Elezioni israeliane, la Lista araba unita verso la scissione. Gli Stati Uniti di Biden congelano le vendite di armi al Golfo. Due famiglie yemenite denunciano gli Usa per strage

I principali candidati della Lista araba unita alle elezioni del 2015, la prima apparizione (Fonte: Ynet)
I principali candidati della Lista araba unita alle elezioni del 2015, la prima apparizione (Fonte: Ynet)

della redazione

Roma, 29 gennaio 2021, Nena News 

La Lista araba unita verso la scissione

A pochi mesi dal voto in Israele, il quarto in due anni, previsto per il prossimo 23 marzo, la Lista araba unita (Lau) corre verso la scissione. La crisi è ormai aperta da tempo, accesa dalle aperture della componente islamico-conservatrice al governo Netanyahu: nei mesi scorsi, quando la coalizione di maggioranza ha iniziato a incrinarsi, il leader palestinese Abbas Mansour (a capo di Raam) ha parlato di un possibile appoggio al primo ministro più longevo della storia di Israele, a capo di un partito di destra (il Likud) e di una maggioranza composta per una buona parte da movimenti religiosi e nazionalisti.

La spaccatura con la componente maggioritaria della Lista araba unita, quella di sinistra di Hadash, Ta’al e Balad, è apparsa subito difficilmente risanabile. Così la Lista, capace di ottenere ben 15 seggi su 120 alla Knesset alle scorse elezioni e di rappresentare la sola vera opposizione politica allo strapotere del Likud, si avvicina a grandi passi verso la scissione. Dopotutto l’aveva detto lo stesso Mansour, lo scorso dicembre: ho più in comune, disse, con partiti ebraici ultraortodossi che con quelli di sinistra palestinesi.

Durante gli ultimi tesi incontri, Mansour ha posto le sue condizioni anti-scissione: la collaborazione con i partiti israeliani ebraici e la contrarietà a ogni legge contraria alla religione. Richieste inaccettabili per Hadash, Ta’al e Balad, notoriamente laiche e di sinistra e contrarie al sostegno di governi che palesemente hanno nella loro agenda politica l’emarginazione della comunità palestinese d’Israele e l’occupazione dei palestinesi nei Territori di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est.

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Gli Stati Uniti di Biden congelano le vendite di armi al Golfo

La nuova amministrazione americana guidata da Joe Biden ha deciso di congelare temporaneamente le vendite di armi agli Emirati Arabi e all’Arabia Saudita e di rivedere tutte le licenze autorizzate dal predecessore, Donald Trump. Tra i contratti sospesi anche gli F35 destinati ad Abu Dhabi sulla base dell’Accordo di Abramo, la normalizzazione con lo Stato di Israele.

Secondo quanto dichiarato dal portavoce del dipartimento di Stato, ora guidato da Anthony Blinken, “si tratta di una misura di routine tipica della maggior parte delle transizioni e dimostra la volontà di trasparenza e buona gestione dell’amministrazione, assicurando che le vendite di armi americane servano i nostri obiettivi strategici di godere di partner più forti e più capaci in termini di sicurezza”.

Ma se la durata di questa sospensione non è ancora chiara, la misura sembra diretta a mettere pressione su un alleato storico, l’Arabia Saudita, che i democratici negli ultimi anni non hanno risparmiato di critiche per la violazione dei diritti umani e soprattutto per l’uccisione del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi. Lo stesso Congresso Usa aveva chiesto, con risoluzioni approvate bipartisan, di sospendere la vendita di armi a Riyadh dopo che la Cia ha indicato nel principe ereditario Mohammed bin Salman il mandante dell’omicidio dell’editorialista del Washington Post, commesso il 2 ottobre 2018 nel consolato saudita di Istanbul.

Dopotutto Biden lo aveva promesso in campagna elettorale: la fine del sostegno americano alla coalizione a guida saudita impegnata contro lo Yemen dal marzo 2015, un sostegno che in questi anni si è tradotto in condivisione di intelligence, assistenza aerea e – ovviamente – vendita di armi. Blinken lo ha ribadito la scorsa settimana: “Il presidente ha detto chiaramente che termineremo il nostro supporto alla campagna militare guidata dai sauditi in Yemen e penso che si farà molto presto”.

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Due famiglie yemenite denunciano gli Usa per strage

Martedì scorso, l’organizzazione per i diritti umani Reprieve ha presentato alla Commissione inter-americana dei diritti umani una denuncia a nome di due famiglie yemenite contro il governo statunitense in merito all’uccisione illegale di 34 persone (loro familiari), tra cui nove bambini.

Le uccisioni si sono verificate nel corse di operazioni aeree, gestite con i droni, tra il 2013 e il 2018, nell’ambito della guerra a distanza contro al Qaeda nella penisola arabica, ampliata dall’amministrazione Obama e poi proseguita da quella Trump.

Delle due famiglie, Al-Ameri e Al-Taisy, erano membri 34 delle vittime delle sette operazioni prese di mira nella denuncia, ma il totale era maggiore: 48 morti di cui 17 bambini, oltre alla distruzione di proprietà private e greggi. La loro richiesta è che gli Stati Uniti rivedano le procedure militari per evitare che succedano altre stragi. Nena News


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