di Patrizia Zanelli*

Pagine Esteri, 12 ottobre 2021 – Nel 1940, nasceva a Gerusalemme una delle opere allegoriche più belle e originali della narrativa araba contemporanea. Pubblicato in lingua originale al Cairo nel 1943 e in traduzione italiana dall’Istituto per l’Oriente di Roma nel 2021, Memorie di una gallina (Muḏakkirāt daǧāǧah) è un romanzo di Isḥāq Mūsà al-Ḥusaynī (1904-1990), uno dei pionieri della rinascita culturale palestinese. Lo scrittore di formazione cosmopolita aveva già iniziato l’attività di critico letterario, filologo, pedagogo e traduttore, quando compose questo testo narrativo singolare che ebbe subito una grande risonanza in tutto il mondo arabo e continua tuttora ad affascinare soprattutto in quanto veicolo di un messaggio umanista.  Il breve romanzo ha tutti gli ingredienti di un best seller: trama avvincente, personaggi sorprendenti, un’empatica narratrice, scene divertenti, una componente romantico sentimentale, che non guasta mai, e uno stile creato unendo l’eleganza classica araba a innovazioni moderniste occidentali.

La protagonista di questa favola moderna è una saggia gallina che racconta la sua storia, come se tenesse un diario, ma senza menzionare date, toponimi, aggettivi di nazionalità, personalità o eventi storici precisi. È perciò particolarmente complicato interpretare il significato di quest’opera allegorica che Elias Sanbar paragona a La fattoria degli animali (1945) di Orwell.  Il presente distopico descritto in Memorie di una gallina riflette la tragica realtà sia della Palestina mandataria che del globo intero durante la II Guerra Mondiale.  L’autore dichiarò spesso di non avere voluto affrontare “una ben nota questione politica locale” nel romanzo, perché si sentiva troppo turbato appunto dalla situazione internazionale, mentre lo scriveva.

In Memorie di una gallina, sono rappresentati vari tipi di conflitti e di migrazioni. Leggendo il testo, è inevitabile pensare alla Palestina, dove i crescenti timori dei palestinesi dinanzi al pericolo sionista erano sfociati nella Grande Rivolta del 1936-1939, repressa crudelmente dalle forze mandatarie britanniche. Ma si riesce comunque a cogliere l’intenzione dell’autore di riferirsi alla situazione mondiale dell’epoca, per dare appunto una valenza universale al racconto, in cui l’esortazione a ripudiare la guerra è abbinata a un invito a ribellarsi alle tradizioni sessiste, classiste e razziste. Sono questi i temi trattati dalla saggia gallina nelle sue riflessioni filosofiche ed esistenziali o mentre parla con le sue compagne e i suoi figli spirituali.

La natura “non fa distinzione fra ciò che genera, e ai suoi occhi tutte le forme di vita sono eguali. Il nero non le sta a cuore più del rosso, né il bianco più del giallo”. L’intenzione di madre natura è “di compiacere la volontà di Dio di vedere il creato come la composizione più bella e originale che ci sia”.

Leggendo il romanzo, si coglie il desiderio dell’autore di preservare il tradizionale modello sociale ecumenico della Palestina – minacciato dal nazionalismo sionista – e di promuovere al contempo le riforme necessarie per affrontare le sfide della modernità, sostenendo in primis il femminismo professato dalle attiviste anti-colonialiste palestinesi sin dagli anni ’20.

La protagonista di Memorie di una gallina contrappone un presente distopico a un futuro basato sugli ideali sublimi. È un’idealista, quindi, è ottimista – ottimismo sinonimo di resilienza delle “deboli creature di Dio” di fronte agli orrori dei potenti –, e le sue parole richiamano opere di autori come Platone, Aristotele, Avicenna e altri filosofi musulmani dell’epoca d’oro, ma anche di poeti romantici come Blake e Gibran.

Se Isḥāq Mūsà al-Ḥusaynī non fosse stato palestinese, forse nessuno penserebbe soltanto alla Palestina mandataria, leggendo il suo romanzo.  Se non fosse stato palestinese, non avrebbe avuto un’infanzia segnata dal trauma provocato dall’invasione britannica di Gerusalemme durante la I Guerra Mondiale. Non sarebbe stato costretto, come quasi un milione di altri palestinesi, a lasciare la patria, con la fondazione d’Israele nel 1948.

L’autore si rifugiò con la moglie e i tre figli in Siria e poi in Libano. Intraprese una lunga carriera accademica, insegnando a Beirut, al Cairo, in Canada e negli Stati Uniti, mentre svolgeva e promuoveva attività di ricerca sulla Palestina. Se non fosse stato palestinese, una volta andato in pensione, non sarebbe stato costretto a rimandare di tornare con la moglie a Gerusalemme per vivere nella casa che aveva fatto costruire nella parte orientale della città, prima che venisse occupata da Israele con la guerra del 1967.

Soltanto nel 1973, infatti, Isḥāq Mūsà al-Ḥusaynī poté finalmente rientrare in patria. Prolifico saggista, dedito a svariate tematiche, pubblicò circa ventiquattro libri; il più famoso è proprio Memorie di una gallina. Negli anni ’80, l’autore fu dichiarato “decano della letteratura araba palestinese”, scrisse un’autobiografia e compose delle poesie, comparse singolarmente sul quotidiano al-Quds di Gerusalemme e ripubblicate postume nella raccolta Ḫawāṭir al-‘umr (Pensieri di una vita, 1991).

Sì, una vita palestinese. Pagine Esteri

*Patrizia Zanelli insegna Lingua e Letteratura Araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È socia dell’EURAMAL (European Association for Modern Arabic Literature). Ha scritto L’arabo colloquiale egiziano (Cafoscarina, 2016); ed è coautrice con Paolo Branca e Barbara De Poli di Il sorriso della mezzaluna: satira, ironia e umorismo nella cultura araba (Carocci, 2011). Oltre a Memorie di una gallina, ha tradotto diverse altre opere letterarie, tra cui il romanzo Warda (Ilisso, 2005) dello scrittore egiziano Sonallah Ibrahim e la raccolta poetica L’autunno, qui, è magico e immenso (Il Sirente, 2013) del poeta curdo-siriano Golan Haji.

 

 

 

 

 

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