di Yara Hawari*  Al Jazeera –

Traduzione dall’inglese: Elena Bellini –

Pagine Esteri, 26 ottobre 2021 –  Il 22 ottobre, il Ministero della Difesa israeliano ha emanato un’ordinanza militare con la quale sei ONG palestinesi vengono definite “organizzazioni terroristiche”. Le sei organizzazioni colpite sono: Addameer Prisoner Support and Human Rights Association, Al-Haq, Bisan Center for Research and Development, Defense for Children Internationa-Palestine (DCI-P), Union of Agricultural Work Committees (UAWC) e Union of Palestinian Women’s Committees (UPWC).

Il ministero, appellandosi alla legge anti-terrorismo, accusa queste organizzazioni di essere affiliate del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), partito politico marxista-leninista. Più nello specifico, l’accusa è di costituire una “rete di organizzazioni operanti sotto copertura sul fronte internazionale” per conto del PFLP. Il regime israeliano non ha ancora fornito alcuna prova a sostegno delle accuse, ma per i palestinesi è chiaro che si tratta del più recente tentativo di criminalizzare la società civile palestinese.

Queste specifiche organizzazioni sono conosciute a livello internazionale per la loro indispensabile attività in campo sociale e dei diritti umani. Addameer, per esempio, fornisce un’importantissima assistenza sociale e legale ai prigionieri politici palestinesi ed alle loro famiglie. Al-Haq, altra organizzazione, da decenni si dedica a documentare le violazioni dei diritti umani da parte del regime israeliano, raccogliendo dati preziosi e vincendo numerosi premi internazionali. La Union of Agricultural Work Committees sostiene gli agricoltori palestinesi di fronte all’incessante occupazione ed alla sottrazione delle terre da parte del regime israeliano.

Questo attacco contro le organizzazioni palestinesi non arriva di punto in bianco. È l’escalation più recente della campagna sistematica di Israele, che dura da anni, per soffocare la società civile palestinese.

Dopo la creazione dell’Autorità Palestinese con gli Accordi di Oslo negli anni ‘90, la società civile palestinese ha assunto il ruolo principale nel denunciare e contestare i crimini del regime israeliano. Così, le organizzazioni civili sono emerse in prima linea nella lotta palestinese, il che le pone nel mirino di Israele.

Ultimamente, nell’ultimo decennio, ci sono state azioni congiunte, messe in atto da diversi gruppi non governativi che lavorano insieme al Ministero israeliano per gli affari strategici, volte a colpire e diffamare le ONG palestinesi attive nel campo dei diritti umani.

La definizione “terrorista” criminalizza effettivamente il lavoro delle sei ONG e permette al regime israeliano di chiudere uffici, sequestrare beni, arrestare membri dello staff ed addirittura di vietare le raccolte fondi o le manifestazioni pubbliche a sostegno di queste attività. Potrebbe anche indurre, nei soggetti esterni e nei partners stranieri, una certa preoccupazione per il coinvolgimento con tali organizzazioni e le loro attività.

Tale definizione è un’escalation, ma non è la prima volta che il regime israeliano applica ingiustamente l’etichetta di “terrorista” a persone o organizzazioni palestinesi. L’etichetta viene spesso sbandierata dalle autorità israeliane e dai sostenitori di Israele per gettare discredito e diffamare coloro che documentano le violazioni dei diritti dei palestinesi e che vi si oppongono. La tattica è semplice, e può anche essere piuttosto efficace.

Per esempio, l’anno scorso l’Unione Europea ha iniziato ad applicare ai finanziamenti una clausola che richiede ai beneficiari palestinesi dei fondi di controllare tutti coloro che lavoravano per loro, per garantire l’assenza di legami con i partiti politici palestinesi presenti nella “lista dei terroristi”. Se consideriamo che un gran numero di partiti politici palestinesi è nella lista, questa mossa equivale a persecuzione politica.

L’attacco congiunto alla società palestinese ha incluso anche accuse di mancato utilizzo dei fondi o di corruzione, nel tentativo di provare a far pressione sui finanziatori internazionali affinché cancellassero il  proprio sostegno economico. Ci sono state anche periodiche irruzioni negli uffici delle ONG, per intimidirne il personale e i partners e per comprometterne il lavoro.

In luglio, per esempio, le forze di sicurezza israeliane hanno fatto irruzione nell’ufficio della Defense for Children International. L’ONG, che opera con i minori palestinesi detenuti da Israele, ha dichiarato che i soldati israeliani hanno preso i computer e documenti relativi ad alcuni dei casi su cui stava lavorando. Anche Addameer ha subito, negli anni, innumerevoli incursioni nei suoi uffici, con conseguenti danni e furti di attrezzature e documentazione. A dispetto di un continuo intensificarsi di abusi ed intimidazioni da parte del regime israeliano, queste ed altre organizzazioni continuano a portare avanti le attività a beneficio della popolazione palestinese.

Varie entità ed organismi internazionali si sono pronunciate contro la definizione “terrorista” e a sostegno delle attività di queste ONG, ma non basta. Tutto ciò non sta accadendo perché Israele sta diventando più totalitario e oppressivo. Sta succedendo, piuttosto, perché Israele gode di un’impunità pluridecennale, e perché manca la volontà, da parte della comunità internazionale, di riconoscere al regime le sue responsabilità. La comunità internazionale deve ammettere di aver agito come facilitatrice dei crimini israeliani e, finalmente, intraprendere un’azione decisiva contro le ripetute violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Pagine Esteri


*Yara Hawari è analista politica di Al-Shabaka, The Palestinian Policy Network. E’ anche una attivista della causa dei palestinesi sotto occupazione militare e dei diritti civili nelle aree autonome della Cisgiordania.

 

 

Elena Bellini, laurea in Scienze Politiche a Padova e Master sull’Immigrazione a Venezia, è traduttrice freelance, lettrice compulsiva, grande amante del caffè e sognatrice indomabile. Vive a Faial (Azzorre, Portogallo), dove gestisce Casa BuonVento (http://casabuonvento.com/).

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