di Marco Siragusa
Roma, 19 luglio 2018, Nena News – Il 15 Luglio 2016 un tentativo di colpo di Stato gettava nuovamente la Turchia nel caos e nello stato d’emergenza. Quella data viene ricordata ora dal governo di Erdogan come il “giorno in cui la democrazia vinse”. Ma il secondo anniversario di quell’evento è stato festeggiato anche nei Balcani con numerose iniziative pubbliche organizzate dalle ambasciate turche e sostenute dalle autorità locali in tutta la regione.
Negli ultimi anni i legami culturali tra la Turchia e i paesi dei Balcani sono andati intensificandosi sempre più.
Questo secondo anniversario è stata l’occasione per le autorità dei paesi balcanici di dimostrare nuovamente la loro vicinanza, anche politica, con il Presidente Erdogan e il suo operato. Persino in un paese come la Serbia, storicamente più ostile all’avanzata turca nell’area, si sono svolte numerose manifestazioni per festeggiare quella che viene considerata la lotta vittoriosa per la difesa della democrazia e della libertà in Turchia.
Gli eventi più significativi si sono svolti in Bosnia, il paese culturalmente e politicamente più legato ad Ankara. L’ambasciata turca a Sarajevo ha organizzato una mostra fotografica che racconta quella caotica notte di due anni fa. L’evento si è svolto in una sala della Vijecnica, sede del municipio di Sarajevo e monumento nazionale, e ha visto la partecipazione di numerosi membri del governo bosniaco tra cui lo stesso Bakir Izetbegovic, figlio del primo presidente Alija Izetbegović e attuale membro bosgnacco della tripartita presidenza della Bosnia Erzegovina.
Per tutta la notte del 15 Luglio è stata inoltre proiettata nella facciata principale della Vijecnica la bandiera turca. Questo gesto fortemente simbolico restituisce il peso dello stretto legame tra i due paesi, come se Sarajevo e l’intera Bosnia fossero una provincia turca oltreconfine.
Sempre nella stessa giornata l’ambasciata turca, la Turkish Cooperation and Coordination Agency (TIKA) e ONG turche hanno organizzato una maratona per le strade della capitale, con il significativo nome di “Corsa democratica del 15 luglio”. Non sono poi mancate le celebrazioni religiose come quella svoltasi nella Moschea di Gazi Husrev Beg, la più importante di tutta la città.
Nella tristemente famosa città di Mostar, nella Bosnia meridionale vicino al confine croato, il console turco Zerrin Kandemir ha partecipato ad una cerimonia pubblica in cui sono stati piantati duecentocinquanta alberi in memoria delle vittime del 15 Luglio. In quell’occasione il console ha ribadito la propria gratitudine per la vicinanza e la solidarietà mostrata dalla Bosnia all’indomani del colpo di stato.
Altre iniziative si sono svolte nella capitale macedone Skopje e in altri piccoli comuni del paese, grazie al sostegno economico ed organizzativo della TIKA e dell’Istituto Yunus Emre (YEE), centro culturale fondato dallo stesso Erdogan nel 2009 la cui missione è quella di promuovere la cultura turca nel mondo attraverso l’insegnamento della lingua, della letteratura, dell’arte e della storia.
In Kosovo diverse centinaia di sostenitori del presidente Erdogan, provenienti da tutto il paese, hanno marciato domenica a Pristina in una manifestazione organizzata dall’ambasciata turca e dall’onnipresente TIKA. Il corteo era stato anticipato il giorno prima da una cerimonia commemorativa a Prizren, città storicamente legata al mondo turco-ottomano, che ha visto la partecipazione di tutto il panorama politico kosovaro compresi i leader dell’opposizione. Le autorità del Kosovo hanno spesso partecipato ad operazioni repressive condotte dalla Turchia contro il movimento FETO. Qualche mese fa furono infatti arrestati ed espulsi sei uomini per i loro presunti legami con il movimento di Gulen accusato di aver organizzato il colpo di stato e di attentare alla “democrazia” turca.
Se la partecipazione delle istituzioni locali in Bosnia e Kosovo agli eventi organizzati per l’occasione non sorprendono più di tanto, sempre meno sorprendenti sono anche le manifestazioni che si sono svolte in Serbia. I rapporti tra i due paesi, dopo secoli di diffidenza e scontro aperto, sono in costante miglioramento come dimostrato dallo scambio di visite tra Erdogan e il presidente serbo Vučić e dalle congratulazioni per la vittoria al referendum del 24 Giugno da parte di quest’ultimo al Sultano.
I principali eventi si sono svolti nella suggestiva cornice di Kalemegdan, la fortezza ricostruita dai turchi nel centro di Belgrado il cui nome deriva dalle parole turche “kale” (fortezza) e “meydan” (battaglia). Qui è stata allestita una mostra fotografica, con la partecipazione della presidentessa del Parlamento serbo Maja Gojković, e una biciclettata organizzata dalla Federazione ciclistica serba e dall’Istituto Yunus Emre di Belgrado. Significativi sono stati i festeggiamenti nel Sangiaccato serbo, una regione meridionale al confine con il Montenegro particolarmente calda dal punto di vista etnico con la presenza di tutti i gruppi della regione (bosgnacchi, serbi, albanesi, rom..). Gli eventi più importanti si sono svolti nella città di Novi Pazar, dove già il 24 Giugno centinaia di cittadini scesero in piazza con le bandiere turche per festeggiare la vittoria al referendum. Le iniziative sono state sostenute principalmente dalla comunità bosgnacca presente in città e, ovviamente, dalla TIKA che ha finanziato la creazione del “Parco della democrazia” inaugurato ufficialmente dal Ministro delle telecomunicazioni etnico della Bosnia, Rasim Ljajic.
Le celebrazioni per il secondo anniversario del fallito colpo di stato hanno senza dubbio un forte significato politico. La partecipazione di uomini e donne delle istituzioni nazionali dei paesi coinvolti rappresenta infatti una precisa scelta di campo: la solidarietà verso Erdogan e il suo sistema di potere e la condivisione delle scelte repressive e antidemocratiche attuate in Turchia negli ultimi anni. Una scelta questa sicuramente dettata da motivazioni ciniche e pragmatiche, come quelle legate alla necessità di mantenere saldi legami con Ankara dato il peso anche economico esercitato negli ultimi anni nella regione, ma è impossibile negare l’esistenza di quella che potremmo banalmente definire come una sorta di “invidia” dei governi post-jugoslavi nei confronti della capacità nel mantenere il potere attraverso strumenti autoritari da parte di Erdogan. Non è infatti azzardato affermare che, se solo potessero liberarsi dei limiti e delle condizioni imposte dall’Ue riguardo lo stato di diritto, molti dei governi attualmente in carica nei Balcani sarebbero ben felici di risolvere le contraddizioni interne e regionali in maniera ben più autoritaria di quanto fatto fino ad adesso. Ad Erdogan viene invidiato soprattutto la capacità di silenziare le voci delle opposizioni e dei movimenti sociali, anche se farlo significa attuare politiche fortemente repressive e antidemocratiche.
Questo anniversario ha certamente rinsaldato il ruolo della Turchia che si candida, a buon diritto, a giocare un ruolo centrale negli equilibri della regione balcanica. Nena News






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