di Giovanni Savino* –

Pagine Esteri, 7 settembre 2021 – Le elezioni alla Duma di Stato, previste per il 17-18-19 settembre, sono le ottave nella storia della Federazione Russia. Le precedenti si sono svolte nel 1993, 1995, 1999, 2003, 2007, 2011 e 2016. Questo appuntamento elettorale segue il referendum del 1° luglio 2020, quando sono state adottate importanti modifiche alla costituzione russa, e si tengono in un contesto particolare, nella cornice del difficile processo di transizione, apertosi nel gennaio dello scorso anno, ai vertici dello Stato.

Il contesto

Il 2021 politico si è aperto con l’arresto di Alexey Navalny, di ritorno dal ricovero in Germania, e le manifestazioni di gennaio e febbraio nelle principali città russe. Questi eventi hanno segnato il corso dell’anno, contrassegnato da una stretta molto forte nei confronti dei media, dei giornalisti e da un aumento del controllo sociale. Oltre allo scioglimento del Fondo della lotta alla corruzione (FBK), creatura di Navalny inserita nell’elenco delle organizzazioni estremiste e terroriste, e alle condanne dei principali collaboratori del blogger, durante questi mesi due media autorevoli, il sito di notizie Meduza e il canale televisivo Dozhd, sono stati dichiarati “agenti stranieri” (inostrannye agenty, spesso indicati come inoagenty). La legge sugli “agenti stranieri” per i media, adottata nel novembre 2017, è stata modificata nel corso dell’inverno 2020-21, introducendo la possibilità di dichiarare non solo le testate, ma anche i giornalisti, “agenti stranieri”, e inasprendo le pene previste per l’infrazione delle norme. Secondo la legge, basta ricevere pagamenti dall’estero e una segnalazione al Ministero della Giustizia per essere inserito nell’elenco. Una procedura che suscita parecchie contrarietà dal mondo della stampa, perché la legge viene vista come una forma di pressione non solo da parte della politica, ma anche di altri attori (oligarchi, gruppi economici e di potere) interessati a bloccare bloccare proteste e scandali. Nel caso di Meduza, a denunciare la testata è stato Alexander Ionov, personaggio della galassia ultranazionalista russa, già noto per aver organizzato in passato conferenze e congressi con figure dell’estremismo di destra europeo e statunitense e con rappresentanti di vari movimenti “indipendentisti” (poi rivelatisi farlocchi)
Il 1° settembre un gruppo di giornalisti, capeggiati dal direttore del quotidiano “Novaya gazeta” Dmitrii Muratov e dal direttore della radio Ekho Mokvy Alexander Venediktov, ha inviato una lettera aperta a Vladimir Putin, chiedendo di apportare modifiche sostanziali alla legge. Le modifiche proposte sono dodici, e riguardano aspetti fondamentali, come la necessità di seguire l’iter processuale prima di giungere all’inclusione dei media nell’elenco, l’introduzione di una definizione precisa a proposito dell’attività politica, fissare i finanziamenti ammessi dall’estero e le procedure atte a prevedere anche l’eliminazione dei media dall’elenco. Si chiede anche di escludere i giornalisti dalla definizione di “inoagenty”, sottolineando come si tratti di lavoratori dei media, che non sempre ne esprimono la linea editoriale. Si tratta di questioni importanti, perché ad oggi la legge non prevede meccanismi ben definiti, e lascia all’arbitrio dei funzionari del ministero la definizione della decisione sull’inserimento dei media. Le norme non prevedono la chiusura delle testate né tantomeno vietano ai giornalisti “inoagenty” di continuare il proprio lavoro, ma limitano di fatto le possibilità di ottenere pubblicità per i media e per i cronisti poter svolgere i proprio compiti. Dmitrii Peshkov, portavoce di Putin, il 3 settembre, durante il classico briefing quotidiano con la stampa si è detto d’accordo con i giornalisti presenti sulla necessità di giungere a una modifica della legge dopo le elezioni. Questa dichiarazione potrebbe segnalare cosa in realtà vi sia stato dietro il giro di vite di questi mesi, il tentativo di giungere alle urne in un’atmosfera giocoforza tranquillizzata grazie alle pressioni sui media e sulla società.

Il presidente russo Vladimir Putin

La campagna elettorale

Sulla scheda saranno presenti quattordici partiti, in quest’ordine: il Partito comunista della Federazione Russa (Kprf), i Verdi, il Partito liberal-democratico russo (Ldpr), Novye lyudi (Nuove persone), Russia Unita, Russia Giusta – Per la verità, Jabloko (letteralmente Mela, partito d’orientamento liberale), il Partito della crescita, il Partito russo della libertà e della giustizia (Rpss), i Comunisti di Russia, Piattaforma civica, Alternativa Verde, Rodina (Patria, partito nazionalista), il Partito russo dei pensionati per la giustizia sociale. Alcuni di questi partiti sono in realtà liste, alcune del tipo “civetta”, organizzate per l’appuntamento elettorale, con il compito di dividere i voti in più parti. Metà dei 450 seggi della Duma vengono assegnati con il sistema proporzionale su base federale, con lo sbarramento del 5%, e al momento i sondaggi riconfermerebbero i partiti già presenti nel parlamento russo, ovvero Russia Unita, il Kprf, Ldpr e Russia Giusta. Le altre liste dovrebbero ottenere in totale il 13% dei voti, riuscendo a non eleggere nessuno in quota proporzionale e al tempo stesso contribuendo a dare l’idea dell’esistenza di un pluralismo quantomeno formale alle urne.

Gli altri 225 seggi vengono assegnati con l’uninominale, con collegi territoriali, ad esempio Mosca elegge 15 deputati in altrettanti collegi, San Pietroburgo 8. La vera battaglia è nei collegi, soprattutto nelle città, dove possono esserci sorprese, con l’elezione di candidati di protesta. Nel corso degli anni, la tattica promossa da Navalny del “voto intelligente”, ovvero di far convergere i consensi sul candidato con maggiori possibilità di battere l’esponente di Russia Unita, ha avuto successo soprattutto nelle elezioni amministrative a Mosca e San Pietroburgo, e ha creato non pochi problemi all’Amministrazione presidenziale, organo del Cremlino con ampi poteri in campo di politica interna e estera. In tal senso, la presenza di numerosi candidati nei collegi delle due metropoli serve a far fallire ogni tentativo di far fronte contro Russia Unita; in alcuni casi, come a San Pietroburgo, si è ricorso alla presentazione di candidati omonimi del favorito Boris Vishnevsky, popolare esponente dell’opposizione in città, che corre per Jabloko in uno dei collegi; in altri, come a Mosca, si è puntato a dividere l’elettorato di protesta con la candidatura di esponenti di partiti simili nel nome al Kprf. In alcuni collegi uninominali vi è una sorta di desistenza tra Russia Unita e alcune liste, con la prima che non presenta propri candidati per favorire esponenti di questi partiti.

Anche in queste elezioni vi è un ampio ricorso alla polit-tekhnologiia (tecnologia politica), insieme di metodi e pratiche diffuso in Russia sin dagli anni Novanta, dove alla base vi è l’utilizzo di elementi di manipolazione dell’elettorato, mantenendo sempre l’illusione della scelta. Attraverso lo studio dei trend dell’opinione pubblica, che avviene anche con l’organizzazione di campagne e polemiche ad hoc, i polit-tekhnologi sono in grado di costruire possibili scenari d’azione durante gli appuntamenti elettorali. Una modalità che ricorda, in fondo, quanto avviene negli Stati Uniti e, se si pensa all’Italia, a quanto elaborato nella campagna elettorale del 1994 dalla prima Forza Italia, plasmata dai pr e dagli specialisti marketing della Fininvest, e che basa le proprie possibilità di successo anche sulla disillusione e la passività dell’elettorato.

 

Gli obiettivi del Cremlino

Durante il seminario per i vicegovernatori regionali organizzato dall’Amministrazione presidenziale il 19 gennaio scorso, l’obiettivo proposto da Sergey Kirienko, vice dell’ente governativo (e in realtà suo principale esponente), è di ottenere il 45% di affluenza e il 45% per Russia Unita. Tali numeri priverebbe il partito del presidente della maggioranza di 2/3, necessaria per approvare leggi e modifiche costituzionali, e probabilmente è una spia delle difficoltà della formazione nel costruire un proprio consenso “autentico”, autonomo dalla figura di Putin. Non a caso, si è ricorso alla candidatura nel quartetto di testa della lista federale di Russia Unita di personalità di rilievo, come il ministro degli Esteri Sergey Lavrov e il ministro della Difesa Sergey Shoygu (al primo posto), unici esponenti di governo con un certo consenso nel paese, affiancati da Anna Kuznetsova, difensore dei diritti dell’infanzia presso la presidenza russa, dal popolare medico Denis Protsenko, responsabile dell’ospedale Covid di Kommunarka, a Mosca, e dalla copresidente del Fronte popolare panrusso Elena Shmeleva. Il presidente di Russia Unita Dmitry Medvedev, già al Cremlino e poi premier, non è stato candidato, come anche il suo successore alla presidenza del Consiglio Mikhail Mishustin: se per il primo le ragioni sono dovute alla sua scarsa popolarità, precipitata dopo la riforma delle pensioni del 2018, per il secondo si tratta del mantenimento della sua immagine come tecnocrate al di sopra delle parti. A Mosca la lista regionale è capeggiata dal sindaco Sergey Sobianin, mentre a San Pietroburgo dal direttore del Museo Ermitage Mikhail Piotrovsky, anche in questo caso in un tentativo di dispiegare le proprie risorse nel conseguire un risultato accettabile.

Secondo i sondaggi condotti dal Сentro panrusso di studi dell’opinione pubblica (VTsIOM), ente statale d’indagine sociologica, a due settimane dal voto le intenzioni sarebbero divise in questo modo: Russia Unita 34%, Kprf 18%, Ldpr 10%, Russia Giusta 7%, con le restanti liste a un complessivo 12%. Si tratta di dati interessanti, ma che però non tengono conto di che affluenza vi sarà e di quali risultati vi saranno nei collegi uninominali: secondo il Centro di congiuntura politica, vicino all’Amministrazione presidenziale, Russia Unita dovrebbe ottenere il 42% tra i votanti, conquistando complessivamente, tra proporzionale e uninominale, dai 293 ai 305 mandati, seguita dal Kprf con 64/68, da Ldpr con 43/46 e da Russia Giusta con 31/33. Si tratta di proiezioni ottenute con un’affluenza ipotetica del 50%, e trattandosi di un centro orientato in maniera netta, di una ridefinizione degli obiettivi del Cremlino in queste elezioni.

Il principale obiettivo di questa campagna elettorale e dell’appuntamento alle urne, per le autorità russe, è uno svolgimento tranquillo, senza grosse proteste né tentativi di disturbare il processo di transizione. Il problema che però permane è la presenza di contraddizioni sociali e politiche destinate a crescere nell’incerto scenario globale dell’era pandemica e delle sue conseguenze. Gli stanziamenti decretati da Putin a pensionati, famiglie con minori (10.000 rubli per figlio), e ai membri delle forze di polizia e dell’esercito (15.000), distribuiti strategicamente nel mese di agosto, sono misure che non possono risolvere questioni strutturali di fondo dell’economia e della società russa. Dalle urne difficilmente usciranno cambiamenti sensazionali, ma la fase della transizione che vive il potere russo potrebbe riservare in futuro ulteriori sorprese.

*Giovanni Savino (1984), storico e ricercatore, insegna Storia contemporanea a Mosca presso l’università RANEPA. Si occupa di nazioni e nazionalismi in Russia e in Europa orientale.

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