Limitazione delle libertà individuali in stato d’emergenza, Israele assunto a modello di gestione della sicurezza e condizioni di marginalizzazione dei cittadini di discendenza extra-europea: dopo il ruolo avuto nella nascita del sionismo e dello Stato di Israele, Parigi accoglie quel sistema ma continua a rifiutare la resistenza ad esso

La protesta pro-palestinese del 15 maggio a Parigi (Fonte: Twitter)
La protesta pro-palestinese del 15 maggio a Parigi (Fonte: Twitter)

di Rafik Chekkat – Middle East Eye

(Traduzione Valentina Timpani)

Roma, 18 maggio 2021, Nena News – Il rifiuto di “importare il conflitto israelo-palestinese” in Francia è diventato un tema attuale della vita politica francese. Tuttavia questo rifiuto riguarda più le forme di resistenza che si organizzano contro il modello di sicurezza israeliano che il modello stesso.

Mentre proseguono gli attacchi da parte delle forze di sicurezza israeliane contro la moschea al-Aqsa, un po’ in tutta Europa sono stati organizzati dei raduni in sostegno alle popolazioni palestinesi afflitte dalla repressione della polizia e dai bombardamenti su Gaza. Eppure la manifestazione del 15 maggio 2021 prevista a Parigi, è stata vietata dalla prefettura di polizia, su richiesta del ministro dell’interno, Gérald Darmanin, con la motivazione che “esiste il serio rischio che gli scontri tra i palestinesi e le forze dell’ordine israeliane, che hanno causato 87 vittime, vengano importati sul territorio nazionale”.

Una settimana prima, il 6 maggio, il sindacato della polizia “France Police”, che si definisce “apolitico e patriota”, ha inviato una lettera a Emmanuel Macron sulla linea dei messaggi dei militari pubblicati qualche giorno prima.

Malgrado la repressione del movimento dei gilet gialli, l’adozione della legge sulla sicurezza globale e le discussioni in corso sul “separatismo islamico”, al presidente viene consigliato di restringere alcune libertà pubbliche o individuali facendo ricorso ai dispositivi previsti dalla legge del 3 aprile 1955 relativa allo stato d’emergenza. La lettera prosegue:

“In relazione allo stato d’emergenza, è necessario procedere alla chiusura di 600 “territori persi” della Repubblica, anche tramite il rinforzo dell’esercito, il controllo e la limitazione delle entrate e delle uscite da queste zone attraverso l’istituzione di check-point sul modello israeliano di separazione messo in atto con i territori palestinesi”.

Importazione

Come interpretare questi due estratti di natura apparentemente contraddittoria? La classe politica francese e i grandi media sembrano infatti unanimi nell’affermare che non bisogna, usando l’espressione consacrata, “importare il conflitto israelo-palestinese”. L’idea, più volte ripresa quando si intraprendono delle azioni in Francia per denunciare il regime coloniale israeliano, è formulata a volte sotto forma di domanda (“si sta importando il conflitto in Francia?”), d’ingiunzione (“non bisogna importare il conflitto”), a volte anche per esprimere un’impossibilità (“il conflitto non può essere importato in Francia”).

Tuttavia, sembra che a essere proibite siano più le forme di resistenza a tutti questi dispositivi repressivi che il modello di sicurezza israeliano in sé, il suo uso delle punizioni collettive, i blocchi e le detenzioni amministrative illimitate, ecc.

Se l’espressione “conflitto israelo-palestinese” tende a mascherare la natura coloniale e assolutamente asimmetrica della relazione, parlare di importazione suggerisce che il “conflitto” in corso sia estraneo alla Francia, e più in generale all’Europa. Eppure senza l’antisemitismo e il colonialismo europei Israele non sarebbe mai esistita.

Deserto orientale, giardino europeo

Considerato come il “regalo che l’Europa ha fatto agli ebrei”, secondo la definizione del vecchio segretario dell’Organizzazione sionista mondiale Kurt Blumenfeld, il sionismo politico è in effetti una trasformazione tardiva del nazionalismo e del colonialismo europei. Conosciamo le parole del fondatore del sionismo Theodor Herzl: “In favore dell’Europa, lì costruiremmo una parte del vallo contro l’Asia e un avamposto della civiltà contro la barbarie”. Gli ebrei erano asiatici in Europa, sarebbero diventati europei in Asia.

Non a caso, il sionismo nascente sposa l’ideologia dominante in Europa all’inizio del XX secolo, che concepisce il mondo extra europeo come uno spazio vuoto da colonizzare e valorizzare: “Ovunque arriveremo noi moderni con i mezzi di cui disponiamo, trasformeremo il deserto in giardino”. (Herzl, Lo Stato ebraico).

Uscito dal ventre dell’Europa del XIX secolo sotto la forma politica e secolarizzata dell’antigiudaismo cristiano, l’antisemitismo era considerato da Herzl stesso un motore potente che gli ebrei dovevano utilizzare a loro vantaggio. L’accordo Sykes-Picot, la dichiarazione Balfour, il mandato britannico sulla Palestina e la repressione della grande rivolta degli anni 1936-1939, la risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU con la partizione della Palestina, il sostegno delle principali potenze occidentali a Israele, ecc rendono aberrante l’idea stessa di una questione palestinese estranea all’Europa.

La legge israeliana del “ritorno”, che prevede che tutti gli ebrei del mondo si installino sulle terre da cui sono stati espulsi i palestinesi, può essere essa stessa considerata un’esportazione su scala mondiale della questione palestinese. La pretesa di Israele di parlare e agire a nome di tutti gli ebrei contraddice l’idea stessa di un conflitto circoscritto al solo “Vicino Oriente”.

Israele, da partner a modello

Tanto più che durante i primi passi del giovane stato israeliano, proprio dopo l’espulsione di circa 800.000 palestinesi tra il 1947 e il 1949, le relazioni franco-israeliane conoscono un’epoca d’oro. La cooperazione militare tra i due stati non è mai stata così forte come con i governi successivi alla IV Repubblica.

L’esperienza accumulata dall’esercito francese nelle colonie – in particolare durante le guerre d’Indocina e d’Algeria – ha permesso l’esportazione all’estero delle sue tecniche contro-sovversive. L’esercito israeliano ha ricevuto l’aiuto di istruttori francesi in materia di “guerra rivoluzionaria”. E poi viceversa. È sempre sotto la IV Repubblica che la Francia comincerà a consegnare la tecnologia atomica a Israele.

Ma Israele per la Francia non è solo un partner strategico necessario. Nel contesto della lotta antiterrorista e della politica islamofoba condotti dalle diverse maggioranze che si sono poi susseguite in Francia, Israele tende a diventare, secondo le parole del filosofo Alain Brossat, “un modello strategico in quanto Stato di sicurezza avanzato”.

“Si tratta ormai – prosegue Brossat – di dare a intendere all’opinione pubblica francese (e internazionale) che “noi” abbiamo un problema con l’attivismo arabo-musulmano come ce l’ha Israele. E che di conseguenza, in pratica e in teoria, i metodi israeliani sono ormai adatti a inspirarci”.

Ecco perché il fatto che alcune sinagoghe in Francia fungano da centri di reclutamento per l’esercito israeliano, che dei centri comunitari ebrei ricevano degli ufficiali israeliani e che appoggino la loro politica coloniale, che vengano organizzati degli eventi col fine di raccogliere fondi in favore dell’esercito israeliano, o ancora che dei franco-israeliani residenti in Francia vadano in Israele a fare il servizio militare, non rientrano nell’ “importazione del conflitto”.

Rifiutare la separazione

Il tema dell’ “importazione del conflitto” sembra quindi essere una strada a senso unico che imboccano solo le persone o le organizzazioni che mostrano sostegno alle popolazioni palestinesi o manifestano critiche nei confronti del regime di apartheid israeliano.

Il discorso sull’importazione presuppone inoltre una rottura tra la memoria degli ex colonizzati e il presente coloniale palestinese. Eppure quello che vivono da quasi un secolo i palestinesi – prima con il mandato britannico, poi con la colonizzazione israeliana – rimanda a ciò che tanti popoli colonizzati hanno vissuto nella storia.

Al giorno d’oggi, le condizioni di vita delle popolazioni di discendenza extra europea insediate in Francia non sono naturalmente paragonabili a quelle dei palestinesi, soffocate dal regime coloniale. Eppure tutte sono esposte, con modalità diverse, al razzismo istituzionale, alle brutalità della polizia e a quelle penitenziarie, alla negrofobia e all’islamofobia.

Quest’ultima permette al discorso ufficiale israeliano di delegittimare i suoi avversari politici, di mascherare i crimini e le sofferenze dovute all’occupazione e di presentare Israele come vittima del “fanatismo islamico” e della sua “cultura della morte”.

Perché nessuno “di noi si trova fuori la cartina geografica o al di là di essa”, sottolinea l’intellettuale palestinese Edward Said in Cultura e imperialismo, “nessuno di noi è del tutto estraneo alla lotta per cui essa [la cartina geografica] è la posta in gioco”. È quindi impossibile separare la denuncia del sostegno delle autorità francesi alla politica israeliana dalle lotte contro il razzismo e l’arbitrio del potere in Francia.

Non è proprio la richiesta di giustizia, il rifiuto ostinato dell’oppressione, di tutti i tipi di dominazione dell’uomo sull’uomo, che ha sempre motivato la resistenza al colonialismo e che guida oggi le lotte per l’uguaglianza?


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