di Antonio Perillo

Pagine Esteri, 6 novembre 2021 – All’inizio del 2021, i media occidentali si sono impegnati a descrivere il dispiegamento delle forze militari russe al confine con l’Ucraina, in Crimea e nel Mar Nero. Le immagini dei carri armati caricati sui treni, dei soldati e delle navi russe sono diventate familiari anche nei notiziari italiani, nel quadro della descrizione di una presunta aggressività russa ai suoi confini occidentali, nonché di un nuovo giro di vite di Vladimir Putin contro i suoi oppositori interni, a cominciare naturalmente da Alexei Navalny.

Si è arrivati spesso a paventare esplicitamente il pericolo di una guerra aperta e di un’invasione russa dell’Ucraina su larga scala e le notizie stampa sono state generalmente accompagnate dalle dichiarazioni estremamente preoccupate e solenni delle autorità europee e statunitensi. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ad aprile riferiva di 80mila soldati russi ammassati ai confini, mentre l’Alto rappresentate per la politica estera della UE, Borrell, si spingeva 3 giorni dopo alla cifra di 150mila, per poi correggersi poco dopo ad “oltre 100mila”.

Zelenskyj si è dichiarato pronto a “qualsiasi scenario” e le sue frasi hanno trovato corrispondenza ad esempio in quelle del segretario generale della Nato, Stoltemberg, che ha parlato di “sostegno incrollabile” della Nato alla sovranità e all’integrità territoriale ucraina, intimando alla Russia di fermare immediatamente l’escalation. Posizioni simili sono state espresse dal presidente francese Macron e dalla ex cancelliera tedesca Angela Merkel.

Il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskyj

Da parte sua, la Russia ha svolto in quel periodo un’ampia esercitazione militare e navale in Crimea e non ha fatto nulla per nascondere le proprie truppe, rivendicando il diritto di operare come meglio crede all’interno dei propri confini. Qui risiede uno dei motivi dello scontro in atto, visto che la Crimea è stata annessa con un referendum nel 2014 ed è considerata dai russi parte integrante della madre patria, mentre Ucraina, UE e USA parlano di occupazione illegale. Inoltre, anche la Russia addossa alla Nato la responsabilità per l’aumentare delle tensioni, chiedendo di cessare il sostegno militare all’Ucraina e la mobilitazione di truppe ed armamenti strategici ai confini.

Si è tornati anche a leggere il nome Donbass, regione nel sud est dell’Ucraina che è governata da due autoproclamate repubbliche filo russe, Donetsk e Lugansk, sempre dal 2014, l’anno dell’Euromaidan che portò al potere a Kiev un governo filo occidentale. La gravità della crisi odierna sarebbe paragonabile a quella dello scontro aperto proprio in Donbass del 2014-2015. A questo punto, è lecito chiedersi se la narrazione di una nuova aggressione russa all’Ucraina, come sola ragione della crisi, corrisponda al vero.

Il conflitto in Ucraina, infatti, non è mai realmente finito. Dal 2015 vige una tregua, i cosiddetti accordi di Minsk2, che disegna una lunga zona di de-escalation tra Kiev e le due repubbliche separatiste. Il fronte è supervisionato dall’Osce e prevede il divieto di concentrazione delle truppe e dell’uso di aviazione ed armamenti pesanti. Queste prescrizioni sono state sistematicamente violate dalle due parti e la zona cuscinetto, che corre praticamente a ridosso della maggiore città del Donbass, Donetsk, e di molti villaggi, è stata oggetto senza soluzione di continuità di colpi di artiglieria e scontri a fuoco, con vittime fra i belligeranti e la popolazione civile. Tuttavia, l’intensità dello scontro è stata relativamente bassa per alcuni anni ed il 2019 aveva portato ampi segnali di distensione.

L’elezione del nuovo presidente Zelenskyj, ex attore comico, era avvenuta sull’obiettivo dichiarato del raggiungimento di una pace onorevole e di una riconciliazione con la parte del Paese di lingua e cultura russa. Zelenskyj aveva sconfitto il predecessore Poroshenko, campione del nazionalismo ucraino alleato con settori dell’estrema destra, e fra settembre e dicembre 2019 alcuni grandi scambi di prigionieri, diverse centinaia complessivamente, avevano fatto sperare nella fine delle ostilità. Nuovi negoziati erano stati avviati nel cosiddetto “gruppo Normandia” (Francia, Germania, Ucraina e Russia) oltre al gruppo di contatto trilaterale (Russia, Ucraina e Osce).

Il 2020 è stato un anno pesante per l’Ucraina. Il Covid innanzitutto, che ha frenato la già fragile ripresa economica del Paese e incrinato il consenso del nuovo presidente. Molti osservatori attribuiscono a problemi interni il recupero, da parte di Zelensky, di toni più aggressivi verso l’avversario russo. Ma alla fine del 2020 è sceso in campo un nuovo fattore probabilmente decisivo: cambiava inquilino anche la Casa Bianca a Washington, Joe Biden diventava il nuovo presidente USA.

Il presidente Usa Joe Biden

La campagna di Biden era stata incentrata sul ribaltamento delle politiche del predecessore Trump e già nel primo giorno dopo l’insediamento, seguito come si ricorderà ai clamorosi fatti di Capitol Hill del 6 gennaio 2021, il nuovo presidente firmava una serie di ordini esecutivi volti a cancellarne alcuni punti fondanti. Per quanto attiene alla politica estera, Biden si è concentrato in quello che ha definito il recupero del ruolo degli USA nel mondo, alla ricostruzione della credibilità persa durante il mandato di Trump. Biden ha sottolineato più volte la necessità di una nuova leadership USA negli organismi internazionali a partire dall’ONU. I tratti principali della nuova politica estera sono stati riassunti nelle linee guida per la strategia di sicurezza nazionale (Interim National Security Strategic Guidance) In ossequio a questo cambio di paradigma, gli USA sono ad esempio rapidamente rientrati negli Accordi di Parigi sul clima e hanno fermato l’uscita dall’OMS. Inoltre, nuovi negoziati con l’Iran sono stati avviati dopo che la denuncia del trattato sul nucleare da parte di Trump e l’assassinio del generale Soleimani avevano portato i due Paesi sull’orlo di una guerra.

Ma una parte importante della discontinuità perseguita da Biden ha certamente riguardato i rapporti con la Russia. I democratici americani ed il loro candidato presidente hanno accreditato l’ipotesi di un tentativo russo di influenzare i risultati delle elezioni presidenziali americane del 2016 a vantaggio di Trump. Da tali accuse prese corpo un’intricatissima vicenda, denominata giornalisticamente “russiagate”, e quindi un’inchiesta che portò nel 2019 l’allora presidente all’impeachment, poi respinto dal Senato, proprio attorno a fatti che riguardavano l’Ucraina. L’accusa era infatti che Trump si fosse attivato personalmente per ricattare Zelenskyj, subordinando gli aiuti militari, obbligatori perché approvati dal Congresso, alla richiesta che la parte ucraina svolgesse indagini sul figlio di Joe Biden, Hunter, uomo d’affari con numerosi interessi all’estero. Lo scopo era quello di screditare colui che appariva come il probabile avversario nella corsa alla rielezione di Trump.
Più in generale, le relazioni di amorosi sensi (ed interessi) fra Trump e Putin, nonché la presunta ingerenza russa nella democrazia americana sono state argomenti fondanti della vittoriosa campagna politica democratica che ha portato all’elezione di Biden.

Era quindi lecito aspettarsi un repentino cambio di atteggiamento verso la Russia e così è stato. Uno dei primi atti del nuovo presidente in uno scenario di conflitto con la presenza russa è stato il bombardamento di posizioni del governo siriano e dei suoi alleati iraniani al confine con l’Iraq nello scorso febbraio. Ciò ha fornito un segnale contrario ai propositi di disimpegno da quel settore espressi da Trump, nella Siria che vede sin dal 2015 una notevole presenza russa in sostegno del presidente Assad, comprensiva di aviazione, istruttori e polizia militare ed una base navale sul Mediterraneo.

Poco dopo, a metà marzo, Biden ha definito Putin “un killer” durante un’intervista, con toni che non si ascoltavano dai tempi della Guerra Fredda. In diretta relazione all’intromissione nel processo elettorale, poi, ad aprile Biden ha annunciato nuove e pesanti sanzioni economiche contro la Russia, volte in particolare a colpire la capacità di reperire risorse e valuta sui mercati internazionali. Contestualmente, Biden ha espulso da Washington 10 diplomatici russi accusati di tali ingerenze. È in questo contesto che ricominciano le ostilità sulla linea del fronte in Donbass, con nuovi battaglioni ucraini inviati in zona e colpi di artiglieria che tornano a colpire città come Donetsk o Gorlowka, come nel 2014. E soldanti e civili che riprendono a morire in numeri significativi. La risposta russa, con l’espulsione di altrettanti diplomatici statunitensi e soprattutto con il dispiegamento di forze e le esercitazioni militari, potrebbe essere in questo senso non un’aggressione, ma una risposta a quella che al Cremlino percepiscono a loro volta come un’aggressione, peraltro non su uno scenario distante come ad esempio la Siria, ma ai confini nazionali.

La strategia di Biden sembra tuttavia puntare su un doppio registro. Se da una parte la nuova Amministrazione ha, come detto, reso evidente la ripresa di un duro confronto con Mosca (ancora l’11 aprile scorso il Segretario di Stato Blinken prometteva minaccioso “ci saranno conseguenze” se la Russia non ritirerà i contingenti), dall’altra Biden ha sempre precisato di voler giungere ad una relazione stabile fondata sul dialogo e sulla cooperazione. Se quindi nel documento citato sopra sulle strategie di politica estera la Russia viene definita senza mezzi termini “stato autoritario”, che intende assumere un “ruolo distruttivo” sullo scacchiere internazionale impedendo agli USA e ai suoi alleati di “difendere i propri interessi”, vi si afferma anche che con Russia e Cina, l’altro grande rivale, è necessario giungere ad un “dialogo significativo” mirante alla “stabilità strategica”. In questo senso, gli USA hanno esteso l’accordo Start sul contenimento degli armamenti nucleari, trovando rapido assenso da parte di Mosca.

Questo approccio appare molto fragile se non propriamente pericoloso. L’obiettivo non sembra un conflitto armato aperto in Ucraina. Il Donbass è abitato da centinaia di migliaia di persone che parlano e si sentono russe e a cui la Russia, che pure formalmente non riconosce le repubbliche, ha concesso la cittadinanza. Negli USA sanno bene che una riconquista armata della regione da parte ucraina è una delle “linee rosse” di cui parla il governo russo. Qualsiasi azione in Crimea poi sarebbe considerata un atto di guerra contro il territorio russo. Biden ha annunciato il ritiro definitivo delle sue truppe dall’Afghanistan entro settembre e l’opinione pubblica, in particolar modo chi lo ha eletto, non sembra certo favorevole ad un nuovo grande impegno militare diretto, dagli esiti peraltro imprevedibili. Nelle ultime ore sono arrivate offerte americane per un vertice con Putin nei prossimi mesi e sembra scongiurato l’invio di navi militari nel Mar Nero. Inoltre la Russia ha annunciato, per bocca del ministro della difesa Shoigu, la fine delle esercitazioni militari al confine ed un parziale ritiro delle truppe a partire dal prossimo maggio (lasciando al suo posto però l’artiglieria pesante).

Il problema è che l’Ucraina è un Paese in grave difficoltà almeno dal 2014, squassato dalla crisi economica e dall’epidemia del Covid, attraversato da pulsioni nazionaliste e con forze di estrema destra se non apertamente fascista che conservano un peso rilevante e anche organizzazioni paramilitari. Persino il Parlamento europeo, in una recente risoluzione approvata a maggioranza, pur nel sostegno al governo ucraino e ai suoi sforzi nelle riforme volte all’integrazione nell’area dell’Unione, riconosce il permanere di una corruzione endemica con pesanti ripercussioni sul sistema giudiziario, di una risposta del tutto insufficiente all’epidemia, di gravi ritardi nel raggiungimento degli standard richiesti, fra l’altro, in tema di  diritti civili, ambiente libertà di stampa e di parola. I deputati di Bruxelles riconoscono anche il diritto di tutelare le minoranze linguistiche nazionali (l’Ucraina ha di fatto posto fuori legge la lingua e l’insegnamento in lingua russa) e persino di perseguire i reati politici commessi dai sostenitori del Maidan.
In una situazione del genere, con una società ucraina attraversata da squilibri profondi, l’aumento della tensione e la concentrazione di truppe sul fronte costituiscono un rischio altissimo. UE (nuovo prestito da 1,2 miliardi nel 2020) e USA (125 milioni di dollari dal Dipartimento della difesa solo a marzo 2021) continuano a finanziare pesantemente il governo ucraino e allo stesso tempo ad usare una retorica fortemente anti russa, parlando di invasione russa e di integrità territoriale ucraina da ripristinare.

Da parte ucraina si potrebbe pensare che tale supporto si possa trasformare in sostegno militare, da parte russa che tali minacce siano preludio ad uno scontro. Ciò contribuisce, nonostante i tentativi di distensione degli ultimissimi giorni, a fare di un fronte a pochi passi da casa nostra una vera polveriera, in cui scoppi anche accidentali non sono purtroppo da escludere a priori. Pagine Esteri

 

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