Nell’anniversario della rivoluzione, soffocata dal regime con l’aiuto saudita, ancora manifestazioni nella capitale Manama e nei villaggi sciiti: un morto ieri, decine di feriti

della redazione

(le foto sono state scattate e inviate da attivisti bahrainiti che preferiscono restare anonimi)

Roma, 16 febbraio 2017, Nena News – Il 14 febbraio 2011 migliaia di bahrainiti cominciarono a ritrovarsi in Piazza della Perla nella capitale Manama: sulla spinta e l’ispirazione delle rivoluzioni tunisina, algerina, egiziana, erano intenzionati a ottenere diritti e uguaglianza per la maggioranza sciita (governata da una monarchia sunnita) e la fine del regno degli al-Khalifa. Il 17 febbraio, in quello che è passato alla storia del Bahrain come Bloody Thursday, la polizia ha attaccato la piazza all’alba e ucciso 4 manifestanti.

Le manifestazioni hanno così cominciato a crescere fino a raggiungere numeri inattesi per il paese: 300mila persone hanno preso parte alle proteste, regolarmente aggredite con proiettili e gas lacrimogeni dalla polizia. Sono andati avanti per un mese, con il sostegno del principale partito di opposizione, al Wafa. Fino al 14 marzo quando, per mettere sotto silenzio la rivoluzione bahrainita, mille soldati sauditi e 500 emiratini sono entrati su invito della petromonarchia e, al fianco della polizia locale, hanno massacrato Piazza della Perla: sono entrati negli ospedali armati per picchiare i feriti, nelle cliniche e nelle case alla ricerca di “fuggitivi”.

Re Hamad ha dichiarato stato di emergenza e legge marziale, mentre la piazza simbolo della rivoluzione veniva ripulita di ogni manifestante e oltre 5mila persone venivano arrestate.

Nei mesi successivi i tentativi di tornare a protestare pacificamente sono stati soffocati sul nascere dalle autorità, ma con regolarità la voglia di democrazia riemerge nella popolazione sciita tenuta ostaggio della monarchia. In questi giorni il Bahrain è di nuovo attraversato da un’ondata di scontri e manifestazioni, a sei anni dalla rivoluzione della Perla. A Manama e nei villaggi vicini si sono registrate proteste e scontri con la polizia che sta usando gas lacrimogeni e granate stordenti. Ieri una persona è stata uccisa, decine i feriti.

Anche online c’è chi commemora i martiri di allora: in tanti hanno lanciato l’hashtag #AsPromised, come promesso, a riaffermare il loro impegno a tenere viva la rivoluzione e la sua anima. In un periodo in cui la repressione del governo è ancora più feroce: tre attivisti politici sciiti sono stati giustiziati a gennaio, accusati di aver ucciso tre poliziotti nel 2014. Le loro esecuzioni hanno provocato proteste nei villaggi sciiti e un’ulteriore divampamento delle tensioni.

Non una novità: la monarchia dal 2011 ha arrestato centinaia di attivisti delle opposizioni, un’impennata repressiva che ha travolto figure importanti come il leader religioso Shaykh Isa Qassim, a cui è stata tolta la cittadinanza; Nabil Rajab, attivista imprigionato; Zeinab al-Khawajah, costretta all’esilio; Ali Salman, il leader dell’opposizione che sconta una pena a quattro anni.

Una situazione drammatica che Amnesty International fotografa nel sesto anniversario da piazza della Perla: il Bahrain – dice l’organizzazione – è ad un passo dalla catastrofe umanitaria per la violenza in aumento contro manifestanti, le esecuzioni, le detenzioni. Nena Neews


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