BRASILE:
La fuga di Bolsonaro negli USA e la battaglia di Lula per la sovranità economica e digitale
In Brasile, il quadro politico ed economico successivo all’elezione presidenziale è segnato dalla rocambolesca fuga all’estero del senatore ed ex candidato della destra Flávio Bolsonaro, un episodio che rivela l’intreccio transnazionale tra le forze reazionarie del continente e le sfide strutturali dell’amministrazione guidata da Luiz Inácio Lula da Silva. Indagato dalla Corte Suprema (STF) per riciclaggio di denaro e sotto ordine di consegna del passaporto emesso dal giudice Alexandre de Moraes, Bolsonaro è fuggito negli Stati Uniti violando le disposizioni giudiziarie e contravvenendo alle sue stesse dichiarazioni pubbliche. La dinamica dell’evasione — confermata dalla Direzione Nazionale delle Migrazioni argentina — ha evidenziato la complicità diretta del governo ultra-liberista di Javier Milei: la famiglia Bolsonaro ha attraversato il confine a Puerto Iguazú sotto scorta della polizia argentina per poi imbarcarsi su un volo privato della compagnia Baires Fly verso Miami (con scalo tecnico a Guayaquil, in Ecuador), evitando accuratamente lo spazio aereo brasiliano grazie al supporto logistico e alle garanzie di visto concesse dal movimento MAGA di Donald Trump, e al passaporto italiano. Questo patto di protezione per la leadership golpista si colloca in una fase in cui il governo Lula affronta una complessa equazione economico-sociale: da un lato, l’impegno prioritario di sradicare la povertà e la fame, garantendo la sostenibilità dei programmi sociali e la ricostruzione del potere d’acquisto dei salari per oltre 30 milioni di brasiliani che vivono in condizioni di vulnerabilità o lavoro informale; dall’altro, le forti resistenze dell’agrobusiness, della speculazione finanziaria e del capitale transnazionale, che limitano lo spazio di manovra fiscale del bilancio statale. Inoltre, la transizione verso la sovranità digitale e la regolamentazione delle grandi piattaforme tecnologiche (le Big Tech statunitensi che hanno supportato l’ecosistema di disinformazione e la campagna della destra) rappresentano un fronte aperto cruciale per la stabilità democratica. Tra la necessità di garantire risposte materiali immediate alla propria base sociale e le pressioni di un mercato e di un’opposizione protetta dall’asse Washington-Buenos Aires, il terzo mandato di Lula deve misurarsi con i vincoli di un capitalismo periferico ancora fortemente dipendente dalla rendita finanziaria ed estrattiva.
ECUADOR
Dolarizzazione, persecuzione politica e stretta autoritaria in vista delle elezioni
Sotto il peso di un accordo da 4 miliardi di dollari con il FMI, l’Ecuador di Daniel Noboa affronta una profonda crisi economico-sociale segnata da un’informalità lavorativa che supera il 60% e da tagli alla spesa pubblica che si intrecciano con pesanti razionamenti elettrici e blackout sistematici. In questo contesto, la rigidità della dolarizzazione continua a scaricare sui salari reali e sul super-sfruttamento della forza lavoro l’intero costo dell’aggiustamento neoliberista. A un mese dalle elezioni amministrative del 29 novembre, l’esecutivo risponde al malcontento popolare intensificando la strategia del lawfare e della proscrizione politica: il 22 ottobre è stata arrestata Luisa González, principale figura di Revolución Ciudadana ed ex candidata presidenziale, accusata dalla Procura di presunto lavaggio di denaro nel “Caso Caja Chica”. L’arresto è giunto dopo che il Tribunale dei Contenziosi Elettorali le aveva già impedito di candidarsi alla Prefettura di Manabí. González ha denunciato una persecuzione politica sistematica e il maltrattamento dei prigionieri di opposizione, richiamando la drammatica reclusione dell’ex vicepresidente Jorge Glas, le cui condizioni di salute nel carcere di massima sicurezza di Santa Elena rimangono gravissime e senza assistenza adeguata. Per blindare il proprio assetto di potere, Noboa ha decretato un nuovo coprifuoco dal 1° al 10 novembre nelle province della Costa, mentre inchieste giornalistiche e rilievi satellitari hanno documentato l’uso della base aerea di Taura da parte dell’esercito statunitense, con oltre venti voli di velivoli militari USA e il tempestivo allontanamento del comandante della Fuerza Aérea Ecuatoriana, Mauricio Salazar, che aveva chiesto chiarimenti sul rispetto della sovranità nazionale. Questa spinta autoritaria ha travolto anche la magistratura: la Relatrice ONU Margaret Satterthwaite e Human Rights Watch hanno condannato la destituzione di tre giudici puniti dal Consiglio della Giudicatura per aver revocato una custodia cautelare, denunciando un aperto messaggio intimidatorio contro l’indipendenza giudiziaria. Di fronte alla convergenza tra tagli del FMI, attacchi alla democrazia e sottomissione militare a Washington, le principali organizzazioni sociali, indigene e sindacali — tra cui il Frente Popular, la FENOCIN, la UNE e la CEDOCUT — hanno lanciato un piano di mobilitazione nazionale iniziato il 29 ottobre a Quito con l’obiettivo dichiarato di contrastare il governo nelle piazze e nelle urne.
EL SALVADOR
L’aggiustamento strutturale di Bukele verso la prova delle urne
In El Salvador, il quadro economico e politico è dominato dall’inizio della campagna per le elezioni presidenziali del 28 febbraio 2027 e dal tentativo di reelezione consecutiva di Nayib Bukele, reso possibile da una riforma costituzionale della Asamblea Legislativa che ha introdotto la reelezione indefinita, esteso il mandato a sei anni e anticipato la tornata elettorale. Mentre il discorso ufficiale e i report degli organismi finanziari internazionali (come il FMI, che stima un PIL in crescita al 4,5% spinto dall’edilizia e dal turismo) celebrano la narrazione della “sicurezza e della stabilità”, la realtà socio-economica del capitalismo periferico salvadoregno mostra forti tensioni strutturali: la stima del debito pubblico supera i 34.000 milioni di dollari e l’esperimento finanziario dell’adozione del Bitcoin come moneta legale ha subito forti contraccolpi e perdite di valore nelle riserve statali, spingendo l’esecutivo a un piano di aggiustamento e austerità concordato con il FMI che ha causato migliaia di licenziamenti nel settore pubblico e il congelamento della spesa sociale. Nonostante i proclami di riduzione della povertà monetaria, la povertà extrema e la vulnerabilità dei nuclei familiari rimangono elevate (con una povertà totale attorno al 22,5% dei nuclei e un forte aumento del costo della vita sostenuto quasi esclusivamente dalle rimesse dall’estero). Su questo sfondo si apre il periodo di propaganda elettorale di quattro mesi: a sfidare la formula Bukele-Ulloa (apertamente appoggiata dai vecchi alleati di GANA e lasciata al voto libero dal PDC) vi sono i partiti tradizionali ormai ridimensionati come il FMLN — che schiera il medico e leader sindacale Rafael Aguirre e l’infermiera Madaí Santos, licenziata dall’ospedale pubblico nel quadro dei tagli alla sanità —, ARENA con Mayteé Iraheta, e la Fraternidad Patriota Salvadoreña (FPS). Al contrario, formazioni d’opposizione come Vamos hanno scelto di boicottare le presidenziali denunciando l’incostituzionalità della reelezione e la marcata concentrazione autoritaria del potere nelle mani della presidenza Bukele.
CILE
La “Megarreforma” di Kast, la fuga di capitali e la corsa ai data center di Big Tech
In Cile, le dinamiche del capitalismo finanziario e l’impatto sociale dell’estrattivismo neoliberista si incrociano nella spinta deregolamentatrice promossa dall’amministrazione di ultradestra di José Antonio Kast. Al centro delle critiche vi è la cosiddetta “Megarreforma”, un pacchetto economico che riduce l’imposta corporativa sulle grandi imprese dal 27% al 23%, generando un ammanco fiscale stimato in 3.215 milioni di dollari (lo 0,71% del PIL). Secondo i dati dello stesso Ministero delle Finanze, quasi l’80% di questo sgravio beneficia il 1% più ricco della popolazione. Mentre la retorica ufficiale e gli esponenti dell’opposizione centrista (come l’ex concertazionista Francisco Vidal) promettono che la riduzione fiscale stimolerà investimenti e occupazione, l’analisi del capitale finanziario dimostra la tendenza opposta: in un contesto di tassi elevati della Federal Reserve e di speculazione globale sui mercati finanziari o sulle bolle tecnologiche, i capitali privati chileni continuano a internacionalizzarsi ed esportare rendite all’estero (dove le loro posizioni superano già il 45% del PIL). Questo drenaggio di risorse pubbliche avviene in una fase di forte contrazione della spesa sociale e aumento del costo della vita, aggravated dal taglio dei bilanci per salute, istruzione e pensioni a fronte di un deficit strutturale del 3,7%. Nel frattempo, i costi territoriali ed ecologici dell’espansione capitalistica ricadono sulle comunità locali e sui settori produttivi di base: da un lato, il Ministero delle Minere ha dovuto dichiarare l’emergenza climatica tra Coquimbo e Bío Bío per l’arrivo di un violento sistema frontale, sollecitando la sospensione delle attività e l’evacuazione della piccola miniera precordillerana a causa del rischio di aluvioni e frane; dall’altro, divampa il conflitto socioambientale legato alla corsa ai data center per l’intelligenza artificiale. A Cerrillos (Regione Metropolitana di Santiago), Google ha riconvertito il suo progetto da 200 milioni di dollari sostituendo il raffreddamento ad acqua (bloccato dal Tribunale Ambientale per l’impatto sull’acquifero centrale) con un sistema ad aria. Tuttavia, grazie a una recente modifica regolamentare che ha innalzato le soglie per la valutazione d’impatto ambientale, l’azienda potrà installare la pianta — che consumerà 120 MW e stoccherà quasi 700 tonnellate di diésel per generatori d’emergenza in una zona ad alta densità abitativa — senza sottoporsi ad alcun processo di valutazione d’impatto o consultazione cittadina, scatenando la protesta delle organizzazioni territoriali contro l’asservimento dello Stato agli interessi delle multinazionali tecnologiche.
ARGENTINA:
Il costo sociale del modello libertariano e la deriva di Milei
In Argentina, il modello di deregolamentazione radicale promosso dal governo di Javier Milei continua a mostrare la spaccatura tra la narrazione contabile di stabilizzazione finanziaria e la realtà materiale delle classi lavoratrici. Un recente rapporto della piattaforma Bumeran (uno dei più grandi e storici portali di ricerca di lavoro e recruiting online dell’America Latina, presente in Argentina, Messico, Perù, Cile ed Ecuador, gestito dal gruppo tecnologico Jobint). ha rivelato che l’87% dei lavoratori dichiara che il proprio salario non basta a coprire i bisogni primari (innanzitutto affitto e alimentazione). Il 73% degli occupati esaurisce le entrate in meno di due settimane e ha un indebitamento domestico che sfiora il 77%. Sebbene le rilevazioni ufficiali del PIL tendano a ridimensionare la crisi, misurazioni metodologiche aggiornate della consultora Equilibra e del modello UCA indicano che la povertà reale sfiora in realtà il 45% della popolazione (oltre 15 milioni di persone), smentendo il recupero del potere d’acquisto sbandierato dal Ministero dell’Economia. A questo quadro di contrazione dei consumi e super-sfruttamento si aggiunge un grave scandalo finanziario: un’ispezione dell’Auditoría General de la Nación (AGN) ha rilevato che nel 2025 il Banco Central ha perso ben 1.023 milioni di dollari in operazioni speculative ad alto rischio (collar trade) effettuate sulle riserve fisiche di oro nazionale, parte delle quali trasferite all’estero (tra cui Londra e la Svizzera) con totale opacità, che hanno scatenato denunce penali per malversazione contro il ministro Luis Caputo e il presidente del BCRA Santiago Bausili. Per reprimere l’aumentare del malcontento e coprire le falle della propria gestione, l’esecutivo libertariano ha inasprito l’aggressività politica e verbale: Amnistia Internazionale ha annunciato una denuncia formale contro Milei davanti alla CIDH e all’ONU per la violenza sistematica contro la stampa e gli attacchi diretti ai giornalisti che indagano sulle manovre governative — con ben 278 aggressioni registrate dal Foro de Periodismo Argentino (FOPEA), di cui oltre la metà riconducibili al Presidente in persona —, e che hanno provocato persino la dura presa di distanza di importanti settori imprenditoriali come l’istituto IDEA e ADEPA a difesa della libertà di espressione e dei requisiti minimi di garanzia democratica.



