Lo scorso primo novembre l’Albania ha aderito alla campagna militare navale lanciata dagli Stati Uniti per il pattugliamento delle acque del Golfo e del Mar Arabico per tenere sotto pressione Teheran. Cosa si nasconde dietro questa scelta?

L'albanese Edi Rama alla Casa Bianca
L’albanese Edi Rama alla Casa Bianca

di Marco Siragusa

Roma, 14 novembre 2019, Nena News – Qualche giorno fa scrivemmo dell’Operazione Sentinella e dell’adesione dell’Albania all’alleanza voluta dagli Stati uniti per impedire attacchi dell’Iran contro petroliere e mercantili stranieri. Guardando la composizione della missione, formata dai più fedeli alleati statunitensi (Bahrein, Arabia Saudita, Regno Unito e Australia), sorge spontanea una domanda: come mai l’Albania ha deciso di aderire pur non avendo particolari interessi nell’area?

La risposta è legata a diversi aspetti della politica estera albanese. Il primo è lo stretto legame che unisce Tirana e Washington, anche grazie al ruolo esercitato dagli Stati Uniti nella questione kosovara. Altro elemento chiave è l’altalenante rapporto tra Albania ed Unione Europea. Sebbene l’adesione all’UE resti la priorità assoluta, il recente rinvio dell’apertura dei negoziati voluto dalla Francia ha fortemente deluso il governo albanese che, in questo modo, si sente libero di adottare scelte autonome di politica estera profondamente diverse da quelle degli alleati europei.

Infine, aspetto più importante di tutta la questione, la decisione deriva dai pessimi rapporti con il regime iraniano ulteriormente peggiorati dopo il passo indietro statunitense sull’accordo sul nucleare nel maggio 2018 e dal sostegno fornito al gruppo di opposizione Mujahedeen-e-Khalq (Mek).

L’Albania è infatti diventata da qualche anno la sede operativa di uno dei più importanti gruppi iraniani di opposizione al presidente Hassan Rouhani, il Mujahedeen-e-Khalq. Il Mek fu fondato nel 1965 da Massoud Rajavi con l’obiettivo di opporsi allo Shah e all’influenza occidentale nel paese ed è oggi guidato dalla moglie Maryam Rajavi.

Negli anni ’70 partecipò alla Rivoluzione guidata da Khomeyni ma le sue posizioni di matrice marxista e anticapitalista lo portarono presto a scontrarsi con la guida rivoluzionaria e a cercare riparo, nel 1986, nell’Iraq di Saddam Hussein in guerra contro Teheran. La partecipazione al conflitto al fianco dell’Iraq, che offrì loro soldi e una base militare chiamata “Ashraf”, provocò una totale perdita di credibilità del movimento considerato dagli iraniani come “traditore”.

Nel 1997 il Mek venne inserito nella black list delle organizzazioni terroristiche e nel 2003 venne completamente disarmato grazie ad un accordo con gli Stati Uniti. L’amministrazione Obama decise nel 2012 di escluderlo dalla black list e di favorire, con l’aiuto dell’Unhcr, la ricollocazione dei suoi membri in un altro paese. L’Albania si dichiarò l’unico paese interessato ad ospitare sul proprio territorio i circa 3.500 membri del Mek.

Oggi nel villaggio di Manez, a circa una trentina di km dalla capitale Tirana, sorge il campo “Ashraf 3” vera e propria base operativa del gruppo inaugurata nel luglio di quest’anno ma ancora in costruzione. In questi anni il movimento ha del tutto abbandonato le proprie posizioni marxiste per concentrarsi nella lotta contro il governo di Teheran, ottenendo in questo modo il sostegno di Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele. Nel suo programma il Mek sostiene l’abolizione della pena di morte, la separazione tra religione e stato, la piena parità dei sessi, il riconoscimento della proprietà e degli investimenti privati e dell’economia di mercato. A livello interno si dichiara favorevole ad un Iran non nucleare e democratico

Nel dicembre 2018, pochi mesi dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, il governo di Tirana ha espulso l’ambasciatore iraniano e un suo collaboratore sospettati di attività terroristiche finalizzate ad un attentato, poi fallito, contro il gruppo Mek nel marzo 2018. In seguito a questa decisione la Casa Bianca rilasciò una nota ufficiale in cui si congratulava con il governo di Edi Rama per “il costante impegno nell’affrontare l’Iran e le sue attività destabilizzanti”.

L’inaugurazione del campo Ashraf 3, avvenuta in pompa magna con la partecipazione dell’ex sindaco di New York e oggi avvocato di Trump, Rudolf Giuliani, è stata seguita dall’organizzazione della conferenza internazionale “Free Iran” che tra il 2004 e il 2018 si era svolta a Parigi. La convention del luglio di quest’anno aveva tra i suoi tanti ospiti Rudolf Giuliani (ormai vero e proprio padrone di casa) e l’ex premier ed ex presidente albanese Sali Berisha. Per l’Italia erano presenti Antonio Tasso, deputato eletto con i 5 stelle e poi espulso, e Giulio Terzi, ministro degli Esteri con Monti nel 2011.

Nel suo discorso, Sali Berisha ha presentato il Mek come “la speranza della nazione” iraniana dichiarandosi felice di aver preso la decisione giusta nell’accettare la creazione del campo Ashraf 3 nel proprio paese e sostenendo che “l’Albania deve espellere ed espellerà qualsiasi rappresentante ufficiale dei mullah”.

Nel mese di settembre è toccato all’attuale presidente Ilir Meta fare visita al campo. Nell’occasione ha ribadito che “tutti noi in Albania siamo uniti nel supportare i vostri sforzi e la vostra determinazione”, mostrando così un sostegno trasversale della politica albanese.

Ancor più netta, per il luogo in cui è avvenuta, la presa di posizione del primo ministro Edi Rama che alla 74esima sessione generale dell’Onu del 27 settembre ha dichiarato che “l’Albania è particolarmente preoccupata dal comportamento destabilizzante dell’Iran in Medio Oriente, ma anche da attività spesso dirompenti nei confronti della comunità di opposizione che è stata generosamente ospitata nel nostro paese”.

Al di là del seguito del Mek in Iran, considerato piuttosto limitato, e sui dubbi sulla sua reale democraticità interna, messa in dubbio dalle denunce di alcuni fuoriusciti, il sostegno ricevuto dai governi albanesi negli ultimi anni è apparso come una chiara scelta di campo sulla questione iraniana. Alla luce di quanto detto, la decisione di aderire all’Operazione Sentinella, di cui tra l’altro non si conosce il numero di mezzi e personale coinvolti, appare quindi solo come l’ultimo sgarbo nei confronti del governo di Teheran. Nena News

Per uno sguardo più ampio sulla regione, due articoli sui rapporti di Serbia e Croazia con l’Iran.


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