La seguente esplorazione del paesaggio urbano di Aleppo – prima e durante il conflitto – tenta di spiegare le radici della crisi siriana in un quadro di simultaneità di rivalità settarie, strutture di potere e infiltrazioni straniere che influiscono sulla città con modalità differentemente distruttive

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di Giovanni Pagani*

Roma, 12 novembre 2016, Nena News – (qui la prima parte)

Aleppo e il regime 

Mentre una corrispondenza lampante tra la distribuzione geografica di tali diseguaglianze e le attuali fratture prodotte dal conflitto smentisce qualsiasi spiegazione unilateralmente settaria della crisi siriana, è ugualmente inadeguato presentare la battaglia di Aleppo come unicamente determinata da ragioni di classe. In altre parole, la divisione tra identità urbana e rurale ha costituito ad esempio un fattore altrettanto cruciale negli sviluppi dello scontro, ma l’evoluzione e la morfologia del conflitto non possono essere pienamente spiegate senza considerare come le politiche implementate dal regime abbiano influenzato lo spazio urbano, la sua produzione e il suo controllo. Ciò comprende sia operazioni urbanistiche circoscritte sia, soprattutto, una fitta trama clientelistica abilmente intessuta dal clan degli Assad fin dalla loro ascesa al potere.

Per quanto riguarda il primo punto, interventi urbanistici di ampia scala sono sempre stati più rari ad Aleppo che in altre città siriane – ad esempio Damasco, Tartus o Latakia – e per lo più implementati non oltre gli anni ottanta. Un discorso a parte dovrebbe tuttavia esser fatto per il quartiere di al-Hamdaniyeh, la cui costruzione fu supervisionata dal Military Housing Establishment e ultimata nel 1990. Infatti, non solo si trattava di uno dei due unici quartieri residenziali costruiti con soldi pubblici ad Aleppo, ma il fatto che fosse originariamente pensato per ospitare le famiglie di ufficiali dell’esercito, unito alla sua vicinanza all’Accademia militare,contribuì a identificare il quartiere come marcatamente filo-governativo.

A tal proposito, la pratica spaziale di garantire ai membri dell’esercito – o di altri apparati di sicurezza – un accesso agevolato a servizi garantiti dallo stato era più comune negli anni ottanta che nei decenni successivi, e funzionale tanto a rafforzare la coesione tra gli ufficiali quanto a creare aree cuscinetto per il regime in caso di proteste[1]. Da questa prospettiva, nonostante molti appartamenti ad al-Hamdaniyeh siano stati successivamente venduti ad altre famiglie, il quartiere ha continuato ad essere percepito come lealista anche durante la rivoluzione; e a dispetto della sua vicinanza alla linea di fronte, non è un caso che abbia riportato danni materiali relativamente ridotti.

In aggiunta a ciò, è ugualmente importante prestare attenzione alle strategie messe in atto dal regime per assicurarsi la fedeltà dei suoi clienti, mantenendo allo stesso tempo il controllo sulla produzione dello spazio. Tali network clientelistici penetravano la società siriana a vari livelli, definendo tanto i canali di reclutamento negli apparati di sicurezza, quanto privilegi economici e accesso facilitato ai servizi statali. Fin dagli anni ottanta, prima Hafez al-Assad e poi suo figlio Bashar sono infatti riusciti a costituire solide alleanze con alcune tribù provenienti dalle aree peri-urbane e insediatesi nei quartieri più centrali di Aleppo.

Tale processo era sia parte di una strategia più ampia di conferire maggiore potere ai leader locali in cambio di sostegno politico, e un modo di comprare il sostegno delle classi più povere al fine di neutralizzare la borghesia urbana sunnita, la quale nel 1982 aveva dato appoggio all’insurrezione guidata dalla fratellanza musulmana. Infatti, nonostante il discorso ufficiale del partito Baath abbia sempre rigettato i settarismi e i legami tribali, in quanto potenziale minaccia per la nazione araba, tali identità sub-nazionali sono state sfruttate a varie fasi per dividere la società e neutralizzare il dissenso politico.

A tal proposito, i Berri erano probabilmente l’alleato più potente del regime ad Aleppo, dove il clan godeva di completa autorità sul quartiere di Bab al-Nayrab, così come di un ampio margine di controllo sullo spaccio di droga, armi e alcool in città dall’inizio degli anni ’80[2]. Tale forma di clientelismo è in parte ascrivibile al più ampio fenomeno della shabiha – ovvero i gruppi criminali armati pagati dal regime e operanti al di fuori dalla legge, largamente impiegati da Assad per reprimere la rivolta. I primi gruppi di questo tipo si costituirono all’interno delle comunità costiere alawite all’inizio degli anni ’70 e guadagnarono un ruolo centrale nella gestione dei traffici di contrabbando attraverso il confine libanese.

Nei decenni seguenti, e soprattutto a partire dal 2011, il termine ha acquisito un significato più ampio, essendo utilizzato per descrivere quella costellazione di gruppi paramilitari e criminali che si schierarono dalla parte del regime[3], al fine di preservare i propri privilegi economici. E nonostante sia corretto definire la shabiha e i suoi canali di reclutamento come un fenomeno prevalentemente alawita, non è raro trovare analoghi gruppi sunniti, soprattutto nell’area di Aleppo. Il clan dei Berri ne è un chiaro esempio.

All’esplosione del confitto nel 2011, il clan– il leader del quale era un membro del parlamento siriano fino al suo assassinio nel 2012 per mano del Free Syrian Army – così come altre confederazioni tribali con analoghi legami al regime scelsero una linea lealista e istituirono numerose milizie sul modello della shabiha[4]. Non è dunque un caso che i margini sud-orientali del centro storico – dove si trova proprio il quartiere di Bab-al Nayrab – sia diventata terreno d’intenso scontro tra le forze lealiste e l’opposizione; riportando un gran numero di vittime e di edifici distrutti.

Inoltre, come illustrato da Omar Abdulaziz Hallaj – architetto e consulente in campo di sviluppo, originario di Aleppo – fin dagli anni ’80, il settore urbanistico ebbe un ruolo cruciale nell’assicurare aHafez al-Assad l’appoggio della borghesia aleppina. E mentre i progetti di sviluppo urbano erano pubblicamente coordinati, aprivano al contempo ampi spazi di partnership tra pubblico e privato, così come ricche opportunità di speculazione economica. La legge di Espansione Urbanistica 60/1979 – poi modificata dalla legge 26/2000 – aveva inizialmente definito il quadro legale in base al quale il governo avrebbe espropriato ampie fasce di terreno agricolo ai margini del nucleo urbano per favorire lo sviluppo infrastrutturale, mentre gli alti esponenti della borghesia aleppina – assieme a molti ufficiali dell’esercito –godeva di ampi margini di libertà per la speculazione edilizia e per la vendita di unità residenziali. In altre parole, pur mantenendo una virtuale egemonia sulla produzione e utilizzo dello spazio, il governo creava le condizioni affinché i propri clienti potessero investire indisturbati[5].

Tuttavia, un’ampia percentuale delle terre espropriate apparteneva alle comunità peri-urbane e rurali; e mentre le attività immobiliari favorivano la borghesia aleppina, svantaggiavano al contempo le campagne, già escluse dai network di potere illustrati sopra e profondamente disillusi rispetto alle politiche governative.

Conclusione 

“Abbiamo liberato le zone rurali della provincia. Aspettavamo che la città insorgesse ma ciò non accadde. Le comunità urbane non ce l’avrebbero mai fatta da sole da sole, abbiamo dovuto portar  loro la rivoluzione”. (Reuters, estate 2012)  

L’iniziale assenza di scontri armati ad Aleppo testimonia come all’esplosione del conflitto nel 2011 la città non fosse inizialmente incline a sposare la rivoluzione. E mentre le campagne insorsero rapidamente contro il regime, le comunità urbane sono rimaste più silenziosamente neutrali. A tal proposito, si potrebbe sostenere che i meccanismi divisivi di potere sviluppati dal regime avessero salvaguardato con successo lo scetticismo di Aleppo nei confronti della rivolta.

Quando, in un secondo tempo, i gruppi armati ribelli hanno aperto un canale d’accesso alla città, vi sono riusciti proprio grazie all’appoggio di quei quartieri più poveri e sviluppatisi informalmente, che nel corso degli anni avevano sofferto tanto dell’assenza di servizi statali quanto dell’esclusione dalle reti clientelistiche intessute dal regime. A tal proposito, il fatto che gli abitanti di tali aree fossero di confessione sunnita era dovuto più al precedente assetto demografico della regione che a un risentimento settario nei confronti del clan degli Assad. E nonostante in alcune aree l’identità confessionale sia stata efficacemente sfruttata per catalizzare il dissenso nei confronti del regime alawita, molti oppositori condividevano lo stesso background sociale e religioso.

In questo quadro, le pratiche divisive messe in atto dal regime si sono dimostrate particolarmente efficaci ai margini meridionali e sud-orientali del centro storico, dove ora si rileva la gran parte dei danni materiali e dove diverse tribù rimaste leali al regime[6] hanno avuto un ruolo fondamentale nell’alimentare una guerriglia urbana alla scala di quartiere. Tali confederazioni tribali vedevano nella rivoluzione un’opportunità per dimostrare la propria lealtà al regime e per sottolineare l’importanza l’importanza del loro sostegno nel quadro più ampio del conflitto. Quando l’opposizione ha fatto ingresso nei quartieri più lealisti – dai quali molti membri della shabiha avevano origine – lo scontro ha infine raggiunto lo stadio più brutale.

Sull’altro fianco della citta, invece, la popolazione benestante dei quartieri occidentali vedeva in Bashar al-Assad tanto una garanzia di stabilità politica, quanto un’indispensabile fonte di benefici economici. E il mantenimento dei propri privilegi, assieme alla sicurezza di un sicuro accesso a migliori opportunità d’investimento, costituì probabilmente la ragione principale alla base della lealtà di tali quartieri. Inoltre, la presa del governo su questa metà della città è rinforzata dalla presenza di cinque basi militari posizionate a ovest della Cittadella.

Per concludere, la frattura tra identità urbana e rurale, rivalità settarie, legami tribali e divisioni socio-economiche si intrecciano fittamente nella geografia bellica di Aleppo. Quest’ultima riflette tanto la complessa articolazione del potere del regime, quanto una più ampia serie di rivalità latenti che la guerra civile ha contribuito a riportare in superficie. Da questa prospettiva, Aleppo fornisce uno scorcio particolare sulla crisi siriana, ma ulteriori ricerche socio-spaziali sarebbero necessarie al fine di comprendere sia le radici sociali del conflitto sia la loro riflessione spaziale nelle varie città del paese.

Ciascuna città siriana è frammentata da una molteplicità di linee diverse, che danno forma a una storia propria, fatta di molte narrative, nella quale rivalità tradizionali, intricate pratiche di potere, interessi stranieri ed emozioni della gente esercitano i propri effetti divisivi sul prisma urbano. Comprendere come questi schemi s’intrecciano sia con gli sviluppi urbani precedenti al conflitto, sia con la frammentazione prodotta da quest’ultimo rappresenta un nodo fondamentale per ogni discorso sulla ricostruzione. Nena News

*L’articolo è stato pubblicato originariamente in inglese su Jadaliyya

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Note:

[1]S.Ismail, ‘Urban Subalterns in the ArabRevolutions: Cairo and Damascus in Comparative Perspective’, Comparative Studies in Society and History, vol. 55, issue 4, Oct. 2013.

[2]Y. Salih, ‘The Syrian shabiha and Their State: Statehood and Participation’, publicato dall’Heinrich BoellStiftung, marzo 2014.

[3]A. Nakkash, ‘The Alawite dilemma in Homs: Survival, Solidarity and the making of a Community’, pubblicato dalFriedrich EbertStiftung, Marzo 2013.

[4]Y. Salih, ibid.

[5]Intervista a Omar Abdulaziz Hallaj.

[6]Hasasne, Zeido, Baggara, Berri e Hamida sono alcuni dei clan rimasti più fedeli al regime di Assad.


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