Ilaria De Bonis*

Pagine Esteri, 12 novembre 2021 – Il sistema adottato è sempre lo stesso: estrattivismo predatorio; svuotamento di cave e miniere, sfruttamento del suolo e del sottosuolo finché ce n’è. Finché conviene.

Poi, dopo aver raschiato il fondo del barile, le multinazionali abbandonano il campo, cambiando scenario. Alla ricerca di altra terra ‘vergine’ da spolpare, pronta ad alimentare nuovi profitti e ad assecondare un mercato che cambia.

Il modello si sta ripetendo identico in Mozambico. Siamo nella Provincia di Tete, lungo il corridoio logistico di Nacala, territorio ricco di minerali (oro, bauxite, rame, carbone) che collega tramite strada e ferrovia l’entroterra al porto.

La Vale, multinazionale brasiliana dopo aver scavato e svuotato per circa dieci anni le miniere di carbone di Moatize, nella valle del fiume Zambesi – distruggendo le piccole attività produttive locali – ritiene non più redditizio il mercato e molla la preda.

I prezzi del carbone sono scesi: troppo bassi per reggere la concorrenza internazionale.

Commodities che non valgono quanto si pensava appena pochi anni fa. Circostanza già vista in Zambia, stavolta nelle miniere di rame oramai chiuse, i minatori disoccupati e il Paese in default.

Nel caso della Vale in Mozambico si punta a fonti ‘pulite’ di energia, come indicano i mercati, e dunque sfruttare il carbone non conviene più.

È notizia di questi giorni che la multinazionale ha acquistato l’intero pacchetto azionario della miniera dalla giapponese Mitsui, con l’intenzione di rivenderlo ad acquirenti che potrebbero venire da India o Cina. Ossia multinazionali che vogliano accollarsi l’impegno di un’estrazione inquinante, ma tutto sommato economica.

La brasiliana inoltre ha assunto dei consulenti di Barclays e Standard Chartered affinché si occupino di tutta la transazione e della vendita del pacchetto azionario compreso l’indotto. A chi andrà dunque la miniera?

«La Vale lascia il mercato del carbone con la certezza di aver recuperato gran parte degli investimenti fatti nel 2011 e sapendo di aver causato un danno ambientale irreparabile – commenta una nostra fonte in loco – Questa decisione però crea incertezze soprattutto nell’indotto: contratti già firmati e posti di lavoro a rischio. Migliaia di persone che forniscono servizi alla Vale restano senza certezze per l’immediato futuro. Si sa che le conseguenze negative dello sfruttamento intensivo dei minerali superano i benefici».

Per capire di cosa stiamo parlando dobbiamo considerare che il Corridoio Logistico di Nacala, lungo 912 chilometri, nasce essenzialmente proprio per trasportare il carbone dall’Ovest del Paese, passando per Moatize, Chipata, Zambia, e attraverso Lilongwe finire in Malawi e poi al porto di Nacala-a-Velha sull’Oceano Indiano. Da lì i carichi di carbone prendono il largo e finiscono in Asia.

La ferrovia è gestita dalle Central East African Railways controllata da Vale e Mitsui. Un’intera economia si muove da almeno dieci anni sulle rotte del carbone.

Il disimpegno della Vale dal bacino minerario potrebbe persino non destare scandalo (il carbone è davvero una fonte fossile inquinante) se non fosse che per accaparrarsi quelle concessioni sia la Vale che l’anglo-australiana Rio Tinto (che poi ha abbandonato l’investimento), hanno fatto carte false tra 2010 e 2011. Bisognava trasferire centinaia di famiglie che vivevano nei pressi della miniera in altre zone.

Un bel report di Human Rights Watch, datato 2013 (pubblicato nel bel mezzo del business del carbone che sembrava allora così promettente), dal titolo ‘what is a house without food?’ racconta il dramma delle famiglie mozambicane espropriate delle loro case e dei piccoli terreni che coltivavano per il proprio fabbisogno.

Quella terra serviva a sfamarle. Oltre ad essere una terra ‘sacra’ perché abitata da generazioni e passata di padre in figlio. Così, costrette ad accontentarsi di terreni meno redditizi o addirittura sterili, le famiglie furono praticamente obbligate (con irrisorio indennizzo) a lasciare casa e terra nei pressi della miniera, per consentire alle multinazionali del carbone di impiantare la loro industria estrattiva. «Per fare spazio alla miniera, oltre 1.300 famiglie sono state trasferite 36 chilometri più lontano. La compagnia aveva promesso risarcimenti, due ettari di terra a famiglia e aiuti alimentari per i primi anni. Ma nel nuovo villaggio gli sfollati hanno trovato solo file di case sulla terra polverosa: «Erano già piene di crepe, perché non hanno le fondamenta». Si legge in una cronaca del 2018.

Peraltro si tratta dello stesso scenario che il Mozambico sta vivendo a Cabo Delgado, sulla costa nord-orientale del Paese, dove i giacimenti di gas hanno attratto multinazionali da mezzo mondo (Total ed Eni in pole position), espropriando le terre dei contadini e dei pescatori, per poi contribuire a scatenare una guerra senza precedenti per le risorse, che gli analisti chiamano “guerra di religione”. E che sta uccidendo migliaia di persone.

Tanta sofferenza e tanto disagio, patititi dalle popolazioni locali, non portano mai vantaggio per i cittadini africani. Tutt’altro. Questo schema neo-coloniale, peraltro, non fa che «accentuare il divario tra l’élite dei già ricchi e la massa di poveri», dice la nostra fonte. L’indice di sviluppo umano in Mozambico si attesta a Una sofferenza che non ha sbocchi e che non porta beneficio alcuno all’economia nazionale: i dati macroeconomici sono sempre insoddisfacenti e l’indice di Sviluppo Umano è fermo a 0,456, ponendolo al 181° posto su 186. A beneficiare del business è un’élite che vive di sfruttamento sulla pelle dei poveri. Il land grabbing in Mozambico è oramai una prassi conclamata e difficile da arginare.

Ci hanno provato nel 2017 i contadini e gli attivisti mozambicani sostenuti dalla Campagna internazionale Nao ao ProSavana, che riuscì a bloccare il mega-progetto governativo di trasformazione della savana in appezzamenti di terreno sul modello delle fazende brasiliane. Ma la ratio del ProSavana (così si chiamava il progetto triangolato tra Brasile Giappone e Mozambico) è sempre in agguato.

La società civile sa bene che accantonare un progetto non significa per i governi africani (foraggiati dalle multinazionali) abbandonare l’intero impianto di un’iniziativa predatoria. Quando l’attenzione degli attivisti cala, il land grabbing si trasferisce altrove. E coglie nel segno. A cosa punta il mercato oggi?

A far girare l’economia adesso è l’energia ‘pulita’: auto elettriche e auto ad idrogeno guidano il trend mondiale. Anche sull’idrogeno il Mozambico sembra avere le caratteristiche giuste per investire. Centri di ricerca, think thank e agenzie di valutazione dei mercati già da tempo fanno  a gara per sostenere la tesi del green power e della possibilità di estrarre idrogeno nel Paese.

L’azienda statale Empresa Nacional de Hidrocarbonetos (ENH) ha creato una task force con TCRK Energy, sostenuta dall’imprenditore Tom Bruton, per iniziare a scandagliare le potenzialità dell’idrogeno blu.

Per estrarre idrogeno servono degli elettrolizzatori, ossia macchinari che prendono energia elettrica prodotta da fotovoltaico, eolico, geotermico, idroelettrico e producono idrogeno dall’acqua. La scommessa dell’idrogeno è la nuova frontiera dell’energia mozambicana; ma se è vero che si tratta di fonti pulite è pur vero che serviranno terreni per gli impianti fotovoltaici ed eolici e i furti di terra ai danni dei contadini potrebbero essere la norma. Intere distese di savana vengono infatti considerate disabitate sia dal governo che dagli investitori, ma così non è. La terra ha un’importanza vitale per i contadini. La machamba (così sono chiamate le distese di savana che pare incolta e dura) è sempre coltivata dalle famiglie, solo che i terreni non risultano di proprietà privata, poiché non esistono certificati di acquisto.  C’è da credere che la corsa all’idrogeno aprirà nuove dispute e nuovi furti di terra.

Al momento anche i giacimenti di gas sono in bilico, poiché estrarlo è troppo rischioso in termini di sicurezza personale per la Total e per l’Eni: i gruppi armati fondamentalisti hanno preso possesso dell’area di Cabo Delgado e minacciano l’integrità dei giacimenti. Passare da una fonte energetica all’altra ignorando i diritti delle comunità e le loro priorità è purtroppo una costante sulla quale nessun Paese e nessuna azienda ha nulla da controbattere. Il Mercato si impone sempre sulle scelte collettive e detta l’agenda.

 

*Giornalista professionista dal 2005, ha lavorato per dieci anni nelle agenzie di stampa, specializzandosi in economia internazionale e cooperazione allo sviluppo. Ha vissuto e lavorato a Bruxelles, New York e Gerusalemme. Da diversi anni si occupa di Africa, Medio Oriente e missione, scrivendo per testate cattoliche.

 

 

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