di Ilaria De Bonis*

 

Pagine Esteri, 9 settembre 2021 – Undici anni di potere quasi assoluto (e molto dispotico) avevano reso l’ottantatreenne Alpha Condè – presidente della Guinea Conakry dal 2010 ad oggi, quando è stato deposto dai militari – un leader inviso al popolo. Molto prima che lo facesse la Giunta militare era stato il popolo stesso a mettere ripetutamente sotto accusa il Presidente.

Eppure, «le rivendicazioni di questi anni da parte della gente, le manifestazioni di piazza, soprattutto quelle di aprile del 2020 (l’anno della riforma costituzionale ndr.) non hanno mai dato risultati. La repressione contro di loro è sempre stata barbara e feroce».

A raccontarci, al telefono dalla capitale Conakry, i motivi della decennale frustrazione del popolo guineano, è Alpha Amadou DS Bah, avvocato e vice-presidente dell’Organisation guinéenne des droits humains, che spesso è intervenuto a difesa dei diritti civili di attivisti, giornalisti e semplici cittadini. Amadou Bah ci spiega come il ricorso al colpo di Stato sia paradossalmente (lui dice «sfortunatamente») «l’unica arma in mano al popolo» per togliere potere ai despoti. Con un carico di incertezze e rischi notevoli.

«La Costituzione sulla quale Alpha Condè aveva giurato nel 2010 gli consentiva solo due mandati, ma lui voleva governare più a lungo e ne ha arbitrariamente modificata la sostanza, usando la forza per mantenere il potere e toglierlo al popolo», spiega Amadou Bah.

La “frenesia del terzo mandato” (e poi del quarto, del quinto ecc…) è “la malattia” di molti leader africani; un’urgenza di protrarre all’infinito la loro permanenza ai vertici, travalicando i limiti imposti dalla Costituzione e trasformando una garanzia di democrazia in privilegio.

Necessità che però sempre più spesso si scontra col desiderio genuino della gente di favorire l’alternanza e il ricorso alle urne.

«Tutti qui in Guinea Conakry attendevano una reazione da parte dell’esercito, il coup era qualcosa di prevedibile, ora la situazione è più o meno confusa ma i militari ne hanno assunto il controllo», dice ancora Bah.

«La repressione delle proteste di questi anni purtroppo ha mostrato che è impossibile perseguire la giustizia e la democrazia con mezzi democratici», dice.

E questo accade in molti altri Paesi africani dove il golpe interno è diventato una prassi che riporta indietro ai peggiori anni della Guerra Fredda.

In Guinea Conakry decine di giovani nel corso di questa presidenza “scellerata” sono stati uccisi in strada dalla polizia per aver contestato il “metodo Condè”, raccontano le cronache.

Corruzione, arbitrio e sete di potere erano il marchio di fabbrica di un presidente che avrebbe dovuto traghettare il Paese dalle dittature monopartitiche e militari degli anni Ottanta e Novanta, ad una democrazia compiuta, che peraltro aveva da amministrare ricchezze del sottosuolo (è il primo produttore al mondo di bauxite) non indifferenti. E invece ha esasperato gli animi di tutti, portando ripetutamente in piazza il popolo. La storia della piccola Guinea Conakry è fatta di dittature militari e di partito.

A partire dal 1958, anno dell’indipendenza dalla Francia si sono susseguiti Sékou Touré, al governo dal 1954 al 1984 col Parti Démocratique de Guinée; Lansana Conté al potere dal 1984 al 2008 e Dada Camara che comanderà fino al 2010.

Da lì Alpha Condè prende in mano le redini ripetendo però prassi ed errori del passato, ma lo fa in un’epoca in cui oramai la popolazione non è più disposta ad abbozzare con facilità.

Decisamente impresse nella memoria dei guineani rimangono le manifestazioni di protesta del febbraio 2013 e dell’ottobre 2019, quando decine di giovani vengono feriti ed uccisi in strada.

«La strada non è il luogo adatto per risolvere il dissenso politico», aveva detto durante una di queste occasioni il portavoce governativo Damantang Albert Camara, invitando la gente «alla calma».

«Migliaia di sostenitori dell’opposizione, gruppi della società civile e sindacalisti si sono riuniti lunedì per manifestazioni e scioperi in tutto il Paese. La coalizione, nota come Guinean Organisation for the Defense of Human Rights, ha protestato  contro la mossa del presidente (Alpha Condè ndr.) di adottare una Costituzione riformata che potrebbe estendere la sua permanenza oltre il 2020», questo si legge in un report dettagliato del 2010, scritto dalla International Federation for Human Rights.

Le proteste contro il presidente Alpha Conde

Non molti, tra i rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea hanno ascoltato questa richiesta d’aiuto. Salvo a distanza di anni, condannare il colpo di Stato militare.

Adesso rimangono incertezza e timore (ma anche una buona dose di speranza, stando a quanto riportano le cronache locali) circa quello che accadrà.

«È stata una gran sorpresa per noi guineani: c’era un senso di scoraggiamento e un desiderio di cambiamento nell’aria dopo che Alpha Condè è stato rieletto. E adesso tutto è cambiato in un sol colpo – ha scritto Sally Bilaly Sow blogger del network AfricTivistes – Abbiamo capito quello che stava succedendo un po’ meglio solo nel corso della giornata di domenica. Possiamo chiamarlo Coup 2.0 perché i soldati hanno usato messaggi sui social per informare i cittadini, prima ancora che lo facessero i media tradizionali. Le foto sono state condivise sui gruppi Whatsapp e così abbiamo compreso».

La televisione di Stato – che adesso è sotto il controllo della Giunta militare – mostrava le immagini di guineani entusiasti, scesi in strada al seguito dei convogli militari. «Ma il vero test – scrive l’Associated Press – sarà scoprire se le forze leali al presidente esiliato accetteranno o meno il colpo di Stato, e in caso contrario se organizzeranno un contro-coup».

Per il momento l’uomo forte resta il golpista Mamady Doumbouya, capo delle forze speciali guineane (e legato a doppio filo con la Francia) che però si è subito affrettato a dichiarare: «la nostra azione non è un colpo di Stato». La reazione della diplomazia internazionale (Francia in primis) ma anche quella delle Nazioni Unite è stata di prevedibile condanna verso l’uso della forza. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto «l’immediata liberazione del Presidente Condè» e ha deplorato l’azione golpista.

Ma ciò che ancora tormenta chi ha a cuore il futuro di queste persone, soprattutto i più giovani, è il loro senso di impotenza – e qui il pensiero corre non solo ai guineani ma anche agli ugandesi e ai senegalese, ai giovani angolani e al popolo ciadiano e maliano – poiché continuano coraggiosamente a scendere in piazza, senza che la loro voce abbia una pur flebile eco.

I riflettori internazionali si accendano su di loro solo in rarissime occasioni o in concomitanza di drammatici epiloghi.

«I nostri leader in Africa sono tutti frustrati dalla scadenza del mandato – dice Mathias Hounkpe, a capo del programma dell’Open Society Initiative for West Africa, intervistato dal Washington Post – ed ecco perché la gente vede l’intervento militare come parte non del problema ma della soluzione. Questo è il motivo per cui si ballava in strada in Guinea», dopo la cattura di Alpha Condè.

Il Mali è un altro Paese abbastanza paradigmatico per l’uso prevedibile del Colpo di Stato: «i militari giocano un ruolo preponderante, così come negli altri Paesi del Sahel», ci spiega una nostra fonte in Niger.

L’ultimo golpe “annunciato” a Bamako, il 24 maggio 2021, il secondo in meno di due anni, dimostra che «la crisi è anzitutto politica». C’è una «debolezza strutturale» nella rappresentanza politica che fa il gioco dei militari, apparentemente a sostegno della gente comune.

Il 24 maggio di quest’anno il presidente di transizione, Bah Ndaw e il suo primo ministro, Moctar Ouane, sono stati arrestati in Mali dai membri delle forze armate e condotti nella caserma di Soundiata Keïta, un campo, che come spiega The Africa Report, «è stato sempre al centro di ogni colpo di Stato».

Anche il Mali è avvezzo oramai agli improvvisi rovesciamenti di leadership, come fosse una prassi consolidata e quasi tollerata, per favorire l’ascesa di uomini più vicini all’esercito.

La crisi economica profonda, la presenza di gruppi jihadisti, l’instabilità delle istituzioni, la corruzione, lasciavano intendere che la società civile e una parte dei militari in Mali, erano davvero stanchi del presidente in carica.

Tutti elementi che ricorrono identici in Paesi apparentemente distanti.

La vera svolta avverrà in Africa quando le masse potranno avere la meglio sui corrotti, senza dover far affidamento sulla forza militare che li mette pesantemente a rischio. Usando invece tutti i canali disponibili (questo in parte già avviene grazie ai social e ai network degli attivisti internazionali), per contestare una leadership autoritaria e pretenderne pacificamente l’uscita di scena.

 

 

*Giornalista professionista dal 2005, ha lavorato per dieci anni nelle agenzie di stampa, specializzandosi in economia internazionale e cooperazione allo sviluppo. Ha vissuto e lavorato a Bruxelles, New York e Gerusalemme. Da diversi anni si occupa di Africa, Medio Oriente e missione, scrivendo per testate cattoliche.

 

 

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