis. Truppe e attrezzature dell’Operazione Inherent Resolve hanno lasciato la base aerea, segnando la fine della missione militare della coalizione in territorio iracheno.
Il quartier generale della Combined Joint Task Force, che per oltre un decennio aveva coordinato le operazioni della coalizione, è stato trasferito in Giordania. Da qui continua a dirigere le attività in Siria, collaborando con i partner della coalizione e con le forze siriane dell’ex qaedista Ahmad Sharaa. Per la prima volta dal ritorno delle truppe americane nella regione, gli Stati Uniti stanno quindi gestendo una parte essenziale delle loro operazioni nel Levante dall’esterno dei due principali teatri operativi.
Il cambiamento era stato preparato da tempo. Il 27 settembre 2024 Baghdad e Washington avevano concordato un piano in due fasi per concludere la missione della coalizione in Iraq e trasformare progressivamente il rapporto militare in una partnership bilaterale. L’accordo prevedeva anche la possibilità di mantenere, fino al settembre 2026 e in determinate condizioni, la capacità di sostenere dal territorio iracheno le operazioni contro lo Stato Islamico in Siria.
Il riposizionamento è quindi iniziato dalle basi irachene. Nel corso del 2025 le forze americane hanno lasciato installazioni a Baghdad e la base aerea di Ain al-Asad, mentre Erbil aveva mantenuto un ruolo centrale come centro di supporto alle operazioni in Siria. Ma nel 2026 il processo ha subito un’accelerazione.
L’11 febbraio le forze statunitensi hanno abbandonato al-Tanf, nel sud-est della Siria, vicino al punto in cui si incontrano i confini siriano, iracheno e giordano. La base è stata consegnata alle autorità siriane. Parte del personale è stata trasferita sul versante giordano, in particolare alla Torre 22, una posizione avanzata situata a circa venti chilometri dall’ex installazione americana.
Il 16 aprile è arrivata la chiusura dell’ultima grande base statunitense nel nord-est della Siria. Dopo oltre dieci anni, la presenza militare diretta americana nel Paese è così terminata. Washington ha continuato a garantire addestramento, intelligence e sostegno ai partner locali, ma con un modello radicalmente diverso: meno soldati sul terreno e maggiore dipendenza dalle forze siriane.
Il passaggio è diventato definitivo l’11 agosto, quando il CENTCOM ha annunciato la nuova leadership dell’Operazione Inherent Resolve definendola una forza “con quartier generale in Giordania”. Il 30 settembre, con l’abbandono di Erbil, si è conclusa anche la fase irachena della missione. La città curda era stata il principale centro operativo della task force e aveva ospitato la maggior parte dei circa 1.500 militari americani e della coalizione impegnati nella fase finale della campagna contro l’Isis.
È dunque la Giordania il grande punto di arrivo di questa trasformazione. Il regno hashemita non è diventato semplicemente una nuova base americana, ma il nodo più vicino dal quale Washington può continuare a seguire Iraq e Siria senza mantenere una presenza militare comparabile a quella degli anni precedenti all’interno dei due Paesi.
La scelta ha una precisa logica geografica e militare. La Giordania si trova a ovest dell’Iraq, è confinante con Siria e Israele, dispone di un accesso al Mar Rosso attraverso Aqaba ed è collegata militarmente sia agli Stati Uniti sia agli altri partner arabi del Golfo. Per Washington rappresenta quindi una piattaforma relativamente arretrata rispetto alle aree più esposte, ma sufficientemente vicina al Levante per sostenere rapidamente operazioni aeree, intelligence, logistica e forze speciali.
Il rapporto militare tra Washington e Amman, del resto, è molto più antico dell’attuale riorganizzazione. Secondo una stima del Congressional Research Service, alla fine del 2024 si trovavano in Giordania circa 4.000 militari statunitensi. Un accordo di cooperazione per la difesa firmato nel 2021 ha garantito alle forze americane l’accesso a dodici strutture e siti militari giordani utilizzabili per addestramento, transito, stazionamento e attività logistiche.
Tra questi, la base aerea Muwaffaq Salti, vicino ad Azraq, ha assunto un’importanza particolare. Gli Stati Uniti ne hanno finanziato l’ampliamento, con nuove piste, piazzali, strutture di manutenzione, depositi e alloggi. La base può ospitare gruppi consistenti di velivoli militari e ha acquisito un ruolo importante anche per gli aerei da trasporto e ricognizione. In una regione nella quale le basi americane più vicine all’Iran sono diventate vulnerabili a missili e droni, la posizione della Giordania offre a Washington una maggiore profondità strategica.
È qui che la guerra con l’Iran ha prodotto un’ulteriore trasformazione. Gli attacchi contro installazioni statunitensi nel Golfo hanno mostrato il rischio di concentrare grandi quantità di aerei, munizioni, carburante, sensori e strutture di comando in pochi siti facilmente identificabili. La nuova strategia americana punta quindi a distribuire maggiormente le risorse, mantenendo però alcuni grandi hub difficili da sostituire.
La Giordania è una delle principali beneficiarie di questa redistribuzione. Ma è anche uno dei Paesi che ne sopporta i rischi.
La Torre 22 lo aveva già dimostrato il 28 gennaio 2024, quando un attacco con droni aveva ucciso tre militari americani e ferito decine di persone. All’epoca la struttura serviva soprattutto a sostenere e rifornire la guarnigione statunitense di al-Tanf. Dopo il ritiro dalla Siria, la sua funzione è cambiata e alcune delle forze americane sono state trasferite proprio lì.
Le infrastrutture militari giordane sono inoltre diventate parte della rete regionale di difesa contro missili e droni. Durante gli scontri con l’Iran, Amman ha partecipato all’intercettazione di proiettili che attraversavano il suo spazio aereo, sostenendo di agire per proteggere il territorio e la popolazione del regno. Ma la presenza americana crea una situazione più complessa: le installazioni utilizzate dagli Stati Uniti possono diventare obiettivi durante una crisi regionale, anche quando la Giordania non intende partecipare direttamente al conflitto.
È il paradosso al centro della nuova posizione di Amman. La partnership con Washington garantisce al regno capacità di intelligence, difesa aerea, addestramento, deterrenza e sostegno economico. Allo stesso tempo, rende la Giordania più esposta alle conseguenze delle guerre combattute nella regione.
Il problema è anche politico. Questa estate più di 300 politici, accademici, avvocati, ufficiali in pensione e rappresentanti tribali hanno chiesto una revisione dell’accordo di cooperazione con Washington e che il regno venga tenuto fuori dal confronto regionale. Il timore è che la crescente presenza americana trasformi la Giordania da Paese relativamente protetto in una piattaforma militare esposta alle ritorsioni dei nemici degli Stati Uniti.
Il governo di Amman ha cercato di tracciare una linea precisa. Il ministro degli Esteri Ayman Safadi ha ribadito che le forze americane operano in Giordania sulla base di accordi di cooperazione di lungo periodo e nel rispetto della sovranità nazionale. Ha anche chiarito che il territorio giordano non può essere utilizzato per lanciare un attacco contro un altro Stato e che qualsiasi attacco contro la Giordania costituisce una violazione della sua sovranità.
Il problema, tuttavia, è che la distinzione tra difesa e coinvolgimento può diventare sempre più difficile da mantenere quando il territorio nazionale ospita basi, radar, aerei e personale militare di una potenza impegnata in un confronto regionale.
Per Washington, intanto, la scelta appare coerente con una trasformazione più ampia. In Qatar resta Al Udeid, uno dei principali centri per le operazioni aeree americane nella regione. In Bahrein si trovano il comando navale del CENTCOM e la Quinta Flotta. Il Kuwait continua a svolgere una funzione fondamentale per logistica, stoccaggio e movimento delle forze. La Giordania assume invece un ruolo più specificamente legato al Levante, diventando il nodo avanzato per le operazioni connesse a Siria e Iraq.
Il nuovo modello riduce la dipendenza dalla presenza militare diretta, ma non significa un disimpegno americano dal Medio Oriente. Washington sta piuttosto passando da una rete di basi collocate direttamente nei teatri di guerra a una struttura più distribuita, nella quale basi esterne, forze locali, intelligence, vendita di armi e accordi bilaterali sostituiscono parte della presenza sul terreno.
Anche in Iraq il ritiro non significa quindi la fine dell’influenza americana. Per il 2026 Washington ha previsto oltre 212 milioni di dollari per addestramento, equipaggiamento, pianificazione e operazioni congiunte di unità irachene impegnate contro lo Stato Islamico.
L’assenza di grandi contingenti americani in Iraq e Siria riduce l’esposizione diretta delle truppe statunitensi e il rischio di attacchi contro basi isolate. Ma aumenta la distanza dal campo di battaglia e rende più difficile intervenire rapidamente qualora si produca un nuovo vuoto di sicurezza.
La Giordania si trova così al centro di una contraddizione strategica. Per gli Stati Uniti è diventata più importante proprio perché Washington ha deciso di ridurre la propria presenza diretta in Iraq e Siria. Per Amman, invece, l’aumento dell’importanza militare significa ottenere maggiori capacità di protezione, ma anche entrare più profondamente nella geografia delle tensioni regionali.
Il ritiro americano da Iraq e Siria, dunque, non rappresenta la fine della presenza militare degli Stati Uniti nel Levante. È la sua trasformazione. Washington sta arretrando dalle basi direttamente immerse nei teatri operativi e costruendo una rete più mobile e distribuita. Al centro di questa nuova architettura c’è la Giordania, che da alleato periferico è diventata una piattaforma strategica per controllare, sostenere e, se necessario, intervenire nel Levante.
Ma proprio questa centralità espone il regno a una domanda che sarà sempre più difficile eludere: fino a che punto la protezione garantita dalla presenza americana può compensare il rischio di diventare uno dei bersagli di una guerra che Amman non vuole combattere?



