Gruppi armati provano ad assaltare la televisione nazionale. Domenica dimostranti erano penetrati nella sede del Congresso. A tre anni dalla caduta di Gheddafi istituzioni fragilissime: comandano le milizie armate.
dalla redazione
Roma, 5 marzo 2014, Nena News – Uomini armati hanno attaccato ieri la televisione di Stato libica a Tripoli ma non sono riusciti a penetrare all’interno dell’edificio perché i soldati di guardia e truppe di rinforzo li hanno respinti. L’assalto non ha provocato vittime.
Secondo le autorità libiche i responsabili dell’attacco sono i sostenitori del miliziano Juma’a al-Shahm, che ha controllato l’edificio della televisione nazionale per diversi mesi prima di essere cacciato e arrestato dalle forze governative la scorsa settimana.
L’aggressione armata di ieri è solo l’ultima di una lunga serie di attacchi causati dai gruppi armati. A tre anni dalla caduta di Moammer Gheddafi, il governo centrale non riesce ad avere il controllo del Paese. Le forze militari e di polizia, scarsamente equipaggiate e addestrate, appaiono troppo deboli per sconfiggere le milizie rivali che imperversano in Libia.
La notizia dell’assalto alla televisione nazionale è giunta nelle stesse ore in cui veniva ritrovato il corpo senza vita di un noto colonnello dell’aeronautica libica. Il cadavere di Adam Faraj al-Abali è stato rinvenuto dentro la sua macchina nei pressi di un cimitero vicino Bengasi. Presentava colpi d’arma da fuoco alla testa e al petto. Bengasi, dominata dalle milizie che avevano combattuto Gheddafi, è stata teatro di numerosi attacchi a giudici, ufficiali di sicurezza, attivisti e religiosi. In una parte del paese dove le istituzioni statali sono assenti, non desta stupore che nessuno mai è stato arrestato e portato davanti alla giustizia per rispondere di questi crimini.
Che le istituzioni del paese siano deboli è apparso con tutta evidenza domenica a Tripoli quando è stato invaso il Congresso nazionale generale (GNC). Durante l’irruzione dei manifestanti all’interno dell’edificio, due parlamentari libici sono stati feriti da colpi di pistola. I dimostranti chiedevano che il GNC fosse sciolto e fosse stabilita una data per le elezioni anticipate. Da quando il Congresso ha deciso di prorogare il suo mandato fino alla fine dell’anno, la Libia è stata attraversato da numerose manifestazioni di protesta.
L’assalto al Congresso è stato commentato con “preoccupazione” (e imbarazzo) dall’Onu e dagli Usa. Ma non avrà sorpreso molti libici perché il Congresso è stato più volte invaso e assediato da milizie armate lo scorso anno. E così a distanza di tre anni dalla “rivoluzione” e dalla “guerra umanitaria della Nato per far cadere il dittatore”, resta da chiedersi chi sta ripagando quel desiderio di “libertà e democrazia” per cui molti libici sono scesi in strada nel 2011 nelle fasi iniziali delle proteste.
Le cancellerie occidentali “deplorano” queste “vili aggressioni” di gruppi “terroristi”. E pensare che tre anni fa, queste stesse milizie erano armate dagli europei e statunitensi perché “forze liberatrici”. Infatti servivano a far cadere Gheddafi, il “nemico/amico/dittatore”, senza sporcarsi troppo le mani (“boots on the ground”), perciò nessuno protestò per il repentino cambio semantico del termine “terrorista”.
Lo scontro continuo tra governo e miliziani sta minando il processo di transizione verso un sistema democratico. Il premier Ali Zeidan è stato rapito da militanti armati nel Corinthia Hotel di Tripoli il 10 ottobre 2013. Il gruppo responsabile del rapimento, “Stanza delle operazioni dei rivoluzionari libici”, motivò la sua breve cattura per l’atteggiamento di asservimento del governo Zeidan agli americani durante il rapimento di Anas al-Liby e per il suo tentativo di creare unità di forze armate e di polizia regolari. Ma invece di rappresentare il climax di instabilità del Paese, il rapimento Zeidan è stata solo una tappa dello scontro tra miliziani e rappresentati ufficiali. Ad aggravare la tensione tra le istituzioni e i gruppi armati è stata la scellerata decisione dei deputati libici di prolungare il proprio mandato, terminato lo scorso 7 febbraio, per consentire la stesura della nuova Costituzione. Ma la tensione regna anche all’interno delle stanze del Parlamento diviso profondamente tra l’Alleanza delle forze nazionali e la formazione islamica del “Partito di Giustizia e Costruzione” vicina al movimento dei Fratelli musulmani.
In questo clima non è difficile immaginare un golpe imminente. E in effetti a metà febbraio un colpo di stato è stato vicinissimo, ma è stato scansato per un pelo. I miliziani avevano lanciato un ultimatum al Parlamento chiedendo ai deputati di lasciare il potere entro cinque ore, pena l’arresto. Alla fine le istituzioni e i miliziani raggiunsero un fragile accordo solo per il rotto della cuffia. Molto probabilmente influì a favore di una soluzione negoziata il fatto che la Libia avrebbe dovuto eleggere dopo due giorni l’Assemblea Costituente necessaria per dare al Paese una carta fondamentale. Elezioni rivelatesi un clamoroso flop: solo il 31,7% degli aventi diritto si recò alle urne. L’ennesimo segno di una democrazia ancora lontana. Nena News






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