L’accordo tra Turchia e Israele è stato accolto con malumore da molti palestinesi, per alcuni dei quali esso è una vera e propria coltellata alle spalle da parte di Ankara. Diverso invece il parere di alcuni esponenti di Hamas che hanno espresso apprezzamento per l’iniziativa turca
di Rosa Schiano
Roma, 9 luglio 2016, Nena News – Una nave turca carica di aiuti umanitari destinati a Gaza è partita la scorsa setttimana ha raggiunto il porto israeliano di Ashdod domenica pomeriggio. Sotto la supervisione della Mezzaluna rossa turca, il primo di 500 autocarri ha varcato il valico di Kerem Shalom facendo ingresso nella Striscia, mentre altri 50 camion avrebbero raggiunto Gaza giovedì, riferisce l’agenzia turca Anadolu.
“Lady Leila” – così denominata la nave turca battente bandiera panamense – ha trasportato circa 10.000 tonnellate di generi alimentari, medicine, vestiti e giocattoli. I beni ricevuti, ispezionati dalle autorità israeliane e inviati alla Striscia, verranno gestiti dal Ministero degli Affari Sociali che si occuperà della loro distribuzione. Quest’ultima è avvenuta giusto in tempo per l’Eid al-Fitr, la festa che marca la fine del mese sacro del Ramadan, durante la quale le strade sono gremite di famiglie che passeggiano ed acquistano, se possono, dolci e regali per i più piccoli. Alla luce della crescente povertà, associazioni caritatevoli distribuiscono pasti, vestiti e giocattoli alle famiglie con maggiori difficoltà.
Tra i beni arrivati con la nave turca, però, non c’è la libertà. Del resto essa non figurava nell’accordo tra Ankara e Tel Aviv annunciato il 28 giugno. I rapporti fra le due parti si interruppero quando, nel maggio 2010, le forze speciali israeliane assalirono la Mavi Marmara – nave che trasportava aiuti e che, insieme ad altre cinque imbarcazioni, si era posta l’obiettivo di forzare il blocco navale ed approdare direttamente nella Striscia – uccidendo nove attivisti turchi, mentre un decimo morì in seguito per le ferite riportate. La Turchia aveva imposto tre condizioni per la ripresa delle relazioni con lo stato ebraico, una scusa pubblica da parte di Israele per l’attacco sferrato sulla propria nave, una compensazione economica per le famiglie delle vittime ed infine la fine dell’assedio. Se le prime due condizioni sono state soddisfatte, la terza si è invece trasformata in un aiuto umanitario ed economico per Gaza.
La piccola enclave palestinese infatti è ancora assediata da ormai dieci anni ed ha subito tre pesanti offensive militari dal 2008. L’accordo raggiunto è stato accolto con critiche ed un po’ di malumore da molti palestinesi, per alcuni dei quali esso è una vera e propria coltellata alle spalle da parte di Ankara. Diverso invece il parere di alcuni esponenti di Hamas che hanno espresso apprezzamento per l’iniziativa turca e si dicono fiduciosi nel ruolo che Ankara potrebbe avere per raggiungere la fine dell’assedio su Gaza. Quello che è certo è che, secondo i termini dell’accordo, Israele manterrà il blocco navale sulla Striscia, ma faciliterà il trasporto di aiuti umanitari inviati dalla Turchia attraverso il porto israeliano di Ashdod ed il valico di Kerem Shalom. In realtà, la riconciliazione potrebbe celare sia benefici economici quali l’esportazione di gas israeliano sia la necessità, da parte israeliana, di trovare alleati nella regione.
Insomma, il fatto stesso che i beni possano raggiungere Gaza esclusivamente sotto permesso israeliano a giudizio di molti palestinesi è un ulteriore riconoscimento dell’assedio e mantiene la Striscia una prigione a cielo aperto.
Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, in visita nella Striscia la settimana scorsa, ha definito il blocco israeliano una “punizione collettiva”. “La chiusura di Gaza soffoca la propria gente, blocca l’economia e impedisce gli sforzi per la ricostruzione”, ha aggiunto Ban Ki-Moon, sottolineando l’assenza di energia elettrica e la disoccupazione che ha raggiunto il 50%. “Dobbiamo parlare apertamente delle inammissibili privazioni a cui deve far fronte la gente di Gaza alla luce dell’umiliazione, dell’occupazione e dell’assedio, così come della divisione tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania”.
“Ci inviano cibo e aiuti, ma noi abbiamo bisogno di dignità”, ci ha detto al telefono Ghassan, un impiegato palestinese costantemente in affanno a causa delle difficoltà economiche. Si lotta per serbarla intatta, si resiste nell’impotenza, a due anni dall’offensiva più devastante mai vissuta dalla Striscia, che ha vissuto la distruzione di case, scuole, ospedali e l’uccisione di oltre 2200 vite umane mentre si attendono ancora fondi per una ricostruzione che procede con estrema lentezza. Nella seconda metà del 2015, 90.000 palestinesi risultavano ancora sfollati ed alla fine dell’anno, solo il 15% delle famiglie sfollate – circa 2,700 – hanno potuto fare ritorno alle proprie case riparate o ricostruite, secondo un recente rapporto dell’Ocha. Una sofferenza aggravata dall’assedio israeliano, dalla quasi totale chiusura del valico egiziano di Rafah e dalle divisioni interne palestinesi. Nena News





