Pagine Esteri – A un anno dall’accordo promosso dalla Casa Bianca, il cessate il fuoco non ha fermato gli attacchi israeliani né avviato il ritiro delle sue forze armate e la ricostruzione di Gaza. Israele controlla circa due terzi della Striscia, mentre oltre 1,2 milioni di palestinesi continuano a soffrire la fame acuta.
Il 10 ottobre 2025, quando entrò in vigore la tregua a Gaza, Donald Trump presentò l’accordo come il primo passo verso la fine di una guerra che aveva devastato la Striscia e provocato una catastrofe umanitaria. A distanza di un anno, il bilancio racconta però una realtà molto diversa dalle ambizioni annunciate dalla Casa Bianca. La prima fase dell’intesa ha prodotto risultati concreti, ma il percorso si è progressivamente bloccato, lasciando irrisolte le questioni decisive.
Il piano in venti punti prevedeva inizialmente la fine dell’attacco israeliano, il ritiro parziale delle forze israeliane, la liberazione degli ostaggi e dei prigionieri e un incremento degli aiuti umanitari. Nelle fasi successive, Hamas avrebbe dovuto deporre le armi, mentre un organismo palestinese tecnocratico avrebbe assunto l’amministrazione di Gaza sotto la supervisione del Consiglio per la Pace guidato da Trump. Il ritiro israeliano sarebbe proseguito gradualmente, con il passaggio delle responsabilità a una Forza internazionale di stabilizzazione.
L’obiettivo dichiarato era ricostruire Gaza «a beneficio della popolazione di Gaza, che ha sofferto già fin troppo», come recitava il piano. Ma proprio le condizioni necessarie per realizzare questa prospettiva sono rimaste bloccate con Israele che pone come condizione il disarmo totale di Hamas prima di rispettare qualsiasi dei suoi impegni.
Secondo i dati del ministero della Salute di Gaza, almeno 1.400 palestinesi sono stati uccisi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. Tra le vittime figurano numerose donne e bambini. Non si è tornati alla guerra su vasta scala dei mesi precedenti, ma la cessazione delle operazioni militari non si è tradotta in una protezione effettiva della popolazione civile né nella fine dell’occupazione israeliana.
Un anno fa, la prima fase dell’accordo prevedeva che Israele arretrasse fino alla cosiddetta «linea gialla», mantenendo il controllo del 53% della Striscia. Da allora l’area sottoposta al controllo effettivo israeliano è arrivata a circa due terzi del territorio. L’avanzamento della linea ha provocato nuovi spostamenti della popolazione, comprimendo circa due milioni di palestinesi in una porzione sempre più ridotta della fascia costiera, dove molti vivono in tende o in edifici danneggiati.
Nelle aree sotto controllo israeliano operano anche milizie mercenarie palestinesi al servizio di Israele, che utilizzano queste zone come base per attacchi nell’area che è rimasta sotto il controllo del movimento Hamas.
Anche sul fronte umanitario i progressi sono insufficienti. La ripresa degli ingressi di merci e soccorsi ha migliorato parzialmente la situazione rispetto alle fasi più drammatiche della guerra, ma non ha risolto l’emergenza alimentare. Secondo l’Integrated Food Security Phase Classification, l’organismo internazionale che monitora la sicurezza alimentare, oltre 1,2 milioni di persone continuano a soffrire di fame acuta. Un rapporto pubblicato ad agosto ha rilevato che, tra l’inizio del cessate il fuoco e la fine di maggio, sono entrati nella Striscia in media 227 camion al giorno con rifornimenti umanitari e commerciali. Un dato inferiore alla metà dei 600 camion quotidiani indicati come minimo dal piano di Gaza.
Le organizzazioni umanitarie denunciano restrizioni sull’ingresso di materiali essenziali, compresi i pali metallici per costruire le tende, l’olio per motori e i pezzi di ricambio, bloccati dalle autorità israeliane perché, sostengono, potrebbero essere utilizzare a fini militari. Il risultato è che, nonostante il cessate il fuoco, una parte consistente della popolazione resta esposta alla fame, alla precarietà degli alloggi e alla mancanza di infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza.
Anche la componente internazionale prevista dall’accordo è ancora ferma. La Forza internazionale di stabilizzazione dispone di un comandante, il generale statunitense Jasper Jeffers, e alcuni Paesi, tra cui Indonesia, Marocco, Kazakistan, Albania, Kosovo e Uganda, hanno promesso di contribuire con proprio personale. Il progetto a lungo termine prevede l’impiego di 20.000 soldati e l’addestramento di 12.000 agenti di polizia palestinesi. Ma la forza non è stata ancora costituita pienamente e il comitato tecnocratico incaricato di amministrare Gaza, nominato a gennaio e guidato da Ali Shaath, non è ancora entrato nella Striscia.
La distanza tra gli annunci e la realtà emerge anche dai numeri della ricostruzione. A un anno dall’accordo, i palestinesi continuano a cercare tra le macerie materiali con cui riparare le tende e costruire rifugi di fortuna. A settembre il Consiglio per la Pace ha presentato un piano da 2,45 miliardi di dollari per avviare gli interventi, una cifra tuttavia molto lontana dal fabbisogno complessivo.
Una valutazione dell’Unione europea e delle Nazioni Unite, pubblicata ad aprile e citata dal Consiglio, stima in 71,4 miliardi di dollari le risorse necessarie per la ripresa e la ricostruzione nell’arco dei prossimi dieci anni.
A complicare ulteriormente il quadro sono le dichiarazioni di esponenti della destra israeliana favorevoli all’esplusione dei palestinesi dalla Striscia attraverso la cosiddetta «emigrazione volontaria». Il ministro della Difesa Israel Katz ha sostenuto a settembre che «non esiste, alla fine, una soluzione reale per Gaza senza questa migrazione». Già nel 2025 il ministero della Difesa israeliano aveva istituito un ufficio incaricato di occuparsi di questo progetto, dopo le dichiarazioni di Trump sulla possibilità di trasferire permanentemente la popolazione palestinese.

Le autorità israeliane affermano che non esistono piani per trasferire con la forza gli abitanti di Gaza, ma la permanenza di queste proposte alimenta i timori di una pulizia etnica.




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