In linea con il rabbino estremista morto sabato scorso a Hebron, il premier israeliano esclude compromessi sul futuro della Città Santa che intende mantenere unita sotto la totale sovranità israeliana. Domenica migliaia di nazionalisti hanno sfilato in segno di sfida nella zona araba della città nel “Giorno di Gerusalemme”

Gerusalemme. Nazionalisti israeliani domenica scorsa alla Porta di Damasco (foto AFP)
Gerusalemme. Nazionalisti israeliani domenica scorsa alla Porta di Damasco (foto AFP)

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 19 maggio 2015, Nena News – «Non ci spa­venta pas­seg­giare per Hebron, per­ché gli arabi (i pale­sti­nesi) sanno che non fac­ciamo con­ces­sioni. Dopo ogni inci­dente rea­giamo nel modo giu­sto». A que­ste parole, pro­nun­ciate nel 1992, segui­vano le imma­gini del rab­bino Moshe Levin­ger che spa­rava con una pistola. Era que­sto lo spot elet­to­rale del par­tito di estrema destra “Terra e Torah”, gui­dato dallo stesso Levin­ger, il primo colono israe­liano ed entrare in Cisgior­da­nia pochi mesi dopo l’occupazione mili­tare nel giu­gno del 1967. Quel testo e quelle imma­gini rap­pre­sen­ta­vano alla per­fe­zione un uomo che, con la mitra­glietta Uzi sem­pre a por­tata di mano, ha cre­duto fino alla sua morte, avve­nuta sabato scorso all’età di 80 anni, di essere la “spada della reden­zione di Eretz Israel”, la biblica Terra di Israele. Levin­ger, fedele agli inse­gna­menti dei rab­bini Kook padre e figlio, i teo­rici del sio­ni­smo reli­gioso, nel 1968 entrò a Hebron, fin­gen­dosi un cit­ta­dino sviz­zero, soste­nendo di voler pre­gare nella Tomba dei Patriar­chi durante la Pasqua ebraica. «Rimar­remo una decina di giorni, forse un po’ di più», disse in inglese al pro­prie­ta­rio di uno sta­bile pale­sti­nese. Poi a bassa voce aggiunse in ebraico «… reste­remo fino all’avvento del Mes­sia». Non sarebbe più andato via da Hebron. E con lui e dopo di lui arri­va­rono altri coloni, e poi ancora altri. E al governo in Israele a quel tempo non c’era la destra ma il par­tito laburista.

Con il pen­siero rivolto a Levin­ger e alle sue “gesta”, dome­nica migliaia di nazio­na­li­sti israe­liani, in gran parte gio­vani sim­pa­tiz­zanti o atti­vi­sti del Likud, di Casa ebraica e di altri par­titi di estrema destra, giunti anche dalle colo­nie, hanno cele­brato il “Giorno della riu­ni­fi­ca­zione di Geru­sa­lemme” – l’occupazione della zona araba della città nel 1967 – riu­nen­dosi alla Porta di Dama­sco, per poi diri­gersi nel cuore del quar­tiere isla­mico della città vec­chia. Sven­to­lando cen­ti­naia di ban­diere israe­liane, hanno scan­dito slo­gan minac­ciosi con­tro gli “arabi”. Alcuni gior­na­li­sti pale­sti­nesi hanno denun­ciato aggres­sioni. Tra que­sti il came­ra­man della tv fran­cese TF1, Jamil Kada­mani: «All’inizio erano solo slo­gan e urla, poi hanno comin­ciato a lan­ciarmi con­tro i bastoni delle ban­diere, sono stato costretto a scap­pare». E come accade sem­pre nel “Giorno della riu­ni­fi­ca­zione di Geru­sa­lemme” (cele­brato secondo la data sul calen­da­rio ebraico), anche quest’anno i com­mer­cianti pale­sti­nesi hanno dovuto chiu­dere i negozi per evi­tarsi brutte sor­prese. «Non ho voluto cor­rere rischi – rac­conta Hatem, che vende sou­ve­nir a Bab Qat­ta­nin — quando pas­sano i coloni i danni per noi sono sicuri al cento per cento. Meglio chiu­dere». Le manette in ogni caso dome­nica sono scat­tate solo per i pale­sti­nesi, almeno cin­que, accu­sati di aver col­pito due poliziotti.

Si per­ce­pi­scono ancora più forti i coloni e i nazio­na­li­sti israe­liani, ora che il pre­mier Neta­nyahu ha for­mato il suo governo, il più orien­tato a destra degli ultimi 20–30 anni. Com­pren­si­bile se si con­si­dera che anche il primo mini­stro e il capo dello Stato Reu­ven Rivlin hanno esal­tato la figura e “l’opera” di Moshe Levin­ger. Rivlin si è pre­ci­pi­tato a Hebron per par­te­ci­pare alle ese­quie. «Avevi una fede ardente, non eri un uomo da com­pro­messi», ha detto il pre­si­dente di Levin­ger, con tono affet­tuoso. Eh sì, Levin­ger non era fatto per i com­pro­messi. Neta­nyahu e Rivlin hanno tra­la­sciato il par­ti­co­lare del gril­letto facile che portò il lea­der dei coloni di Hebron ad ucci­dere nel 1988 un pale­sti­nese. La sua auto fu col­pita da alcune pie­tre, Levin­ger non ci pensò un attimo, fece retro­mar­cia e aprì il fuoco in dire­zione del cen­tro abi­tato. Uccise un com­mer­ciante di scarpe, Kayed Salah, e ferì gra­ve­mente un suo cliente, Ibra­him Bali. Fu con­dan­nato a cin­que mesi di car­cere, ne scontò tre.

Oggi gli eredi di Moshe Levin­ger sono al governo, in posi­zione di forza, in grado di imporre la loro agenda. Il cor­teo che dome­nica ha attra­ver­sato la città vec­chia di Geru­sa­lemme, ha tro­vato ad atten­derlo alla spia­nata del Muro del Pianto diversi espo­nenti del governo che hanno riba­dito l’impegno solenne a man­te­nere tutta la città sotto con­trollo israe­liano. Rivlin invece vede una Geru­sa­lemme di tutti i suoi abi­tanti, anche gli arabi, ma sotto totale sovra­nità israe­liana. Neta­nyahu da parte sua ha pro­cla­mato che «Geru­sa­lemme è sem­pre stata la capi­tale del popolo ebraico. Geru­sa­lemme non sarà mai la capi­tale di alcun altro popolo, non sarà mai divisa». E tanto per met­tere le cose in chiaro con Usa e Unione euro­pea che gli chie­dono fles­si­bi­lità, Neta­nyahu ha nomi­nato il mini­stro Sil­van Sha­lom, aper­ta­mente con­tra­rio allo Stato pale­sti­nese, respon­sa­bile per even­tuali nego­ziati con il pre­si­dente dell’Anp Abu Mazen. «Non ci saranno pace e sta­bi­lità in Medio Oriente senza Geru­sa­lemme est come capi­tale dello Stato pale­sti­nese», ha rispo­sto Nabil Abu Rudeina, il por­ta­voce di Abu Mazen. Nena News

(Lo spot elet­to­rale di Moshe Levin­ger alle poli­ti­che del 1992)

https://www.youtube.com/watch?v=25SyBpU0Tug

 


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