Quando sono costretti alla ritirata, i jihadisti lasciano ordigni esplosivi nascosti nei luogi e negli oggetti più disparati, per colpire soldati e peshmerga, ma anche gli abitanti che vogliono rientrare nelle proprie case. La minaccia delle mine torna a far paura in uno dei Paesi con il maggior numero di campi minati al mondo

 

5.1.2 Colombiadi Sonia Grieco

Roma, 6 novembre 2014, Nena News – Per le migliaia di sfollati iracheni anche il ritorno a casa, nei villaggi riconquistati dall’esercito di Baghdad all’autoproclamato Stato islamico, rappresenta un pericolo mortale. I jihadisti dell’Isis (stato islamico dell’Iraq e della Siria), infatti, oltre alla distruzione e alle fosse comuni, si lasciano dietro terreni minati, trappole esplosive nelle case, nelle scuole, negli edifici pubblici e ordigni esplosivi improvvisati -i famigerati IED- occultati negli oggetti più disparati, che spesso incuriosiscono i bambini più che i militari iracheni e i combattenti curdi (peshmerga) che tentano di frenare l’avanzata delle milizie di Abu Bakr al Baghdadi. È una strategia vile che l’Iraq conosce bene (ci sono oltre 1.838 chilometri quadrati di campi ancora minati dalle guerre precedenti) e con cui gli iracheni dovranno fare i conti per lungo tempo.

Secondo dati dell’Ufficio per gli Affari umanitari dell’Onu (Ocha), le milizie dello Stato islamico prima di ritirarsi dalla cittadina di Jurf al-Sakhr, circa 60 chilometri a sud della capitale, hanno seminato almeno tremila ordigni inesplosi e mine anti-persona. Una grave minaccia per quanti vorranno rientrare nelle proprie case.

Le squadre di sminatori sono già al lavoro e già si contano le prime vittime. L’agenzia di informazione delle Nazioni Unite, Irin, ha dato notizia della morte, la settimana scorsa, di quattro sminatori dell’Agenzia di sminamento della regione curda, la IKMAA, colpiti da un ordigno in una casa della città settentrionale di Zummar, a ovest di Mosul. La trappola esplosiva che li ha uccisi si è innescata quando hanno aperto la porta del bagno. Un trabocchetto dei jihadisti, come le torce imbottite di esplosivo che si innescano quando le accendi e che sembrano fatte a posta per colpire i peshmerga.

“Preparano trappole esplosive con qualsiasi cosa”, ha spiegato Omer Hassan, uno sminatore professionista, “lo Stato islamico sa bene che i peshmerga hanno bisogno di torce, così le lasciano in giro e quando provi ad accenderle esplodono. Puoi perdere una mano”.

Ci sono le trappole esplosive, gli ordigni rudimentali e quelli inesplosi (ERW residuati bellici esplosivi) che ora si aggiungono a quelli lasciati sul territorio iracheno durante le lunghe guerre di cui è stato teatro. L’Iraq è uno dei Paesi al mondo con il maggior numero di campi minati, soprattutto nelle regioni curde, al confine con l’Iran, con la Siria e con la Turchia. Negli ultimi anni le agenzie di sminamento hanno bonificato grosse porzioni di territorio e le organizzazioni umanitarie hanno portato avanti programmi di informazione sul pericolo rappresentato da mine e altri ordigni. Nel Paese lavorano una dozzina agenzie di sminamento private, la maggior parte ha contratti con le compagnie petrolifere e con il governo per i terreni alle estrazioni o alla costruzione di infrastrutture. Baghdad si è impegnata, firmando il Trattato di Ottawa sul bando delle mine anti-persona, a bonificare tutti i campi minati entro il 2018. Un appuntamento che sarà difficile rispettare. Questo nuovo conflitto lascerà sul suolo iracheno altri ordigni e altre mine, tanti preparati in maniera artigianale e quindi più difficili da individuare ed eliminare.

Le squadre di sminamento lavorano per liberare le strade e i terreni che servono ai militari, ma resta il rischio per la popolazione civile, e non soltanto nel Kurdistan che è di certo la regione più interessata da questo problema. Un’eredità dei tanti conflitti combattuti da questo popolo. Lo sminamento umanitario, cioè la bonifica delle case, delle scuole, dei parchi giochi, degli ospedali e quant’altro, si farà bene quando la guerra sarà finita. Intanto, la popolazione deve imparare a convivere con questo pericolo che può celarsi in ogni oggetto e luogo, e i campi, le strade e gli edifici minati vanno segnalati. E’ questo il lavoro più urgente da fare per Hassan. Monitorare i luoghi, individuare le zone a rischio e parlare con la gente, con gli sfollati, per evitare che si affrettino a rientrare in abitazioni non controllate.

Gli iracheni, e in particolare i curdi, conoscono bene la minaccia. Secondo i dati del governo, dagli anni Ottanta al 2013 almeno 29mila persone sono state vittime di mine e di questi incidenti 15mila (di cui seimila morti) si sono verificati nei territori curdi. Nena News


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