di Michele Giorgio –

Pagine Esteri. 27 ottobre 2021 – Quando nel 2019 migliaia di miliziani armati e civili si arresero ed emersero dalle macerie di Baghuz, l’ultima trincea jihadista in Siria, tanti si affrettarono a proclamare la vittoria definitiva di curdi e forze occidentali sullo Stato islamico (Daesh) e la sconfitta del califfo autoproclamato, Abu Bakr al Baghdadi, che non molto tempo dopo si sarebbe immolato pur di non cadere nelle mani dei commando Usa. Fu una valutazione a dir poco affrettata. L’Isis era ferito, gravemente, ma non morto. E pur con cicatrici profonde ha prima ricostituito cellule nella Siria orientale e nell’Iraq a nord di Baghdad e poi si è dato a imboscate, raid nelle case, estorsioni e omicidi di funzionari comunali.

Archivio. Jihadisti dell’Isis in Siria

È così tornato a colpire sistematicamente lasciando ai cugini rivali di Hayat Tahrir al-Sham – il ramo siriano di Al Qaeda – l’onere di governare la provincia di Idlib, l’unico della Siria ancora sotto il controllo delle organizzazioni islamiste radicali grazie alla protezione offerta dalla Turchia. Proprio nelle aree dove tutto è iniziato e apparentemente finito, i miliziani dell’Isis hanno imparato ad essere pazienti e ad aspettare il momento buono per tornare allo scoperto. Ne sanno qualcosa i militari dell’esercito siriano e i miliziani filo-governativi, il bersaglio più frequente del mordi e fuggi tipico del «nuovo» Isis.

A destare le preoccupazioni maggiori in Siria è, non a sorpresa, il distretto di Deir ez-Zor un’area quasi impossibile da domare dove una larga porzione di abitanti resta fedele al sistema sociale e religioso realizzato dall’Isis dopo il 2014. Una mano alla riorganizzazione del califfato l’ha data anche la pandemia: si sono ridotte le operazioni antiterrorismo e l’Isis ha conquistato consensi rivolgendo alle popolazioni indicazioni dettagliate per evitare il contagio. Allo stesso tempo è avvenuta una ristrutturazione organizzativa a tutti i livelli: militare, di sicurezza, manageriale, legislativo e anche mediatico. Lo Stato islamico non ha più un territorio omogeneo tra Siria e Iraq sul quale esercitare la sua sovranità ma può vantare solide basi di appoggio da cui lanciare gli attacchi armati. Dalla caduta di Baghuz, ha rivendicato, in prevalenza in Iraq, oltre 2000 attentati e operazioni armate.

Archivio. Un combattente sciita delle Hashed al-Shaabi (Forze di mobilitazione popolare) impegnato a combattere l’Isis in Iraq (foto di Ahmad Shamloo Fard)

Nel nord dell’Iraq, a meno di 70 km della capitale curda Erbil, le vicine montagne di Makhmour sono diventate una base operativa per lo Stato Islamico. Gli abitanti del villaggio di Liheban hanno riferito al portale Middle East Eye che il Makhmour ospita decine di nascondigli per i jihadisti che agiscono indisturbati perché si tratta di un’area che, di fatto, non è controllata dai peshmerga e neppure dalle forze di sicurezza irachene. Cinque famiglie di Liheban sono andate via dopo un’incursione dell’Isis e diverse altre pensano di seguirle. Lo stesso starebbe accadendo in un altro villaggio, Sargaran, dove numerosi abitanti dicono di aver acquistato dei mitra AK-47 e di non essere stati rassicurati dalla cattura a inizio mese di Sami Jasim al-Jaburi, uno dei capi dell’Isis da parte dell’intelligence. I numeri d’altronde parlano chiaro. A settembre in Iraq ci sono 70 attacchi e sparatorie riconducibili all’Isis (103 ad agosto), con 54 persone uccise e 86 ferite.

A favorire le ambizioni del califfato nel nord dell’Iraq sono anche i contrasti tra curdi e arabi, con questi ultimi che vedono in un forte controllo salafita sunnita la soluzione a loro vantaggio delle dispute in atto. Il califfato che risorge dalle ceneri della «capitale» Mosul ora bada al sodo. I suoi occhi sono sulle risorse petrolifere dell’area. Pagine Esteri

 

 

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