PAGINE ESTERI – A cinque giorni dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, gli Stati Uniti entrano nella fase conclusiva di una campagna che vede al centro anche il rapporto tra la presidenza e le istituzioni. Donald Trump non è candidato, ma il suo nome è al centro del confronto: il voto deciderà se il Partito repubblicano conserverà il controllo della Camera dei rappresentanti e del Senato oppure se i democratici riusciranno a conquistare almeno una delle due assemblee, limitando la capacità del presidente di portare avanti la propria agenda in casa e nel mondo.

Alla Camera i repubblicani dispongono di una maggioranza di appena 218 seggi contro 214, con due posti vacanti e un indipendente che si schiera con loro. Per conquistare il controllo dell’assemblea, i democratici devono ottenere un guadagno netto di quattro seggi. Al Senato, dove i repubblicani hanno 53 seggi contro 47, il margine necessario è ancora di quattro. Dieci competizioni senatoriali, tra cui quelle in Maine, Ohio, Carolina del Nord, Iowa e Georgia, sono considerate particolarmente importanti per determinare i nuovi equilibri.

Il risultato non si misurerà soltanto in termini di maggioranze parlamentari. Una sconfitta repubblicana alla Camera consegnerebbe ai democratici il controllo delle commissioni e il potere di avviare indagini sull’amministrazione, convocare funzionari e richiedere documenti attraverso mandati di comparizione parlamentari. Non basterebbe, invece, a imporre facilmente una nuova agenda legislativa: Trump conserverebbe il potere di veto e ampi margini d’azione in materia di immigrazione, politica estera e tariffe commerciali. Il Senato resterebbe decisivo per le nomine e per l’approvazione di molte iniziative legislative.

Il costo della vita e il giudizio sulla presidenza

La campagna si svolge in un contesto di difficoltà per la Casa Bianca. Secondo un’analisi dell’agenzia Reuters pubblicata il 19 ottobre, l’indice di approvazione di Trump era sceso al 32% il livello più basso della sua presidenza. L’aumento dei prezzi e le preoccupazioni economiche pesano sul dibattito, insieme alle politiche migratorie e alle conseguenze delle decisioni dell’amministrazione. Il dato misura il giudizio sull’operato del presidente, non direttamente l’intenzione di voto nei singoli collegi, dove le dinamiche locali possono essere differenti.

I democratici cercano di trasformare il malcontento in un voto di protesta, concentrandosi sul costo della vita, sulla sanità, sull’alloggio e sulle conseguenze delle scelte economiche della Casa Bianca. I repubblicani difendono invece i risultati rivendicati da Trump e insistono sui temi dell’immigrazione e della sicurezza, cercando di mantenere mobilitata la propria base.

Le rilevazioni nazionali pubblicate alla vigilia del voto indicano un vantaggio democratico nelle preferenze generali per il Congresso. Ma il voto popolare nazionale non determina direttamente la composizione delle due Camere: alla Camera contano i risultati nei singoli distretti, mentre al Senato ogni competizione statale ha caratteristiche proprie. La distribuzione geografica del consenso, la partecipazione elettorale e la capacità dei candidati di mobilitare i rispettivi elettorati saranno quindi determinanti.

Anche per questo Trump e l’ex presidente Barack Obama sono tornati in prima linea nella campagna. Ieri i due, pur non essendo candidati, hanno partecipato alla mobilitazione nei collegi decisivi.

L’ossessione di Trump per gli elettori non cittadini

È però sul terreno della regolarità elettorale che si sta aprendo uno dei fronti più delicati della campagna. Un’inchiesta documenta l’estensione delle indagini federali sui presunti voti espressi da persone prive della cittadinanza americana. Secondo l’agenzia, l’amministrazione Trump ha emesso oltre cento mandati di comparizione, coinvolgendo almeno tredici Stati e richiedendo documenti relativi a decine di migliaia di elettori.

Il voto alle elezioni federali è riservato ai cittadini statunitensi e votare senza averne diritto è ovviamente illegale. La questione, tuttavia, riguarda la dimensione del fenomeno e l’affidabilità delle procedure impiegate per individuarlo. Diversi studi e precedenti verifiche indicano che i casi di voto da parte di non cittadini sono estremamente rari. L’agenzia riferisce inoltre che, dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, i procuratori hanno contestato ad almeno 147 persone il voto illegale: meno di un caso contestato ogni milione di votanti alle presidenziali del 2024. Si tratta di procedimenti in larga parte ancora irrisolti, non di altrettante condanne definitive.

La Casa Bianca sostiene che l’iniziativa sia necessaria per tutelare l’integrità delle elezioni e perseguire chi viola la legge. Ma amministratori elettorali ed esperti di diritto contestano l’ampiezza delle richieste che alimenta sospetti non suffragati da prove di frodi diffuse e preparare il terreno a contestazioni dei risultati.

Le indagini si inseriscono in una più ampia iniziativa federale per ottenere gli elenchi elettorali degli Stati, compresi dati personali sensibili. Il Dipartimento di Giustizia ha avviato cause contro numerosi Stati che si sono rifiutati di consegnare integralmente le informazioni richieste. Finora i tribunali hanno respinto le richieste federali nei procedimenti relativi agli elenchi elettorali, anche se diverse controversie restano aperte o in appello. Un giudice federale, inoltre, ha bloccato il 21 ottobre le operazioni sul territorio del Dipartimento per la Sicurezza interna in nove Stati.

La California, laboratorio dello scontro

Il caso più significativo è quello della California, Stato a forte maggioranza democratica dove alcuni seggi alla Camera potrebbero contribuire a decidere il controllo dell’assemblea. Il Dipartimento di Giustizia ha sostenuto che oltre 20.000 persone sospettate di non essere cittadini abbiano ricevuto schede elettorali per posta e ha chiesto che le schede eventualmente espresse non vengano conteggiate prima della verifica della cittadinanza.

Le autorità californiane hanno contestato l’affidabilità degli elenchi federali. In una verifica preliminare di 200 nominativi nella contea di Los Angeles, hanno rilevato che quasi il 40% delle persone esaminate sembrava essere nato negli Stati Uniti. La richiesta federale ha quindi aperto un conflitto non soltanto sull’interpretazione della legge, ma anche sulla qualità dei dati e sulle procedure necessarie per evitare che cittadini aventi diritto vengano esclusi dal voto.

Il 29 ottobre, secondo Al Jazeera, un giudice ha respinto un tentativo dell’amministrazione di bloccare schede in California sulla base dei sospetti relativi alla cittadinanza degli elettori. La vicenda conferma che la questione potrebbe proseguire anche dopo la chiusura delle urne, attraverso ricorsi e controversie sul conteggio e sulla certificazione dei risultati.

Un voto che avrà conseguenze dopo il 3 novembre

Le elezioni di metà mandato rappresentano tradizionalmente un referendum politico sull’amministrazione in carica. Per Trump, una perdita della Camera renderebbe più difficile governare attraverso il Congresso e aprirebbe una stagione di audizioni e indagini parlamentari. Una vittoria democratica in entrambe le assemblee moltiplicherebbe gli ostacoli legislativi, pur senza privare il presidente dei suoi poteri costituzionali.

Anche un eventuale risultato favorevole ai repubblicani, d’altra parte, non cancellerebbe le controversie sull’operato dell’amministrazione. Le tensioni sulla gestione del voto, le cause federali e statali e le richieste di accesso ai dati elettorali continueranno a porre interrogativi sul rapporto tra il governo federale e le autorità responsabili delle elezioni.


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