Abbas al Cairo per parlare di pace, ma l’occupazione israeliana prosegue a suon di gare d’appalto per l’ampliamento delle colonie, di confische e di demolizioni. Ieri marce di protesta a Wadi Fukin, a Nabi Saleh e a Bilin. Scontri con i soldati israeliani

della redazione
Roma, 6 settembre 2014, Nena News – Ieri la Cisgiordania è stata teatro di diverse proteste dei palestinesi contro l’occupazione israeliana e contro il recente annuncio (domenica scorsa) del governo di Tel Aviv della confisca di altre terre per espandere gli insediamenti ebraici illegali. Un annuncio seguito giovedì dalla pubblicazione della gara di appalto per la costruzione di 283 nuove unità abitative nella colonia di Elkana, nella Cisgiordania nord-occidentale.
Una nuova colata di cemento sui territori palestinesi decisa già lo scorso gennaio, che fa parte di un progetto da circa 5.000 abitazioni divise tra Gerusalemme est e Cisgiordania. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, questo piano di espansione urbanistica é servito a placare le polemiche scatenate dal rilascio di detenuti palestinesi durante i negoziati, poi falliti ad aprile. È poi rimasto in sospeso durante l’offensiva Margine Protettivo contro la Striscia di Gaza e adesso torna alla ribalta, mentre il cessate-il-fuoco è ancora oggetto di negoziati.
Proprio oggi il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, è atterrato al Cairo per una visita di tre giorni, durante la quale incontrerà il presidente egiziano, Abd al-Fattah al-Sisi, mediatore nei negoziati su Gaza, e parteciperà a una riunione dei ministri degli Esteri della Lega Araba. Abbas tornerà a parlare dell’occupazione israeliana e del piano dell’Anp per mettervi fine, esposto anche al segretario di Stato Statunitense, John Kerry, in un recente incontro. Un piano che l’Autorità vuole portare alle Nazioni Unite, in cerca di una risoluzione su cui, però, è quasi certo il veto di Washington.
Intanto, ieri centinaia di persone hanno marciato in alcune cittadine dei Territori Occupati e ci sono stati scontri con i soldati israeliani che hanno usato gas lacrimogeno e bombe stordenti a Wadi Fukin, a Nabi Saleh e a Bilin, causando diversi feriti tra i palestinesi. Le proteste rientrano nella routine di questi villaggi, che ogni venerdì organizzano marce contro l’occupazione e contro la costruzione del muro israeliano di separazione.
Israele, però, tira dritto sull’espansione degli insediamenti, nonostante le critiche levatesi anche all’interno del governo del premier Benjamin Netanyahu in seguito all’annuncio, domenica scorsa, della confisca di 400 ettari di terre tra Betlemme e Hebron, per espandere la colonia di Gvaot. Si tratta della più grande confisca di terre palestinesi dagli anni Ottanta ed è una ritorsione per l’uccisione, lo scorso giugno, di tre ragazzi ebrei da parte di una cellula palestinese armata. Ieri sono state formalizzate le accuse nei confronti di uno dei sospettati del crimine. Un omicidio che ha dato inizio ai 50 giorni di offensiva israeliana contro Gaza (oltre duemila morti). La decisione di Tel Aviv ha sollevato perplessità anche da parte degli alleati della Casa Bianca, oltre che di alcuni ministri israeliani.
Mentre si prova a parlare di pace, i bulldozer israeliani continuano a entrare in azione in Cisgiordania per demolire case e confiscare terre, nuove gare di appalto annunciano altri insediamenti e Gaza c’è sempre sotto assedio. Nena News




