E’ piuttosto negativo che Stati che non sono membri della CPI si oppongano ad una mossa simile, ma è molto peggio che lo facciano Paesi che ne sono membri, compresi alcuni Stati dell’UE
di Sharif Nashashibi – Middle East Eye
Roma, 12 gennaio 2015, Nena News – Prevedibilmente, la presentazione formale della domanda di adesione alla Corte Penale Internazionale da parte palestinese ha provocato la condanna e le minacce americane e israeliane. Si tratta di un ulteriore esempio dell’assurdità illogica di condannare la ricerca di giustizia piuttosto che l’ingiustizia in sé. L’immoralità intrinseca di una simile posizione implica che le critiche della decisione palestinese non sono degne di considerazione.
E’ già abbastanza negativo che Paesi che non sono membri della CPI si oppongano a questa mossa, ma è molto peggio che lo facciano Paesi che ne sono membri – compresi Stati europei come Gran Bretagna e Francia – perché stanno violando il loro impegno a incoraggiare il ricorso alla Corte.
Questi Paesi si sono dimostrati entusiasti di porre fine all’impunità in altri casi, come la Libia, la Corea del Nord, il Sudan e la Siria. A novembre l’ex alto commissario per i Diritti Umani e giudice della CPI, Navi Pillay, ha sintetizzato con una parola adeguata l’opposizione di alcuni membri [della CPI] all’adesione della Palestina: “ipocrisia”.
In una dichiarazione pubblicata lo scorso mese, alcune organizzazioni per i diritti umani, comprese Amnesty International, Christian Aid, Human Rights Watch e la Federazione Internazionale per i Diritti Umani hanno affermato:”L’opposizione all’adesione della Palestina alla CPI promuove l’impunità e mina la giustizia internazionale.”
E hanno aggiunto:”Invocare l’uso imparziale dei meccanismi della giustizia internazionale in Israele e Palestina non vuol dire prendere posizione, ma piuttosto difendere le norme internazionali e garantire che tutte le parti siano chiamate a rispondere per gravi crimini internazionali e siano protette dalle leggi penali internazionali.”
Questo è un aspetto cruciale ignorato da Israele, poiché in quanto membro della CPI anche la Palestina sarà considerata responsabile. Per cui nel caso dell’ultima guerra a Gaza, per esempio, Hamas così come Israele potrebbero essere indagati per crimini di guerra. Mentre Israele si è opposto con veemenza a questa eventualità, Hamas ha incoraggiato l’Autorità Nazionale Palestinese ad aderire alla CPI e l’ha criticata per non averlo fatto, anche dopo la guerra.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu mercoledì ha detto che l’ANP dovrebbe essere la parte che si sente minacciata dalla Corte per “essersi alleata con un’organizzazione terrorista, Hamas, che ha commesso crimini di guerra.” Ha anche insistito con la vecchia propaganda secondo cui quello israeliano è “l’esercito più morale al mondo”. Se così fosse, perché allora Israele è tanto infuriato?
Israele e i suoi alleati possono rimproverare solo se stessi per l’adesione palestinese alla CPI. Da quando lo status della Palestina all’ONU più di due anni fa ha consentito il ricorso alla Corte, l’ANP in più occasioni lo ha rinviato – provocando un diffuso malumore tra i palestinesi – mentre metteva in guardia sul fatto che le ripetute provocazioni da parte di Israele gli avrebbero forzato la mano.
L’apparentemente illimitata pazienza del presidente palestinese Mahmoud Abbas nei confronti di Israele si è finalmente esaurita la scorsa settimana, ed egli ha firmato il documento che chiede l’adesione alla CPI il giorno dopo che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha rifiutato di adottare una risoluzione che imponeva un calendario per porre fine all’occupazione. Non può essere accusato di aver avuto fretta di ricorrere alla CPI, ma piuttosto del contrario.
“Abbiamo cercato ogni possibilità per raggiungere una soluzione con gli israeliani e abbiamo impiegato 20 anni di negoziati che non hanno posto fine alla loro occupazione ” ha detto l’alto dirigente palestinese Mohammed Shtayyeh, spiegando la decisione di rivolgersi alla Corte.
Ashraf Khatib, un funzionario dell’ufficio del capo negoziatore palestinese Saeb Erekat, ha spiegato che “dopo il fallimento del processo politico negoziale lo scorso anno durante l’impegno di John Kerry [il segretario di Stato USA] e il fallimento della risoluzione ONU, è risultato chiaro che Israele non è seriamente interessato ai negoziati“. Era evidente già da molto prima, ma finalmente l’ANP lo ha capito.
Prima del voto del Consiglio di Sicurezza Abbas aveva anticipato che il suo fallimento avrebbe avuto come conseguenza la richiesta alla CPI, ciononostante gli USA hanno fatto pressioni con successo sui membri del Consiglio perché si astenessero, ha promesso di utilizzare il diritto di veto se necessario ed ha espresso soddisfazione – insieme ad Israele – per il fatto che la risoluzione non sia passata.
Per il bene della sua stessa posizione interna, Abbas non poteva più non mantenere la promessa di aderire alla Corte. Ha anche sorpreso gli scettici che credevano che non avrebbe preso ulteriori iniziative oltre all’adesione alla CPI, in quanto pare che stia chiedendo che essa indaghi sui crimini commessi nei territori palestinesi dal 13 giugno 2014, che includerebbero l’ultima guerra contro Gaza così come la costruzione di colonie.
Quelli che sostengono che la CPI avrebbe danneggiato il processo di pace sembrano dimenticare, o vogliono distogliere l’attenzione dalla realtà, che non c’è mai stato un vero processo di pace. Israele in tutto questo periodo si è concentrato piuttosto in un processo oltre la pace, per avere il tempo di rafforzare la propria occupazione e la colonizzazione della Palestina.
I vari governi israeliani sono stati molto chiari, nelle loro affermazioni come nei loro atti, riguardo alla loro opposizione alla creazione di uno Stato palestinese funzionante. Perché, allora, i palestinesi dovrebbero preoccuparsi di negoziare?
Non vale la pena di proseguire in un processo di pace che permetta di continuare con gli abusi, eppure l’ANP sta ancora rassicurando Israele e gli USA che vuole discutere, anche se con “chiari termini di riferimento”. La loro risposta sono state minacce che sono già state attuate in precedenza, compreso il blocco dei trasferimenti delle tasse palestinesi all’ANP da parte di Israele e la sospensione di circa mezzo miliardo di dollari dell’aiuto annuale da parte degli Stati Uniti.
L’ANP non ha abboccato (o almeno non ancora), sostenendo che il blocco dei proventi delle tasse porterebbe alla sospensione della cooperazione in materia di sicurezza con Israele. Si tratta di una minaccia efficace perché finora questa cooperazione ha portato l’ANP a impegnarsi più per gestire l’occupazione israeliana e per reprimere la resistenza palestinese contro di essa che per porvi fine.
Cosa ancora più importante, qualunque iniziativa israeliana o americana che possa provocare il collasso dell’ANP si ritorcerebbe contro Israele, che a quel punto dovrebbe assumersi la responsabilità dei palestinesi in quanto potenza occupante. La creazione dell’ANP due decenni fa ha permesso ad Israele di sottrarsi alle sue responsabilità.
In base ai risultati di un sondaggio condotto a dicembre dal Centro Palestinese di Politica e Ricerche, la maggior parte dei palestinesi non sembra preoccupata dell’eventuale collasso dell’ANP, e il 55% pensa che sia diventata “un peso per il popolo palestinese”.
L’opposizione all’adesione dei palestinesi alla CPI è parte di una più ampia strategia di discredito nei confronti di qualunque tentativo di conseguire i loro diritti fondamentali. I sostenitori di Israele condannano ogni resistenza armata all’occupazione, compresa quella che è consentita in base alle leggi internazionali (senza colpire i civili).
Tuttavia essi si oppongono anche alle vie pacifiche come la CPI, il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni e iniziative presso l’ONU come la più recente, e fallita, risoluzione o l’adesione alle agenzie ONU. Effettivamente, Israele e i suoi alleati accetterebbero solo la capitolazione dei palestinesi.
Insistere sulla creazione di uno Stato palestinese solo tramite negoziati con un Paese tenacemente contrario a ciò solo non è illogico, è anche insultante, soprattutto quando viene sostenuto da coloro che affermano di appoggiare un tale Stato.
Gli Usa e Israele faranno tutto il possibile per penalizzare l’ANP perché si è rivolta alla CPI e per bloccare qualunque inchiesta da parte di quest’ultima. L’ANP deve resistere a tutte queste pressioni – niente giustifica il fatto di continuare a negare le aspirazioni nazionali e i diritti dei palestinesi. Niente. Nena News
– Sharif Nashashibi è un pluripremiato giornalista e analista di questioni arabe. E’ un collaboratore fisso di Al Arabiya News, Al Jazeera in inglese, di The National e di The Middle East magazine. Nel 2008 ha ricevuto un premio dall’ International Media Council “per aver promosso e prodotto reportage sempre equilibrati” sul Medio Oriente.
Le opinioni espresse in questo articolo riguardano l’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.
(Traduzione di Amedeo Rossi)







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